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Un libro di Dieter Paas e  Salvatore Costanza

Recensione di Elisa Cavasino

Le migrazioni di esseri umani sono fenomeni di dimensioni epocali, esistiti da sempre; sono sconvolgenti come i cambiamenti climatici, sociali, economici e politici che trasformano i luoghi che ne sono teatro; impongono alle donne ed agli uomini che li vivono e li osservano di porre in essere una ricerca.

Migrando si apre, quindi, inevitabilmente, un percorso umano e sociale di ricerca; si porta con sé la propria identità e la si interroga, attraverso il confronto con nuove dimensioni della vita, dell’essere e del fare una comunità.

Le migrazioni, come ogni viaggio, portano con sé una domanda di cambiamento e trasformano il rapporto fra singolo e gruppi, fra minoranze e maggioranze. È questo ciò che oggi chiamiamo il “problema del multiculturalismo”, indagato fra Europa ed America da studiosi come Will Kymlicka, Charles Taylor e Jürgen Habermas.

Migrare significa andare alla ricerca di “altri” ed è una rivendicazione di diritti da parte degli altri cui va assicurato riconoscimento e tutela dalle comunità radicate sui territori di “destinazione”, come sostiene Seyla Benhabib.

Ma, per comprendere di quali diritti si discute, ci si deve interrogare su chi siamo “noi” e chi sono “loro”.

Dinanzi alle migrazioni umane, l’esperienza culturale, giuridica, storica di una persona e di una comunità rimbalzano, dunque, come in un gioco di specchi.

In particolare, sono i movimenti migratori di masse di persone quelli che più costringono ad interrogarsi sui pregiudizi e le capacità di adattamento proprie e degli altri perché determinano un’inevitabile trasformazione del reale ed evidenziano l’identità di una comunità.

La Sicilia ad Heidelberg ci mostra tutto questo. È un libro denso di immagini; ricco di concetti e problemi chiave per lo studio dei fenomeni migratori: è il precipitato di un’analisi profonda, a più strati e dimensioni, degli effetti delle migrazioni umane sulla comunità di partenza, rispetto a chi la lascia, e sulla comunità presso la quale giunge la richiesta di accoglienza, da parte del migrante.

Queste pagine prendono le mosse da incontri e confronti scientifici di cinquant’anni fa, in quello che è ancora uno dei luoghi simbolo della ricerca nel mondo: Heidelberg, Germania.

È un itinerario di studi e di vita, fra Palermo, il Belice ed Heidelberg che corre veloce, per ottenere risposte al perché ed agli effetti delle migrazioni attraverso l’utilizzo di strumenti concettuali e culturali e di metodologie di ricerca proprie di scienze diverse, fra cui primeggiano l’antropologia, la sociologia, la storia.

In questo libro i protagonisti sono luoghi e persone profondamente differenti: c’è un gruppo di ricercatori, eterogeneo per cultura, storia, formazione scientifica e nazionalità che condivide diverse prospettive sullo stesso fenomeno, che si muove fra i margini ed il centro dell’Europa.

Solidarietà, fiducia reciproca e mutuo apprendimento sono parole e concetti che rintracciamo oggi soprattutto nel linguaggio dei giuristi che si occupano del problema della migrazione umana a livello europeo ma che descrivono bene quella dimensione in cui ha operato il gruppo di ricercatori che è il protagonista di questo libro.

Quell’itinerario di ricerca sui problemi posti dall’emigrazione Siciliana in Germania nel Secondo Novecento, oggi si svela ai nostri occhi e si presenta, sviluppandosi e dipanandosi per immagini e per concetti chiave per interrogarci su come ci si pone dinanzi al fenomeno migratorio dal Sud del Mondo verso il Sud dell’Europa.

Ne La Sicilia ad Heidelberg il lettore scopre – se non lo conoscesse già – il significato di categorie di analisi delle migrazioni quali: “adattamento”; costruzione del rapporto fra “legge” e “giustizia” in comunità oggetto di dominio da parte di altre comunità; “pregiudizio” e “sospetto”; “etnicizzazione”. Tutti questi concetti sono fondamentali per chi studia questo fenomeno. Questo libro ci racconta quale ruolo possono aver la medicina ed il diritto per comprendere il migrante e per sfatare i pregiudizi nei suoi confronti.

La Sicilia ad Heidelberg ci consente di osservare come allora, rispetto a quelle migrazioni, ed ora, rispetto all’immigrazione dal Sud del Mondo verso il Sud dell’Europa, si pone un problema di valutazione delle logiche politiche ed ideologiche dei discorsi sulle migrazioni.

Questo libro ci impone una riflessione rispetto al modo di avvicinarci alle migrazioni verso il “nostro” territorio.

Risulta quasi spiazzante osservare la risposta culturale e scientifica che il gruppo di ricerca diretto dal professor Mühlmann ad Heidelberg ha offerto rispetto al fenomeno dell’immigrazione Siciliana verso la Germania, in cui trovavano – per usare un’espressione kantiana di fondamentale importanza – ospitalità gli stranieri, i Gastarbaiter italiani, emigrati dalla Sicilia.

La Sicilia ad Heidelberg ci mostra un bel percorso da seguire per instaurare un dialogo fra culture: la comunità “di arrivo” si deve porre il problema di “rappresentare” i caratteri identitari dei luoghi e della comunità di provenienza del migrante e, quindi, deve cercare i suoi interlocutori nella comunità di origine del migrante.

I tedeschi hanno cercato e trovato i loro interlocutori: sono Leonardo Sciascia e Salvatore Costanza. Sciascia e Costanza hanno raccontato la loro visione della Sicilia e dei Siciliani ad Heidelberg.

Nelle pagine de La Sicilia ad Heidelberg scritte da Salvatore Costanza entriamo “noi” ad Heidelberg. Wilhelm Emil Mühlmann, Roberto Llaryola, ascoltano, osservano, comprendono “gli altri”, i Siciliani.

Si vive in queste pagine la strana sensazione che percepisce Salvatore Costanza, che ha studiato e “prova a rappresentare” la sua comunità di origine e a distaccarsi da facili semplificazioni e dal confronto con Croce, Gentile e con le immagini della Sicilia e dei Siciliani che emergono nella letteratura dell’Ottocento e del Novecento. In queste pagine c’è la difficoltà dello studioso “straniero”, che si è formato nei luoghi di origine della migrazione, a trasmettere ad altri gruppi di persone che cosa è parte dell’identità della comunità di provenienza dei migranti, comunità cui lui stesso appartiene.

Nelle pagine di Dieter Paas c’è, invece, il momento dell’ascolto e della riflessione dal punto di vista “esterno” sulla Sicilia ed i Siciliani. Qui si mostrano ai nostri occhi le difficoltà dello studioso che appartiene alla comunità di destinazione dei migranti e che tenta di far ricerca nei luoghi in cui hanno origine i fenomeni migratori e si trasforma, in quel viaggio, in uno “straniero”: Paas ci racconta cosa significa essere straniero in Sicilia.

A questo proposito è importante soffermarsi sugli interrogativi e le analisi che pongono le ultime pagine di questo libro, rispetto alla Sicilia, luogo che non si può cogliere con “una” immagine e secondo una prospettiva di ricerca o un solo punto di osservazione.

La Sicilia e i Siciliani emergono solo per sovrapposizione fra più immagini e prospettive: fra questi, sicuramente, bisogna utilizzare l’immagine dell’Isola della luce di Quasimodo e quella dell’area marginale dell’Europa di Mühlmann, e bisogna evitare, nella ricerca della sicilitudine, di appoggiarsi su chiavi di lettura idealistiche e già sperimentate.

In queste pagine s’interrogano nuovamente i Siciliani sui Siciliani, in un momento in cui devono porsi nuovamente il problema della loro identità rispetto alle migrazioni dalla Sicilia e verso la Sicilia.

Ma non c’è affatto un atteggiamento di ineluttabile incomunicabilità fra mondi e culture diverse, anzi, c’è la dimostrazione di come si possa realizzare un progetto comune, muovendo da prospettive e posizioni differenti sullo stesso fenomeno.

È ancora aperto e ricco questo filone di ricerca sugli uomini, le migrazioni, i territori.

La Sicilia ad Heidelberg ci invita a muovere di nuovo dagli imponenti itinerari di ricerca delle scienze umane e sociali, per trasmettere alla dimensione politica e giuridica insegnamenti e chiavi di interpretazione di questi fenomeni. Queste pagine ci invitano a riprendere quel percorso e a proseguire nella ricerca e nella lettura della complessità delle migrazioni dei Siciliani e sul territorio della Sicilia, che si è avviato nel Secolo Breve, per calarlo nel contesto geo-politico del Terzo Millennio.

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