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Siciliani nella storia

Il “caso Crispi”

Una tardiva rivendicazione

 

Di Salvatore Costanza

 

Poteva, Crispi, con la sua loquacità tribunizia, rappresentare i Siciliani che “parlano poco e non si agitano, che si rodono dentro e soffrono”? Al garibaldino Nievo della metafora narrativa del “Quarantotto” di Leonardo Sciascia, non piacevano i Siciliani “come Crispi”. Così, nel lessico letterario dello scrittore di Racalmuto, il personaggio Crispi pagava il suo tributo personale al revisionismo storiografico del Risorgimento italiano.

 

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Crispi e Giolitti sono stati considerati, nel giudizio corrente della pubblicistica storiografica, gli uomini di Stato che hanno impersonato il carattere ambivalente (ambiguo) della politica italiana. Crispi, che voleva assicurare, con il suo rigore repressivo contro i movimenti sociali, la stabilità dell’Italia unita, e proiettarla sullo scenario internazionale per le conquiste coloniali. Giolitti, l’uomo del compromesso istituzionale (Nord/Sud), con la sua capacità di mediare tra interessi contrapposti, ma anche di saper gestire la rete clientelare del suo potere (“Ministro della mala vita”, lo aveva definito il meridionalista Salvemini). L’uno e l’altro, artefici del sistema politico, e delle velleità, del Paese post/unitario, che il fascismo sopravvenuto aveva lasciato, sommerso, nel corpo totalitario del “compromesso borghese”.

Interpretazioni storiografiche, queste, che hanno segnato lo stesso                   dibattito politico degli anni ’50 e ’60 del secolo scorso, con il giudizio negativo espresso da Gramsci nei confronti di Crispi, e quello positivo espresso da Togliatti nei confronti di Giolitti. Giudizi calati nel contingente di una lotta politica eccessivamente ideologizzata. Ma pure oggi riverberano nel contrasto tra i partiti (o pseudotali) le rivalse nazionaliste di un tempo, oltre che il restauro dei compromessi parlamentari di giolittiana memoria.

Un corposo volume, che pubblica gli “Atti” dei Convegni storici organizzati, dal maggio all’ottobre del 2018, tra Roma, Messina, Palermo e Agrigento, ha raccolto gli interventi e le relazioni di una trentina di studiosi italiani invitati a “rileggere” Crispi, rivendicandone l’azione di riformatore delle istituzioni (“Rileggiamo Crispi a 200 anni dalla sua nascita. 1818-2018”, a cura di Marcello Saija). I numerosi contributi contenuti nel volume di 600 pagine affrontano tematiche diverse, e tutte più o meno riconducibili al personaggio Crispi e alla sua attività politica, senza dimenticare risvolti della sua personalità umana e professionale.

Ancora oggi, sostiene Giuseppe Barone, Crispi resta un enigma storico: “La pur vasta bibliografia che lo riguarda è talvolta di scarso valore, viziata dalle polemiche coeve, da pregiudizi ideologici, da interpretazioni parziali. Santificato come eroe del Risorgimento, accusato di tradimento quando opta per l’Unità d’Italia sotto la monarchia sabauda, esaltato per le riforme sociali e istituzionali del suo primo governo, ma poi bollato come reazionario e megalomane per la repressione dei Fasci siciliani e per la sconfitta di Adua. Crispi perciò attende ancora un equilibrato e condiviso giudizio storico”.

Per ricostruire la complessa personalità di Crispi, il contributo dei  relatori (storici e giuristi, economisti e scrittori di “varia umanità”) ne hanno configurato il profilo di statista ripercorrendo il suo lungo itinerario politico,  dalla formazione mazziniana del suo pensiero agli atti del governo dittatoriale garibaldino (1860) e al consolidamento dell’amministrazione unitaria dello Stato, fino al travagliato periodo di fine secolo Ottocento, quando di fronte alla mobilitazione del movimento operaio e contadino, il “crispismo”, come rete del consenso della borghesia e ideologia dell’unitarismo, doveva ripiegare su trincee conservatrici.

Eppure, nonostante lo svolgersi nel Parlamento italiano di fasi politiche alterne, e le diverse opzioni della Sinistra (estrema e moderata), la vocazione riformatrice di Crispi fu ben presente, sia nel settore istituzionale dell’assetto statuale, sia in quello economico e sociale del riformismo agrario, dove però di fronte alle resistenze dei grandi proprietari terrieri non si potè avere alcun effetto innovativo. Lo stesso declino politico di Crispi, dopo la sconfitta di Adua (1896) nella guerra di Abissinia, segnò la fine stessa del Risorgimento, più o meno eroico.

 

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Fin qui, gli itinerari della ricerca storiografica di quanti hanno voluto “rileggere” Crispi con diversa, e più equilibrata, prospettiva di quanto non si sia fatto in passato, fuori dalle strette ideologiche, nazionaliste o gramsciane. Per questo, l’elenco delle tematiche affrontate dai singoli autori ci offre aspetti inediti, revisioni e riflessioni di vario genere, tutti elementi utili ad una auspicabile restaurazione biografica. Crispi esule a Malta e a Parigi, giornalista, avvocato, massone, deputato e ministro; ma pure un episodio, finora inesplorato relativo alla sua “doppia” famiglia, che lo coinvolse in un’accusa di bigamia. Il processo lo mandò assolto. Ma il dubbio, però, è rimasto; e il recupero della documentazione nell’Archivio arcivescovile di Malta ha provato la piena legalità del matrimonio di Crispi con Rosalie Montmasson (Maria Attanasio, “Cercando Rosalie”).

Crispi aveva conosciuto Rosalie nel 1849, durante il suo esilio in Piemonte, e l’aveva sposata nel 1854. Unione affettiva saldamente ancorata agli ideali patriottici (e mazziniani), che Rosalie, unica donna tra i garibaldini dei “Mille”, sostenne con esemplare dedizione e coraggio. Poi il matrimonio con la giovanissima Lina Barbagallo, nel 1878, da cui era nata (cinque anni prima) Giuseppina. Un intreccio affettivo che ci consegna, nella ricostruzione contenuta nel volume, un ritratto dell’uomo Crispi poco conosciuto nei risvolti morali della sua turbinosa esistenza.

C’è da dire, alla fine, che la “lettura” di Crispi, così articolata e documentata, apre altri orizzonti di ricerca, che restano tuttora inesplorati, dal momento che la sua forte e complessa personalità dovette misurarsi con gli eventi eccezionali della formazione dell’Unità d’Italia. Che non erano soltanto di eroico protagonismo guerriero, ma soprattutto di formazione dell’assetto civile del Paese. Le ragioni della politica dovevano, perciò, stemperare e sciogliere i suoi ardori mazziniani, e portarlo sulle sponde del colonialismo, in una impresa che di “risorgimentale” aveva ben poco.

Una biografia di Crispi, dunque, come quella di Giolitti, può “leggersi” non soltanto come traccia esemplare della storia d’Italia, ma pure come il ritratto speculare della classe dirigente italiana, di ieri e di oggi.

Salvatore Costanza

 

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