***********************
EDITORIALE Aprile  2011

di Aldo Messina

Nessuno di noi, credo, può negare che la nostra economia locale attraversa un triste periodo  di miseria e disoccupazione dilagante. Non è un caso che giovani e non più giovani disperano ormai di trovare un lavoro, e chi ce l’ha, lo difende con tutte le sue forze. Eppure nei secoli scorsi Trapani e la sua provincia sono stati sinonimi di civiltà e benessere vissute da protagoniste e non certo da spettatori passivi.

Oggi, invece ,inseguiamo la tranquillità economica e sociale da spettatori, perché nessuno ci permetterà  più, con le nuove regole, un ruolo attivo.

 Non a caso, alla fine del secondo millennio  un nuovo termine, colmo di speranza e di  progresso, ci venne imposto da tutte le parti. Si chiamava e si chiama “globalizzazione”, ed affermava che tutto il mondo, unito, doveva migliorare, e non poco. Alcuni ci credettero, in perfetta buona fede; altri, non a torto nicchiarono.

Ma limitiamoci alla nostra realtà locale che, con le dovute differenziazioni socio-ambientali, non è molto diversa da tante altre realtà italiane ed europee. A Trapani c’erano tantissimi imprenditori e lavoratori dei tradizionali comparti della nostra economia: agricoltura, pesca, edilizia, banche, marmi, saline, tonnare, eccetera. Tutti comparti che “tiravano”, che davano da vivere a migliaia e migliaia di persone. Forse non tutti vivevano da nababbi, ma comunque “campavano”.

Oggi i prodotti nostrani, i mestieri e quant’altro, non sono più remunerativi, perché sono stati sacrificati sull’altare dei “mercati” senza regole e senza confini dell’economia globalizzata. Le banche locali non esistono più: sono state “accorpate” in altre realtà più vaste, concepite per servire le esigenze creditizie del nord e non le nostre.

I prodotti della nostra terra restano fra i migliori al mondo, e magari vengono venduti a carissimo prezzo nei più prestigiosi negozi americani ed asiatici; ma il loro “valore aggiunto” va ad ingrassare i tanti passaggi di una distribuzione spesso parassitaria, mentre ai nostri produttori restano guadagni magrissimi, tali da coprire a stento i costi di produzione.

Ci accorgiamo, allora, che questa “globalizzazione” non ha mantenuto le promesse di benessere e di progresso fatte alla economia europea. Ad avvantaggiarsene sono stati solamente i “globalizzatori”, cioè i grandi potentati economici e le grandi multinazionali che agiscono come dei Robin Hood alla rovescia: tolgono ai poveri per dare ai ricchi; anzi, a pochissimi ricchi; anzi, a loro stessi soltanto.

Mentre americani e cinesi inondano i mercati europei con le loro produzioni ed i loro capitali, a noi restano a malapena gli occhi per piangere: i nostri prodotti sono assorbiti da una macchina infernale che determina costi e ricavi, trasporti, commercializzazioni, quotazioni e, infine, prezzi al dettaglio sui vari mercati. Così, mentre i frutti della nostra terra, del nostro mare, del nostro raffinato artigianato, della nostra intelligenza ci vengono comprati a pochi euro e buttati nel grande calderone di un mercato senza confini, la nostra specificità, la nostra cultura ed anche – diciamolo pure – il nostro onesto benessere sono finiti, sono annegati in quel mare infido che si chiama “globalizzazione”.


***********************
EDITORIALE Marzo 2011

di Aldo Messina

E’ normale, diremmo quasi naturale che, all’inizio di ogni  nuova pubblicazione, i lettori cerchino di capire -se ciò non viene espressamente dichiarato dagli editori-, l’orientamento politico del giornale.
Noi crediamo di essere stati sufficientemente chiari nel nostro editoriale del numero scorso; comunque ne ribadiamo i concetti perché non sorgano dubbi circa il nostro impegno.
Ci riserviamo di esprimere i nostri pareri sulla gestione del territorio, riporteremo le giuste istanze della comunità trapanese e renderemo di pubblica ragione -senza timore alcuno- gli eventuali soprusi; se necessario additando alla pubblica disistima, gli avventurieri e i “mestieranti della politica”, i profittatori, gli imbroglioni. Non risparmiando, di contro, il nostro incoraggiamento verso coloro che avranno seriamente lavorato per il benessere della comunità.
Questi sono i compiti che ci siamo liberamente e responsabilmente assegnati e che ci prefiggiamo di raggiungere.
In poche parole, la nostra rivista si propone di essere un giornale indipendente, al servizio dei cittadini.