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di Michele Rallo

 

«Tutto dipenderà dall’ampiezza della vittoria sovranista», titolavo il mio pezzo del mese scorso. E, nel contesto dell’articolo: «… i risultati non dovrebbero riservare sorprese: avanzata a valanga del fronte sovranista (Lega + Fratelli d’Italia), crollo parallelo di PD e Cinque Stelle (in gara tra loro per chi riuscirà a sopravanzare l’altro di uno zero virgola), mortificazione di Forza Italia e di tutti i “moderati” comunque camuffati. Sconfitta cocente, infine, per un Bergoglio ormai in campagna elettorale permanente contro Salvini, e che sta per essere sconfessato clamorosamente da un elettorato cattolico che è nettamente contrario alla politica immigrazionista.»

Potrei dire, previsioni azzeccate al 90%. Tranne che per il PD, che è riuscito ad arginare il crollo (non ad avanzare) soltanto perché i Cinque Stelle hanno perso più del previsto. Per il resto, ci avevo visto giusto. A cominciare dal risultato complessivo dell’asse Salvini-Meloni che si avvia a pensionare definitivamente il cavalier Silvio Berlusconi. Nell’articolo del mese precedente, anzi, mi ero spinto fino ad ipotizzare le esatte dimensioni della possibile nuova alleanza: «i due insieme rappresentano un “asse sovranista” che sfiora il 40% dei voti». Ebbene, il 40% è stato raggiunto e superato. E il 40% – si ricordi – è quella soglia magica che, anche nel caso di una corsa a tre come quella dell’anno scorso, garantisce una maggioranza assoluta dei seggi in entrambi i rami del parlamento.

Anche questo aspetto e questa prospettiva rafforzano ed amplificano le dimensioni della vittoria dei “sovranisti”. Definizione, questa, che oggi serve ad indicare l’insieme di quanti: 1) respingono l’invasione migratoria patrocinata dall’alta finanza e da questo Papa; 2) rifiutano l’acquiescenza alle direttive politiche, economiche e sociali dell’Unione Europea.

Dunque, la vittoria sovranista c’è stata, e la sua ampiezza è tale da conferire a Matteo Salvini un potere contrattuale immenso. É lui a poter decidere se ed a quali condizioni il governo giallo-verde potrà continuare a sopravvivere.

Il mio personale parere è quello che già altre volte ho espresso su queste pagine: Salvini farebbe bene a staccare la spina, subito, senza perdere altro tempo, prima che i nodi economici del caos grillino vengano al pettine.

La Commissione Europea si appresta a chiederci di dar corso alle “clausole di salvaguardia”, cioè ad aumentare l’IVA. Se il governo intende onorare la promessa di non aumentare l’IVA, ha soltanto due strade davanti a sé: o propinarci un robusto supplemento di macelleria sociale, sotto forma di “spending review”, come i governi del passato; o rifiutarsi di obbedire al diktat dell’Unione Europea.

La prima ipotesi sarebbe disastrosa, anche per la popolarità di Salvini. La seconda, invece, sarebbe la risposta giusta, accolta con favore dall’opinione pubblica ma ostacolata alla morte dal Presidente della Repubblica. Orbene, se Salvini ritiene di avere la forza per imporre la seconda soluzione, allora potrà correre il rischio di mantenere in vita questo governo zoppo. Diversamente, rischierebbe di bruciare in una notte tutto l’immenso patrimonio di fiducia che il popolo italiano gli ha attribuito.

 

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