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Appunti sulla politica estera italiana

Fra le due guerre mondiali

DI Michele Rallo

Tra le tante bugíe e i tanti luoghi comuni sul periodo fascista in Italia, un posto di assoluto rilievo spetta alla ricostruzione “ufficiale” dell’alleanza con la Germania, considerata come la causa diretta della nostra partecipazione alla seconda guerra mondiale.

La interpretazione ideologizzata della nostra storia diplomatica é servita alla propaganda di guerra delle potenze vincitrici (e dei loro sostenitori nostrani) per dipingere una visione comoda – diciamo cosí – delle cause e delle responsabilitá che nel 1939 portarono ad un conflitto disastroso e cruento, attribuendo ad un nemico politico – in questo caso al fascismo italiano – colpe del tutto fantasiose e responsabilitá inesistenti.

Certo, non é pensabile che la veritá dei fatti possa essere ristabilita con un semplice articolo di giornale, ma é comunque possibile mettere a fuoco alcuni elementi di una certa importanza.

 

L’EREDITÁ DELLA

DIPLOMAZIA LIBERALE

Cominciamo col dire che la politica estera del fascismo non era basata su una visione ideologica di blocchi contrapposti (filocomunismo contro anticomunismo, dittature contro democrazie, eccetera), ma sulla valutazione di quelli che si ritenevano essere i nostri interessi nazionali. Si pensi – tanto per fare un solo esempio – che l’Italia fascista fu il secondo paese al mondo a riconoscere diplomaticamente il governo della Russia comunista (febbraio 1924), nel momento stesso in cui, all’interno, combatteva e perseguiva i comunisti locali. La Russia era lontana, la Russia in quel momento non ci dava fastidio, e quindi l’interesse nazionale era di stabilire con il suo governo dei normali rapporti diplomatici.

La politica estera dell’Italia fascista era sostanzialmente la prosecuzione – sia pure con molta maggiore energia – della politica estera dell’Italia liberale. Uguali gli obiettivi di fondo: primo fra tutti, quello di entrare a far parte dell’esclusivo club – se cosí vogliamo chiamarlo – delle Grandi Potenze Europee. Un club che annoverava Inghilterra, Francia, Germania e, fino a prima della guerra, Austria e Russia. In quel club l’Italia non era stata ancóra ammessa. Per diversi motivi: perché eravamo giunti all’unitá nazionale solo da pochi anni, perché nell’epoca del colonialismo non avevamo un impero coloniale e, soprattutto, perché avevamo l’ostilitá delle due potenze “occidentali” (Francia e Inghilterra) che non gradivano la politica di potenza dell’Italia nel Mediterraneo; anzi, non gradivano proprio la nostra esistenza in quel Mediterraneo che gli strateghi di Londra (con la complicitá dei camerieri di Parigi) avrebbero voluto trasformare in una Great British Lake, un grande lago britannico.

L’Inghilterra non ammetteva che noi fossimo presenti nell’Egeo con il possedimento del Dodecanneso (mentre loro potevano colonizzare Cipro). La Francia non tollerava che noi si volesse dominare l’Adriatico (mentre loro erano saldamente installati nella grande isola italiana di Corsica). Inghilterra e Francia insieme, infine, osteggiavano la nostra presenza navale nel canale di Sicilia e le nostre ambizioni nell’area libico-tunisina (che impedivano loro di egemonizzare completamente il Mediterraneo e il Nordafrica), e consideravano un affronto che l’Italia volesse un domínio coloniale nell’Africa Orientale (mentre i loro imperi comprendevano i tre quarti del continente africano).

Per questi o per analoghi motivi, nel 1882, l’Italia liberale fu indotta ad abbandonare gli “occidentali” ed a stringere con le potenze “centrali” (Germania e Austria) la Triplice Alleanza. Tutto ció si studia (o si studiava) anche al liceo. Quello che viene rigorosamente taciuto, invece, é che furono motivi assai simili quelli che nel maggio 1939 spinsero l’Italia fascista ad abbandonare definitivamente inglesi e francesi, stipulando il famoso Patto d’Acciaio con la Germania di Hitler. Il quale Hitler, all’epoca, era considerato un interlocutore come un altro sulla scena europea. Con il Führer si sedevano allo stesso tavolo il premier inglese Chamberlain o quello francese Daladier, che invece evitavano accuratamente ogni contatto con il dittatore sovietico Stalin. Sono particolari di importanza non secondaria, perché la storia va vista e va studiata nel suo contesto temporale, non come se riguardasse fatti e personaggi del tempo presente.

 

IL PATTO A QUATTRO

Ma, procediamo con ordine: quando Mussolini nell’ottobre 1922 formó il suo primo governo, tenne per se l’interim degli Esteri, cominciando a tracciare la linea diplomatica del nuovo regime. Nel solco della tradizionale politica estera italiana – ho giá detto – anche se con molta maggior energia.

Era stata la politica pre-fascista a stabilire le direttrici della nostra diplomazia alla vigilia della Prima guerra mondiale. Tali direttrici erano: la successione all’Austria-Ungheria nella egemonia sui paesi dell’area danubiano-balcanica appartenuti all’impero asburgico, una “giusta parte” dei territori appartenuti all’impero ottomano nel Medio Oriente, “compensazioni” nel caso di spartizione delle colonie tedesche in Africa, il consolidamento delle nostre posizioni nel Mediterraneo orientale ed in Libia. Oltre, naturalmente, all’obiettivo-principe della nostra diplomazia: il raggiungimento del rango di “grande potenza europea”.

La politica estera del primo fascismo non fece che continuare a perseguire quegli obiettivi. A iniziare dal nostro ruolo in Adriatico e nei Balcani; ruolo che il Presidente americano Wilson non ci riconosceva (perché lo avevamo negoziato prima dell’intervento in guerra degli USA) e che i francesi ci contendevano apertamente, utilizzando contro di noi i serbi (e poi gli jugoslavi).

Toltisi di mezzo gli americani (il presidente Wilson era stato sconfessato dal Congresso e costretto ad abbandonare la scena europea) l’Italia aveva continuato a confrontarsi con Londra e Parigi sui nuovi equilibri e disequilibri europei (dal trattato di Losanna agli accordi di Locarno, al patto Briand-Kellog), per tacere dei trattati bilaterali con Serbia ed Albania. Tutto ció fino al gennaio 1933, quando in Germania giunse al potere il leader nazionalsocialista Adolf Hitler, che non faceva mistero di volere riprendersi i territori tedeschi che i trattati di pace avevano sottratto ad Austria e Germania.

Fu allora che Mussolini diede alla politica estera fascista la sua connotazione definitiva. Il suo disegno prevedeva una intesa fra le quattro residue Grandi Potenze Europee (Inghilterra, Francia, Germania e, naturalmente, Italia) per stabilire un’univoca linea di condotta sia nelle questioni europee che in quelle coloniali. Si sarebbe dovuto costituire uno speciale direttorio, abilitato anche a proporre modifiche agli assetti vessatori stabiliti dai trattati di pace; modifiche da concretizzarsi poi con la pacifica e consensuale revisione dei confini. Si sarebbero cosí spenti sul nascere i tanti focolai di crisi che giá balenavano in tante parti d’Europa (e che erano le premesse alla Seconda guerra mondiale). Tutto questo era codificato nel cosiddetto Patto a Quattro, firmato a Roma nel giugno 1933 dai rappresentanti delle quattro Grandi Potenze.

Era – quella – la sanzione del sospirato ingresso dell’Italia fra i grandi della politica europea. Ed era – lo ripeto – la prefigurazione della linea diplomatica che Mussolini prediligeva. Ma era, soprattutto, il punto di partenza di quello che avrebbe dovuto essere un nuovo corso della politica continentale; un nuovo corso che – se fosse stato confermato dai quattro contraenti – avrebbe indirizzato il Continente verso un avvenire di pace, preservandolo dalla tragedia di una nuova guerra mondiale.

E invece, se l’Inghilterra e la stessa Germania hitleriana avevano accettato di buon grado quella prospettiva, in certi ambienti politici francesi si scatenavano súbito le proteste contro il “cedimento” all’Italia, il cui ruolo internazionale era oggettivamente ingigantito dal varo del Patto a Quattro. A mobilitarsi erano anche le diplomazie dei paesi appartenenti al sistema d’alleanze francese nell’Europa Orientale; paesi che paventavano la possibile perdita degli abnormi ingrandimenti territoriali ottenuti a Versailles. Era un sistema – sia detto per inciso – che Parigi aveva creato per contrastare le ambizioni dell’Italia e dei suoi alleati nell’Europa Orientale.

Il risultato di tutto ció era il ritorno della Francia alle vecchie posizioni antitaliane, e la mancata ratifica parlamentare del Patto, fatto cosí decadere.

Continua

 

 

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