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Di Alberto Barbata

(Seconda e ultima parte)

 

MISILISCEMI E LE FONTI STORIOGRAFICHE

Le prime notizie certe del feudo di Misiliscemi sono riscontrabili nei “Capibrevi” di Giovan Luca Barberi, scritti agli inizi del XVI secolo. Il Barberi era il Procuratore fiscale e ufficiale della Cancelleria, al servizio del governo vicereale di Sicilia, al tempo di Ferdinando il Cattolico(14). La sua opera, per circa tre secoli, pur non essendo stata dichiarata atto ufficiale dello Stato, è rimasta la fonte più autorevole per la soluzione delle difficili e contorte questioni di diritto feudale in Sicilia e fu utile spesso a smascherare situazioni di fatto illecite, nell’interesse ovviamente del pubblico erario. Nell’esame storico-giuridico dei feudi del Val di Mazzara, il Barberi traccia un profilo ben definito del feudo di “Michilxemi”, un antico “tenimentum” di origine araba, legato alla storia della famiglia trapanese “de Sigerio”, una delle più potenti della città, che più tardi, nel secolo XVII, avrebbe assunto il “cognomen” di Sieri Pepoli, in ricordo delle antiche ed illustri origini bolognesi.(15)

Il feudo di Misiliscemi, insieme alla Signoria del feudo del Culcaso o Mangiadaini e alla baronia di Misilxarari o Fontanasalsa (già feudo di Mihilcarari), investe, per alleanze matrimoniali e politiche, il destino e le fortune di un gruppo di famiglie trapanesi, importanti nella storia siciliana, dall’età federiciana al periodo aragonese.

I documenti, citati dal Barberi e poi ripresi nel XX secolo dal San Martino De Spucches, nella sua “Storia dei Feudi siciliani”, riportano concessioni, investiture, ribellioni, confische, revisioni fiscali che investono la storia familiare degli Emmanuele o “de Manuele” e dei Fisaula per il Culcaso, concesso da Re Giacomo, nel 1286, in considerazione dei servizi resi alla Corona da Ruggero Emanuele, dopo averlo tolto per confisca al ribelle Simone de Calatasimo (o de Calatafimi). Invece per il feudo di Misilxarari, le vicende storiche hanno inizio già fin dal tempo di Federico II che lo concesse a Dampuo Garzieperis de Ballihari nel 1222, per culminare, alla metà del trecento, nelle mani dei Passaneto, cui venne riconfermato più volte “jure francorum” come feudo, con l’obbligo del servizio militare di un cavallo armato, per ogni onze venti di reddito.

Così anche per Misiliscemi, sono riportati diversi passaggi dovuti ad alleanze matrimoniali o a ribellioni e conseguenti confische. Una notizia interessante, certamente risalente ad antichi documenti e cronache perdute, viene riportata negli Annali del Parroco Giuseppe Fardella, il quale racconta che re Federico III, l’assertore della libertà e dell’autonomia politica dei siciliani, concesse, nel 1319, a Sigerio “de Sigerio” “li feudi di Misilixemi e Maxellisimit nel territorio di Xacca che prima furono di Ugone Talac, regio cavaliere di Mazara per li servizi prestati nel tempo dell’Assedio di Trapani”.(16)

La notizia confermerebbe la fedeltà risaputa agli aragonesi da parte dei trapanesi, fin dal tempo dell’arrivo di re Pietro nel porto di Trapani nel 1282 e la conseguente e continua difesa della città e del suo territorio, durante i postumi della Guerra del Vespro, tra le forze angioine di Re Roberto e quelle siciliane. Non solo troverebbe conferma la fedeltà di Trapani e quindi di famiglie importanti come i Sigerio, ma anche la notizia, riportata dal Pugnatore nella sua “Istoria di Trapani”, della distruzione dei due casali di origine araba “Castellazzo e Misilichemi”, durante le scaramucce dell’assedio del 1317. Tutta la costa del trapanese, fino a Marsala, e le campagne vicine alla città di Trapani, furono messe a soqquadro, più volte, in quegli anni terribili e funesti della storia siciliana, soprattutto dopo la sconfitta, subita dagli angioini, nel dicembre del 1299, ad opera degli aragonesi, durante la battaglia della Falconaria, che si svolse, nella pianura trapanese, ad appena un paio di miglia da Misiliscemi, verso Marausa.

I feudi sopracitati, a sua volta frammentati, pervennero, lungo il corso del secolo XIV, dalle mani dei Sigerio a quelle dei Passaneto e da quest’ultimi di nuovo tornarono nelle mani dei vecchi feudatari, ai primi nel dicembre del 1372, come si evince da una vendita effettuata in favore di Salvatore “de Sigerio” (Misilxarari e anche le terre di Misiligiafari), riscontranbile in un atto del notaio Giovanni Sapiente, a sua volta riportato in transunti storici della Famiglia Sieri Pepoli.

Il Barberi riferisce, nel suo latino curiale, che tali feudi, al tempo dei Martini, si trovavano in possesso di Don Riccardo de Sigerio, al quale furono confiscati “ob illius rebellionem”. Misiliscemi, a sua volta, fu concesso nel 1393 al cavaliere mazarese Antonio de La Penya: “Feudum vero Misilixemi, sicut predicitur, in quondam Riccardi de Sigerio posse devenit, et nihilominus quo jure nullus in Regia Cancelleria titulus apparet; quod, ob illius rebellionem, Curie Regie apertum et devolutum extitit, ac postmodum per Serenissimos Reges Martinum et Mariam quondam Antonio de La Penya mazariensij, et suis in perpetuum heredibus jure francorum, sub consueto militari servicio concessum; sicuti in prenarrato ipsorum regum privilegio dato Cathanie XXVI° Septembris II^ Indicionis 1393 et in Regie Cancellerie libro anni 1392 in cartis 111 notato, continetur”).

Al tempo del Barberi, nel 1522, Misiliscemi apparteneva a Giacomo “de Sigerio”, discendente diretto di Riccardo, costretto a condurre una battaglia legale con l’erario che sosteneva che molti dei territori in possesso della nobiltà siciliana, non erano burgensatici o proprietà allodiali, ma dei veri feudi con relative investiture, non onorate nel tempo di quanto dovuto a livello fiscale verso la corona. Il Sigerio sosteneva che Misiliscemi era una proprietà fondiaria, si direbbe oggi, privata e non soggetta a tasse per investiture regie, una condizione certamente auspicata dalle famiglie per una libertà finanziaria che consentisse di potere giostrare a piacimento, per ogni evenienza o bisogno.

Non occorre ricordare che trattasi di grandi estensioni di terre, per diverse centinaie di salme dell’antica corda di Monte San Giuliano. Comunque siano andate, successivamente, le cose tra la famiglia de Sigerio o Sieri Pepoli e il fisco, è giusto ricordare che quest’ultima usufruì del Culcaso, di Misiliscemi, di Fontanasalsa, e tanti altri possedimenti, a proprio piacimento e ciò nel corso di diversi secoli fino alla fine del sec.XIX, d’investitura in investitura, in continue alleanze matrimoniali con le più importanti famiglie della capitale come i Trigona nel seicento, come i Notarbartolo Santostefano, i Ventimiglia e i Lucchesi Tomasi Naselli nel secolo XVIII, ed infine i Moncada Branciforte nel secolo scorso, di cui campeggiano ancora sulla torre antica e nell’arco d’ingresso del baglio le armi, adorne delle corone nobiliari. Alla fine dell’ottocento il feudo ritorna, per alleanza matrimoniale, nella città di Trapani, ai parenti degli ultimi Sieri Pepoli, ormai in fase di estinzione, e precisamente nelle mani degli Adragna d’Altavilla, i quali nel corso di questo secolo, a simiglianza di altre famiglie, per gli eventi economico-politici che si sono verificati, frammenteranno la loro grande proprietà fondiaria che oggi, per quanto riguarda Misiliscemi, si ritrova in larga parte riunita in potere della famiglia Sanacore.

 

 

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