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di Diego Bulgarella

Qualche anno fa (sessantadue per la precisione) ebbi il

“privilegio” di visitare l’isola di Pantelleria per un periodo abbastanza

lungo (sessanta giorni) che mi consentì di scrutarla in lungo ed in

largo. In tal modo venni a conoscenza dei suoli luoghi fantastici e

unici, ma anche della sua storia, delle sue caratteristiche ambientali e

degli usi e costumi tipici degli abitanti, potendomi così misurare con la

loro ineguagliabile sensibilità e disponibilità verso coloro che veni-

vano a contatto con loro.

Il motivo della mia visita non era dovuto a turismo o ad affari,

ma semplicemente perché mi era stata assegnata la tesi di laurea

sull’isola stessa, con particolare riguardo alla sua “economia e alle

prospettive di sviluppo”.

Dopo un lungo “consiglio di famiglia” mi fu concesso di fare

una “puntatina” di qualche settimana nell’isola e fui indirizzato verso

persone “conosciute” attraverso il giro d’affari curati nel corso degli

anni.

Fu la mia prima esperienza di “volo” per mezzo di un

trabiccolo ad elica che ancora oggi ricordo per il particolare patema

d’animo suscitato a causa del suo “traballare” verso prua e verso

poppa.

Dopo qualche giorno di ambientamento, conobbi tre

fratelli (Peppe, Gianni e Giulia) figli della famiglia che mi ospitava a

Scauri, alla quale i miei mi avevano “raccomandato” per le mie

necessità in quel mio soggiorno. Mi ospitarono in una camera che

condividevo con i due ragazzi. Tutti si diedero da fare per far fronte

alle mie necessità di ricerca e di studio e, con mia grande felicità, a

turno mi portarono a spasso per l’isola.

Una domenica i tre decisero di portarmi “a mare”, dove

si accedeva attraverso un sentiero di campagna, portando a spasso un

-1-

piccolo gruppo di animali (asini, mucche e pecore) di proprietà della

famiglia.

Attraversammo il sentiero in mezzo al bosco, nella

montagna che portava alla Cuddia di Scauri, la cui vegetazione era

composta prevalentemente da altissimi alberi di leccio. In quelle prime

ore del mattino, la nostra piccola comitiva ebbe molto sollievo dalla

frescura e dalla brezza che spirava dalla parte del mare.  Peppe si rese

subito conto che non era cosa da poco condurre gli asini lungo quella

strada, considerato che ognuno se ne andava per conto suo e che era

alquanto difficile indirizzarli nella direzione voluta. Per non parlare poi

delle pecore che si fermavano ad ogni ciuffo d’erba che incontravano.

Le uniche giudiziose erano le due mucche, che obbedivano alle

sollecitazioni, indirizzate dai ragazzi con leggeri colpi di bastone o con

piccoli sassolini, lanciati verso di esse, quando si trovavano distanti.

Rimasi subito colpito dalla robusta stazza di quei somari: gli animali

erano, infatti, molto più alti e slanciati rispetto a quelli che aveva visto

sino a quel momento. Erano di colore marrone, che si approssimava al

rossiccio, e portavano le grosse orecchie in su, diversamente dagli altri

simili che le tengono penzoloni, quasi orizzontalmente. Da lontano

riuscivano a confondersi con i muli.

Ma un particolare, che all’inizio mi era sfuggito, destò la mia

meraviglia: essi, nel loro procedere, assumevano la caratteristica dei

cammelli, vale  a  dire che, ad  ogni  passo, muovevano

contemporaneamente le zampe dallo stesso lato e non in maniera

incrociata (anteriore/posteriore), come fanno tutti gli equini. Tale

atteggiamento era probabilmente dovuto al fatto che essi, in quell’isola,

erano costretti a continue scarpinate in sentieri impervi ed in salita. Ma

qualche altra curiosità stuzzicò la mia mente e volli subito renderla ai

-2-

compagni di viaggio:

–capisco bene che alla vostra famiglia possa far comodo

allevare mucche e pecore, per il latte che esse producono e per tutti

gli altri prodotti che si ricavano da loro, come formaggio, ricotta,

carne e lana. Capisco pure che qualche asino possa far comodo, per

trasportare roba e carretti, ma spiegatemi cosa ve ne fate di tutta

questa quantità?

Mariella, che normalmente se ne stava zitta e lasciava parlare

avendo preso una certa confidenza con me, fu pronta a spiegarmi

che per “campare” la sua famiglia aveva bisogno, oltre che dei

prodotti della terra e degli animali, anche di qualche soldino per

tutte le necessità caserecce.  Perciò, dai  tempi  del nonno,

allevavano asini e li vendevano, di solito, ai commercianti

trapanesi.

Quando raggiungemmo la spianata sulla montagna, che al

limitare del bosco, nella parte ombreggiata, era ancora colma di

vegetazione erbosa, il sole era già alto e la fatica si fece ancor più

pressante a tenere le bestie raggruppate. Sostammo esausti e fu

l’occasione per ricorrere ad abbondanti bevute direttamente dai

bummali, che i ragazzi, molto previdenti, avevano caricato sui

pazienti equini.

Poco dopo Peppe, dovendo riportare indietro due asini, staccatisi

dagli altri, si spinse sino al margine della spianata, che si rivolgeva

direttamente sul mare con la parete rocciosa a picco, tale da far

venire le vertigini. Non potei fare a meno di seguirlo con lo

sguardo e rimasi incantato per lo spettacolo che mi si mostrò

guardando in  fondo  allo strapiombo, dove lo spumeggiare

biancastro delle onde faceva contrasto con la barriera degli scogli

neri che si ergevano davanti alla costa, dove vi s’infrangevano.

– -3-

Il colore azzurro cristallino del mare assumeva una sfumatura

verdastra, mano a mano che si avvicinava al litorale, dove era

possibile intravedere, limpidissimo, il fondale marrone.

Alcuni gabbiani si libravano, sospesi nell’aere,

abbandonandosi in un volo lieve, che sembrava appagarli della

visione di tanta bellezza, di tanto incontaminato mare, sopra il

quale volteggiavano più volte, ricamando figure allegoriche che

sembravano disporli verso la superficie, rimanendo immobili per

alcuni istanti e poi risalire, quasi a volere ripetere quei momenti

d’estasi.

Rivolsi  lo  sguardo verso l’orizzonte e vidi un veliero,

solitario testimone, che mi apparve tanto vicino da avere la

sensazione di toccarlo con mano; come pure il mare con quei colori

fantastici, quasi a volermici tuffare dentro; tale era il desiderio di

trovare refrigerio dalla calura! Sicuramente da quel veliero era

possibile ammirare la bellezza dell’isola, che appariva come una

gemma nera, incastonata in quell’azzurro senza confini.

Gli asini, interrotti dai richiami del ragazzo, rivolsero

un prolungato raglio verso quella distesa infinita, come a sancire il

loro disappunto, perché dovevano separarsi da una visione così

stupenda; poi, una breve corsa li riportò nel gruppo.

Verso mezzogiorno, gli animali, già sazi per le scorpacciate

d’erba che avevano trangugiato, apparvero molto inclini a fare la

siesta, tanto da distendersi per terra, sotto gli alberi, al riparo dal

sole.

Fu quello il momento atteso dalla ragazza per tirare fuori

dallo zaino le provviste spartane, che consistevano in una grossa

pagnotta e in diverse uova sode.

-4-

Tra un boccone e l’altro, in men che non si dica,

mandammo  giù avidamente quel ben  di  Dio, che ci parve

saporitissimo e molto gradito. Fu anche il momento di continuare

la conversazione che tutti volevamo portare avanti.

Iniziai a chiedere:Come mai non portate appresso, assieme alle bestie da

pascolare, anche un cane? Potrebbe esservi di molto aiuto: ve ne

sono alcuni che, oltre a fare la guardia, da soli riescono a tenere

compatto il gregge o la mandria.

Giulia cercò di soddisfare la mia curiosità:

- In tutta l’isola si aggirano pochissimi cani e gatti. Il

perché non te lo so spiegare; forse perché i cani da guardia non

hanno alcun motivo d’esistere, non accadendo, da tempo

immemorabile, né furti né omicidi; non circolano gatti, molto

probabilmente, perché non ci sono topi d’alcun genere. Anche due

animali da sfamare possono rappresentare un peso per le nostre

famiglie, avendo già i loro problemi da risolvere, nel tenere a bada

lo stomaco dei suoi componenti!

Rimasi assorto di fronte a quelle spiegazioni così semplici,

ma anche così ovvie e, subito dopo, proseguiì:

- Forse le mie domande vi sembrano fuori luogo, tante

cose mi appaiono talmente diverse dal mio mondo che ho bisogno

del vostro aiuto, per capire la realtà che vi circonda. Ora debbo

farvi un’altra domanda, sperando che non vi appaia strana: non vi

capita mai di recarvi a mare a fare un bellissimo bagno?

Giulia prese subito la palla a balzo:

- Ti abbiamo osservato, poco fa, che non stavi nella pelle

mentre rivolgevi lo sguardo verso la distesa azzurra, e mostravi

chiaramente che avresti desiderato molto di più startene sugli

scogli, in riva al mare, magari per sentire soltanto la sua frescura,

piuttosto che andare appresso agli animali quassù in montagna.

Perciò, se vuoi, una di queste domeniche, dopo la messa, potremmo

andarcene alle “Grotte storte”, una piccola caletta vicino Scauri, a

fare il bagno e a prendere i ricci. Poi, nei prossimi giorni, quando ci

recheremo a Pantelleria, per far rifornimento di grano o di altro,

approfitteremo per andare al “Bagno dell’acqua”.

- Che cos’ è?

- E’ un laghetto caratteristico che ha le acque molto calde,

ma che sono salate, e di cui non si è ancora riusciti a calcolare la

profondità. Le acque, molto dense e piene di sali sulfurei, sono utili

per la pelle e, soprattutto, per i dolori reumatici. Vicine, vi sono

pure le “fumarole”, che lo alimentano con improvvisi getti di

vapore, provenienti dall’interno della superficie vulcanica.

Rimasi elettrizzato dalle proposte di Giulia. Le

manifestai tutto il mio gradimento perché cominciava a sentire il

bisogno di esplorare tutto il territorio, per avere delle risposte alle

mie curiosità.

In particolare mi spiegarono che l’isola era sorta dalla lava

fuoruscita, nel corso dei millenni, dal fondo del mare, a seguito di

tante e tante eruzioni vulcaniche e che, in estrema sintesi, essa si

trovava vicinissima a diversi crateri, uno dei quali era situato

proprio sotto il laghetto, che ne copriva la bocca, e gli altri lungo il

mare.

Assunsi un atteggiamento esterrefatto, quando gli

amici mi accennarono della comparsa, qualche decennio prima,

poco distante, di un’isoletta alzatasi all’improvviso dal fondo del

mare, dopo alcune violente scosse di terremoto. Quell’episodio

aveva naturalmente alimentato nella gente una serie di racconti, tra

il vero e l’immaginario, che ancora erano oggetto di accese

discussioni. Le tracce del terremoto, concomitante a quell’episodio,

erano però ancora visibili nelle mura d’alcuni edifici e, in

particolare, in quelle che rimanevano della chiesa vecchia,

abbandonata perché crollata. Tra l’altro, quell’avvenimento si era

ripetuto diverse volte e, nel 1863, avvenne la famosa “guerra” tra

gli inglesi e i Borboni, che si disputarono il possesso di quel lembo

di terra (chiamato poi, isola Ferdinandea), scomparso dopo qualche

giorno, risucchiato dal fondo del mare, dal quale era stato

catapultato fuori.

Senza accorgercene, continuammo a chiacchierare e a

fantasticare, standocene distesi, con lo sguardo proteso verso il

mare, all’ombra della boscaglia, mentre distrattamente davamo una

sbirciata agli distante animali.

Era trascorso tutto il pomeriggio e nessuno aveva

voglia di interrompere quei discorsi che per me apparvero

interessanti e mai immaginati.

Ma gli animali mugugnavano e, in particolare gli asini con il

loro sommesso “raglio” dettero l’avviso che urgeva levare le

“ancore” e fare ritorno a casa……..

 

 

 

 

 

 

 

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