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LE STATISTICHE E GLI AIUTI OGGI

E’ ormai noto che nel mondo e in Italia, in particolare, la longevità è aumentata e tende a crescere. Fin qui il problema è sicuramente confortante, ma questa deve andare al passo con quella che definiamo “una buona vecchiaia”. Nel senso che gli anni di vita, dopo i 65 o 75 anni, dovrebbero essere vissuti nel modo più tranquillo possibile, al netto di malattie imprevedibili e più o meno curabili.

L’Uecoop, Unione Europea delle cooperative, tra le varie attività ha monitorato anche gli anziani italiani, arrivando a delle conclusioni realistiche e futuristiche.

“Considerato il trend di invecchiamento della popolazione – sostiene l’Uecoop – diventa quasi strategico formare nuove schiere di professionisti dell’assistenza in grado di seguire al meglio gli anziani dentro e fuori le residenze, anche considerato che i non autosufficienti, in Italia, sono già 2,5 milioni e raddoppieranno entro il 2030”.

E’ ovvio che sul prolungamento della vita non vi sono più dubbi, ma vediamo, in base  alle ricerche Istat internazionali, quali sono i paesi europei più longevi.

Le “speranze di vita”, secondo i dati, registrano nei primi tre posti i seguenti paesi: Spagna con 82,83 anni, Italia con 82,54 e Francia con 82,27. In atto, l’Italia è uno dei paese più longevi, ma condivide il primato, nel mondo, con il Giappone.

Scendendo nella realtà della provincia di Trapani, riportiamo, per brevità, i soli dati del 2002 e quelli del 2018 riproducenti l’anno, l’età e il totale della popolazione.

 

Anno                                 età                       Totale popolazione

0 – 14      15 – 64        65+

2002          69.942    277.893      77.232        425.067

2018          55.489    276.966      98.046        430.492

 

Da qui si evince che, mentre i giovani diminuiscono, gli over 65 aumentano, ma  non in modo proporzionale, bensì in modo sproporzionato.

Tuttavia, per capire come affrontare la vecchiaia e fare chiarezza sugli anziani, sulle loro necessità e sugli aiuti da parte della società, abbiamo intervistato il dottor Tommaso Di Bella, Direttore Unità Operativa complessa di medicina interna geriatria e lungodegenza Ospedale V.E. III Salemi.

Dottor Di Bella, in cosa si differenzia una visita medica geriatrica da quella ordinaria?

L’approccio del geriatra al paziente senescente integra rispetto ad una comune visita medica una serie di valutazioni che ineriscono: la sfera cognitiva, emotivo affettiva, sociale e socio ambientale, familiare, abitativa ed economica; tutto questo perché ogni dimensione testabile dell’anziano condiziona il suo stato di salute indipendentemente dalla sola componente biologica. In altre parole l’approccio all’anziano deve essere metodologicamente globale.

 

A quale età una persona può essere definita anziana?

Fino a qualche anno addietro l’età geriatrica si faceva decorrere dal 65° anno di età, tuttavia nel dicembre 2018 nel corso del 63° congresso nazionale della Società Italiana di Gerontologia e Geriatria (SIGG) si è convenuto di far decorrere l’età geriatrica dal 75° anno in poi, atteso che il livello di benessere, lo stato trofico e l’efficienza fisica di un sessantacinquenne di oggi corrispondono a quella di un cinquantenne di 60 anni fa quando fu fondata la SIGG.

 

Esistono cure preventive per evitare una cattiva vecchiaia?

Una buona vecchiaia è in parte condizionata dalla nostra genetica, ma in una misura non superiore al 20%, nel senso che il figlio di genitori centenari ha un 20% in più di possibilità rispetto al resto della popolazione di diventare centenario, ma il restante 80% è condizionato dalla nostra condotta di vita, quindi buona alimentazione, astensione dalle sostanze d’abuso e dal fumo, regolare attività fisica e… perché  no, anche una regolare attività sessuale.

 

Quali sono i  principali sintomi nella manifestazione dell’età avanzata?

I sintomi dell’invecchiamento sono il calo percettivo di udito e vista, un moderato deficit cognitivo e delle performance fisiche seppure con un’ampia variabilità individuale.

 

Che aiuto specifico offre la sanità pubblica agli anziani?

Oggi si sta uscendo (faticosamente) dalla vecchia e dispendiosa logica assistenziale ospedalocentrica, è attiva una rete integrata di servizi agli anziani sul territorio come le cure domiciliari ordinarie e per pazienti in gravi condizioni (cure palliative). Per i pazienti post-acuti sono attivi i reparti di lungodegenza, mentre gli aspetti riabilitativi di tipo residenziale sono di competenza delle Residenze Sanitarie Assistenziali (RSA) strutturate anche con “nuclei Alzheimer” che oltre a dare respiro alle famiglie con congiunti affetti da demenza, tentano anche per questi soggetti un “riorientamento cognitivo”. Infine, grande segno di civiltà di una comunità moderna è stata l’istituzione degli hospice per malati terminali, qui vengono ricoverati pazienti la cui aspettativa di vita non va oltre i 60 giorni e ad essi si offre quindi un exitus dignitoso dove soprattutto le terapie del dolore costituiscono l’aspetto più qualificante di concerto con l’assistenza psicologica ai pazienti e alle famiglie.

 

°°°°°

 

Secondo le ultime rilevazioni dell’ISTAT al 1º gennaio 2017, in Italia, i giovani fino a 14 anni di età sono quasi 100.000 in meno rispetto al 2016 e rappresentano il 13,5% del totale. Le persone con oltre 65 anni d’età risultano in aumento di 160.000 unità e ormai rappresentano il 22.6% della popolazione.

Considerato il trend di invecchiamento della popolazione, secondo l’Uecoop diventa  strategico formare nuove schiere di professionisti dell’assistenza in grado di seguire al meglio gli anziani dentro e fuori le residenze, anche considerato che i non autosufficienti sono già 2,5 milioni e raddoppieranno entro il 2030.

Tuttavia, il dato che ci deve far riflettere viene dalla scarsa natività nel nostro Paese.

Si fanno pochi figli e si ha quasi paura di crearli. Una sindrome popolare dovuta alla enorme disoccupazione, ai lavori solo a tempo determinato e spesso non rinnovati e, conseguentemente, ai pochi matrimoni che ormai si configurano solo con le coppie di fatto. .Mancanza di lavoro, dunque, e incertezza sul futuro, che è alla base della mancata crescita della popolazione italiana. Se poi si aggiunge che l’Italia è classificato come uno dei paesi con più poveri d’Europa, il quadro è completo.

Oggi i partiti di sinistra e il partito vaticano di Francesco, parlano di apertura incondizionata dei porti come se l’immigrazione fosse anche un toccasana per l’incremento della popolazione italiana.

Ora, a parte il fatto che, con il dovuto rispetto, si tratterebbe di figli di altri e non di italiani, ci dovrebbero spiegare meglio come si possano mantenere tanti “ospiti” in una nazione europea “povera” dove non c’è lavoro per gli italiani che a migliaia, senza soluzione di continuità, lasciano la propria Patria e i propri cari per emigrare, loro sì, “regolarmente e legalmente” in altri paesi:

Ma questo è un altro discorso.

ALME


 

 

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