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LE FONDAZIONI

STRUMENTO PER LO SVILUPPO DEI TERRITORI

Di Fabrizio Fonte

 

È sempre più forte, in epoca di globalizzazione imperante, la spinta contraria a “ritornare al territorio”, per riappropriarsi in forme uniche e differenziate dei luoghi riscoprendone le identità peculiari. Questa tensione ideale volta al recupero, alla custodia ed alla valorizzazione delle specificità dei diversi territori, promossa da un insieme molteplice e variegato di forze sociali, attori economici, operatori culturali, amministrazioni, comuni cittadini e gruppi informali, configura un modello di sviluppo (cosiddetto “dal basso” – bottom-up) centrato sulla comunità e sulla sua capacità di esprimere profondi legami di senso in rapporto al territorio nel quale essa è insediata. Ed è proprio in questa logica che entra in gioco lo strumento delle fondazioni, che proprio per il ruolo, spesso a dire il vero ingenerosamente criticato, di soggetti che non devono rispondere al mercato o alla politica, possono avere proprio per la loro terzietà uno “sguardo lungo”, ovvero non schiacciato sulle esigenze di redditività a breve del mercato o di consenso elettorale della politica. Non v’è dubbio che già oggi alcune fondazioni, presenti sul territorio, svolgano un ruolo di questo tipo (un buon esempio è costituito, ad esempio, negli ultimi anni dalla «Fondazione Orestiadi» di Gibellina). Ma è altrettanto vero che il rafforzamento della loro legittimazione, anche rispetto alle accuse ricorrenti di autoreferenzialità e di uso frammentato e distributivo delle risorse, passa dalla capacità di potenziare il loro ruolo nell’offerta di «semi» per lo sviluppo locale. Tale capacità dipende, ovviamente, da aspetti relativi alla governance e dalla qualità della loro azione per lo sviluppo locale, promosso mediante delle strategie di intervento basate su logiche, per l’appunto, di medio e di lungo periodo. Nel senso che possono accrescere la loro capacità di progettazione autonoma nelle erogazioni, coordinare gli interventi nei diversi settori e ridurre significativamente la frammentazione degli interventi riducendone il numero ed i costi medi. Tuttavia la rilevante capacità di intervento delle fondazioni sullo sviluppo dei territori può essere ulteriormente rafforzata con una serie di accorgimenti e di misure che riguardano sia la governance (come già detto) che il processo decisionale. Questi risultati rafforzano l’idea più generale che i «corpi intermedi» non debbano essere necessariamente visti come una fonte di inefficienza e di distorsione nell’uso delle risorse o come luoghi di autoreferenzialità da ridimensionare a favore del mercato e/o della politica, ma a certe condizioni possano essere, invece, uno strumento prezioso e difficilmente sostituibile, per realizzare quei beni collettivi per la competitività e la coesione, senza i quali è difficile valorizzare alcune potenziali risorse territoriali. Tra l’altro la loro natura è ibrida, risultando enti privati con finalità pubbliche, che si manifestano, a livello locale, attraverso interventi nei settori dei beni culturali, dell’assistenza sociale, del volontariato e della beneficenza, della salute e in generale dello sviluppo locale. Un’azione fondamentale, che spesso è poco riconosciuta, quando non criticata. Ma è proprio in questa fase di globalizzazione, foriera di tensioni per i territori, che le fondazioni, ad essi così strettamente legate, possono contribuire al rilancio dello sviluppo locale: ascesa e declino di un territorio dipendono, infatti, dalla capacità di ridefinire la sua identità per adattarla e rispondere alle sfide esterne. L’importante che ciò avvenga all’interno di una strategia di sviluppo che promuova la cooperazione tra i vari attori locali, che trasformi il territorio, da «arena» in cui interagiscono diversi attori, in un vero e proprio «soggetto collettivo».

 

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