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L’Europa post elezioni.

Le elezioni europee sono ormai dietro le spalle, e sono già in corso le grandi manovre per l’elezione dei nuovi vertici: Presidente della Commissione Europea, Presidente della Banca Centrale Europea, Presidente del Parlamento Europeo, eccetera.

Non c’è stata – e non poteva esserci – una vittoria su tutta la linea dei sovranisti; ma questi, o i loro alleati della fazione euroscettica dei popolari, sono arrivati primi in numerosi Stati dell’Unione: Italia, Inghilterra, Francia, Belgio, Austria, Ungheria, Polonia, Slovenia, e probabilmente qualche altro “minore” che al momento mi sfugge. E, dove non hanno vinto, i sovranisti hanno ottenuto comunque risultati di tutto rispetto, mai al di sotto del 10%.

Naturalmente, tutti gli altri insieme hanno più eletti, almeno fino alle prossime elezioni. Ma adesso i popolari della tendenza Merkel e i socialisti non detengono più da soli la maggioranza assoluta del parlamento europeo, e sono costretti ad allearsi (cedendo posti di potere) con altri: gli ultraliberisti (e ultra antifascisti) dell’ALDE, e quella strana creatura “verde” che – è mio personale convincimento – è stata fabbricata artificialmente per sterilizzare una parte del voto di protesta, soprattutto in Germania e nei paesi scandinavi.

Come si vede, non é affatto vero che – come dice qualcuno per consolarsi – «in Europa non è cambiato niente». In realtà, in Europa è cambiato tanto. Non tutto, ma comunque tanto. Certo, i primi effetti del cambiamento potranno cominciare a vedersi soltanto quando verrà nominato il nuovo governo europeo (la Commissione) ed il suo Presidente. Per vedere qualche cosa di più si dovrà pazientare fino a quando (e se) si darà luogo ad una revisione di quei trattati che hanno segnato il declino, non soltanto economico, dell’Europa.

Nel frattempo, però, la vecchia Commissione rimarrà in carica (fino all’insediamento della nuova) e continuerà a far danni; continuerà – soprattutto – a tentare di mettere con le spalle a muro l’Italia, la cui ancor ricca economia nazionale si vuole finire di distruggere in tutta fretta, fino all’ultimo “gioiello di famiglia” da depredare (i francesi si sono appena presi il parmigiano reggiano), fino all’ultima privatizzazione, fino all’ultima dismissione, fino all’ultima squadra di calcio di serie A.

Modello Grecia – per intenderci – dove la rete telefonica nazionale è adesso proprietà di Deutsche Telekom, dove i cinesi si sono presi il porto del Pireo, dove gli sceicchi arabi si sono comprati arcipelaghi interi. Tutto ciò si è potuto realizzare perché la mafia dei “mercati” aveva preventivamente rastrellato tutta la liquidità disponibile, lasciando nelle tasche dei cittadini ellenici solo quanto bastava loro per mangiare, e talora neanche quello. Ricordate le file davanti ai bancomat di Atene nei giorni più caldi della crisi? Il denaro era stato aspirato da una gigantesca idrovora, lasciando il governo senza i soldi neanche per l’ordinaria amministrazione, e lasciando i privati nella miseria più nera.

Non solo, ma il governo – guidato da quel cuor-di-leone di Alexis Tsipras – era perentoriamente invitato ad affamare ancor più i suoi cittadini (riforma delle pensioni, licenziamenti e tutta la gamma del massacro sociale) per ottenere gli “aiuti” dell’Unione Europea. “Aiuti” – ed uso sempre le virgolette – che il governo Tsipras, alla stregua di un semplice passacarte, ha quasi per intero girato alle banche tedesche (e francesi) che avevano investito sui titoli di Stato ellenici. É stato calcolato – lo riferiva D’Alema in una recente intervista televisiva – che dei 250 miliardi di euro dati alla Grecia dalla comunità internazionale, ben 220 siano andati alle banche straniere, sotto forma di interessi sul debito pubblico ellenico. Misteri dello spread in salsa ateniese.

Per l’Italia i “mercati” progettavano qualcosa del genere. Con più prudenza, con più gradualità, con tempi più lunghi, ma con gli stessi obiettivi. Certo, bisognava lavorarci meglio, evitare le sbavature, ricorrere magari a qualche sortilegio contabile. Per cominciare, si è asfissiato il governo centrale, ridotto ormai senza neanche i soldi per spegnere gli incendi estivi. Tutti i denari ottenuti dai risparmi, dalle economie di bilancio, dalle spending review dovevano servire innanzitutto a pagare gli interessi sul debito pubblico; e dovevano, naturalmente, essere dirottati all’estero e sottratti al circuito dell’economia nazionale.

Idem per i privati, torchiati da un sistema di tassazione a più livelli, la cui missione è quella di impoverire le famiglie e di sottrar loro risorse; risorse destinate ad essere dirottate nelle casse della fiscalità generale, salvo ad essere poi utilizzate anch’esse per il pagamento di interessi e accessori.

Se il piano era questo, ecco spiegato il motivo del fuoco di sbarramento contro il progetto di mini-bot. Creare liquidità aggiuntiva, immettere denaro (sia pure “complementare”) nel circuito dell’economia nazionale è il solo sistema che consentirebbe all’Italia di contrastare il disegno di dissanguamento monetario su cui i “mercati” stanno lavorando.

Non si può lasciare passare il principio che lo Stato possa creare una moneta aggiuntiva (che tale sarebbero i mini-bot), sia pure per un cómpito limitato, quello di pagare i debiti della pubblica amministrazione verso i privati. Debiti che – checché ne dica il ministro Tria – sono comunque tanti: da 50 a 90 miliardi di euro – secondo le diverse stime – mica bruscolini.

Se passasse questa idea, domani lo Stato potrebbe ricorre a una emissione di mini-bot per pagare le pensioni, o per finanziare la spesa sanitaria, o per i più svariati motivi. E, naturalmente, il disegno di ripetere qui da noi il copione greco, andrebbe a farsi benedire.

Forse sono sceso un po’ troppo nello specifico, ma non credo di essere andato fuori tema. Anche questo, anche quello che io chiamo il “progetto greco” rientra nel gioco di nuovi equilibri europei che sono ancóra da definire, ma che comunque non potranno più essere – mi auguro – quelli del passato.

L’esito di questa tornata europea – soprattutto in Italia ma non solamente in Italia – ha segnato la fine di una Europa germanica che è uscita perdente dalla mischia elettorale. Anche perché – ma questo qui da noi non lo si sa – malgrado la abbuffata a spese delle economie dell’Europa meridionale, le banche tedesche sono in crisi, in crisi nera.

Naturalmente, non è detto che i nuovi equilibri europei debbano necessariamente essere migliori di quelli della gestione Junker. Molto dipenderà dal lavoro preparatorio che si va facendo in queste settimane, e dalle trattative per votare un nominativo o un altro alla presidenza della Commissione Europea.

Non so se il nostro Presidente del Consiglio (ammesso che lo resti per tutta l’estate) sia all’altezza del cómpito. Lui ama il clima di Bruxelles, lo fa sentire importante, come se avesse lui il bandolo della matassa.

Io spero caldamente che il buon Conte sappia cogliere i termini essenziali delle questioni in gioco. Che comprenda che il presidentino francese Macron è, allo stato, il peggior nemico degli interessi italiani. Che si renda conto che per noi è preferibile che la Germania abbia la presidenza della Commissione Europea, in modo da non poter avere poi anche quella della Banca Centrale Europea, considerato che il candidato tedesco a quest’ultima presidenza ci è teutonicamente ostile. Che l’Italia deve avere un Commissario “pesante”, in grado di incidere concretamente sulle scelte economiche della Commissione, piuttosto che un ectoplasma da lusingare con un incarico di prestigio ma di nessun peso specifico.

Ecco (e chiedo scusa per avere affrontato insieme argomenti che avrebbero richiesto ognuno una trattazione a parte)… Ecco – dicevo – è tutto questo ed altro ancóra che percorre ed agita questo particolarissimo momento della politica italiana e della politica europea, oggi più che mai intrecciate, interconnesse. La procedura d’infrazione, il “modello greco”, i mini-bot, le trattative per le presidenze degli organismi europei, sono tutti elementi che concorrono a determinare una congiuntura politica che vede l’Italia nel ruolo di apripista di una grande svolta in Europa. Una svolta che forse non è ancora del tutto maturata, ma che già si intravede.

Il momento è perciò difficile. Speriamo che i nostri governanti siano all’altezza della situazione, e che sappiano difendere i nostri interessi di fronte all’arroganza di chi ci ha, fino ad oggi, dominato.

Michele Rallo

 

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