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di Michele Rallo

Appunti storici della politica estera dell’Italia prima della seconda guerra mondiale

(seconda e ultima parte)

LA DIFESA DELLA INDIPENDENZA AUSTRIACA

Da quel momento riprendeva vigore la “politica dei blocchi”. Londra allineava la sua linea diplomatica a quella di Parigi (poi succederà esattamente il contrario) ed insieme si davano ad ostacolare in tutti i modi la nostra politica nell’Europa Orientale, oltre che in Africa. L’Italia reagiva rafforzando le sue alleanze nell’Europa danubiano-balcanica: con l’Austria di Dollfuss e l’Ungheria di Gömbös (Protocolli di Roma del marzo 1934) ma anche con la Bulgaria di Boris III e con l’Albania dell’ínfido Re Zog.                                                                               Roma andava delineando il suo sistema d’alleanze, speculare a quello francese ma anche con una funzione ben precisa (e dichiarata) di contenimento della spinta germanica. Cosa particolarmente evidente nel caso dell’Austria, paese di etnìa e di lingua tedesca che Hitler non faceva mistero di voler annettere al Terzo Reich. E, infatti, nel luglio 1934 i nazisti austriaci scatenavano una sollevazione, nel corso della quale il cancelliere Dollfuss veniva assassinato.

Sarebbe stato logico, a quel punto, che gli “occidentali” intervenissero di comune accordo per  scongiurare il pericolo di un Anschluss. E invece niente. L’Italia veniva lasciata sola a difendere l’indipendenza austriaca, e Mussolini doveva giocare il tutto per tutto, schierando al Brennero le sue divisioni. Per fortuna, a quel tempo l’esercito italiano faceva paura anche a Hitler, che non se la sentì di correre il rischio di una guerra con l’Italia, e rinunziò – per il momento – ai suoi disegni. Ma era stato chiaro che Francia e Inghilterra avrebbero preferito un’Austria annessa alla Germania nazista, piuttosto che un’Austria indipendente ma legata all’Italia.

Da quel momento fu tutto un susseguirsi di azioni anglo-francesi apertamente ostili all’Italia, quasi una ripetizione di quella serie infinita di provocazioni che nel 1882 ci avevano portato a rompere con gli “occidentali” e ad allearci con gli imperi “centrali”. Operazione – quella del 1934 – dovuta non a semplice stupidità diplomatica, ma ad un sapiente (e inconfessabile) disegno: quello di evitare che le opinioni pubbliche di tutti i paesi occidentali (compresi gli Stati Uniti) continuassero a guardare con estremo favore all’Italia fascista, facendo in modo che questa venisse da allora in poi accomunata alla Germania hitleriana in un unico giudizio, complessivamente negativo.

L’acme di questa politica venne toccato nell’ottobre 1935, quando ebbe inizio la nostra guerra per la conquista dell’Etiopia. Si era in piena epoca del colonialismo – si ricordi – e l’Italia non faceva altro che seguire lo spirito dei tempi, sulle orme delle Grandi Potenze occidentali che in Africa avevano immensi imperi coloniali. Eppure, immediata era l’alzata di scudi di Londra e di Parigi, che con somme ipocrisia ci rimproveravano – proprio loro! – di voler soggiogare un popolo africano. Addirittura, i nostri eterni “amici ed alleati” tentavano di strangolarci economicamente, facendo decretare dalla Società delle Nazioni quelle che passeranno alla storia come le “inique sanzioni” contro l’Italia. Per contro – come era avvenuto nel 1882 – la Germania faceva di tutto per dimostrarsi nostra amica e, naturalmente, rifiutava di aderire alle sanzioni antitaliane.

Il blocco degli Stati totalitari iniziava lentamente a prendere forma. Ma a costruirlo non era la volontà “d’acciaio” dei due regimi, quanto piuttosto la protervia di Francia e Inghilterra.

 

LA GUERRA DI SPAGNA

Un altro passo verso i “blocchi ideologici” si compiva nel 1936, quando le forze nazionaliste spagnole insorgevano contro il governo comunista di Madrid. L’Italia dava súbito un sostegno massiccio agli insorti. Interveniva anche la Germania nazista, sia pure con aiuti assai piú contenuti. Andava prefigurandosi una “guerra ideologica” che vedeva da una parte le forze fasciste e filofasciste, e dall’altra le forze comuniste e filocomuniste. Da una parte l’Italia, la Germania, il Portogallo, i volontari nazionalisti di tutta Europa e, in primissima fila, un Vaticano schierato nettamente a sostegno dell’Alzamiento. Dall’altra la Russia sovietica, le Brigate Internazionali di mezzo mondo e, soprattutto, il governo francese del Front Populaire, che era il più accanito sostenitore dei figliocci del Frente Popular spagnolo.

C’erano tutti gli ingredienti per immaginare una guerra ideologica a tutto campo. E lo era certamente. Da parte italiana, tuttavia, si trattava di una guerra anche ideologica, con in primo piano la difesa di un interesse nazionale, più che le ragioni di una ideologia. Certo, il nostro intervento era emotivamente frutto della solidarietà verso i correligionari della Falange e delle altre forze nazionaliste iberiche. Ma anche – e forse principalmente – l’Italia fascista andava a fare la guerra in Spagna per abbattere un governo d’obbedienza francese, per dislocare il nostro esercito (o un esercito alleato) al confine occidentale della Francia, per piazzare una pesantissima spada di Damocle sul capo degli infidi “cugini” di Parigi.

Si spiega così – e solo così – l’imponenza del nostro sforzo interventista, di gran lunga superiore a quello di tutti gli altri protagonisti stranieri del conflitto spagnolo. La Germania inviava la Legion Condor, il Portogallo mandava i volontari Viriatos, noi intervenivamo con un intero Corpo di spedizione (il Corpo Truppe Volontarie in Spagna). E dire che, allo stesso tempo, eravamo fortemente impegnati in un altro dispendioso conflitto, in Africa. Evidentemente, la nostra “Guerra di Spagna” non era soltanto uno scontro di carattere ideologico, ma una vera e propria guerra nazionale, mossa contro gli alleati dei nostri cari “cugini” francesi.

Questo era lo stato delle cose quando ci si avviava verso il 1938, l’anno che avrebbe visto un ruolo di assoluto rilievo dell’Italia nello scacchiere diplomatico europeo.

 

 

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