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Di Alberto Barbata

(prima parte)

Si è parlato tanto in questi mesi del nuovo Comune di Misiliscemi, della sua nuova creazione, dopo il referendum regionale della primavera del 2018. Ma non si è chiarito a livello giornalistico perché il nuovo Comune, che racchiude larga parte del territorio suburbano della città di Trapani, dovrebbe prendere la sua nuova denominazione dal toponimo di Misiliscemi, uno dei più antichi siti della cintura di espansione dell’antica Trapani medioevale. E’ giunto il momento di parlare di questo antichissimo feudo del trapanese, dal cui nome dovrebbe prendere il via il nuovo Comune, che ingloberà una serie popolosa di frazioni della città falcata.

E’ certamente una storia antichissima, fatta di eventi storici notevoli che rimanda ad un’altra nascita illustre, quella della città di Paceco, fondata dai Fardella nel 1607, alle spalle della città di Trapani. La nascita di Paceco, ad avviso del Senato della Città di Trapani, così come si può rilevare dalle lettere del Senato della città, conservate presso la Biblioteca Fardeliana, sarebbe stata di <<preiudicio>> alla vita della invictissima urbs.

MISILISCEMI, IL MANZIL ESCEMMU

La ricerca storica sul feudo di Misiliscemi e del suo casale, posto all’interno del Comune di Trapani, a circa 10 chilometri dal centro urbano, ha richiesto un notevole studio sul territorio dell’antica città falcata, nel periodo del basso medioevo e dell’età moderna.

Il sito è posto all’interno di un grande “tenimentum” di origine araba, “Misiliscemi”, ovvero “Masil Escemmu”, come lo definisce l’Arezzo e il cui significato rimanda ad un “torrente o luogo ove scorre l’acqua elevato”.

Infatti l’altura di Misiliscemi, 104 metri sul livello del mare, è costeggiata dal torrente dello stesso nome, che sfocia sul mar Mediterraneo, nei pressi della salina San Francesco.

Il luogo, un tempo ricco di acque sorgenti dalle rocce, oggi in parte devastate da un incauto sventramento di terra, dovuto a lavori stradali, è costeggiato dall’antica trazzera Regia del Mazaro, la “via degli Arabi”, che ha segnato il percorso dalla città alla campagna per lunghi secoli e che certamente ha ereditato l’antico tracciato della via Consolare romana, da Drepanum a Lilybeum.

La trazzera regia,un tempo molto più estesa in ampiezza, circa 12 metri, oggi è in larghissima parte scomparsa e nei tratti in cui è ancora visibile, appare depauperata a causa degli sconfinamenti arbitrari dei contadini del luogo.

Il suo percorso aveva inizio alle porte della città, nei pressi del borgo antico di San Lorenzo la Xitta, fondato nel 1516 dai Fardella, costeggiava la contrada di Cantello sotto l’altura tufacea su cui sorge Paceco, paese rurale sorto ex novo agli inizi del ‘600, penetrava all’interno del tenimentum arabo di Misiligiafari, nei pressi dell’attuale cimitero, bordeggiando il Manzil omonimo, i cui resti sono individuabili nell’attuale villa Torrearsa, per arrivare al confine con il Manzil “Mihilcararj”, ovvero Fontanasalsa, nel punto in cui sorge l’odierno pozzo Karari, ultima vestigia dell’antico feudo. Dal pozzo Karari, il percorso dell’antica trazzera, in un tratto abbastanza pianeggiante di circa due miglia, conduce alle falde dell’altura di Misiliscemi, la attraversa, valica il fiume e prosegue fino al Kinisia, ovvero il Birgi, confine naturale tra i comuni di Trapani e Marsala.

I MANZIL E LA STORIOGRAFIA

Il toponimo di Misiliscemi ci rimanda a quella fitta serie di “Manzil”, di cui era punteggiata la Sicilia durante il periodo Arabo.

Trattasi in vero, letteralmente, di “luoghi di sosta dove si scende da cavallo”, probabilmente casali abitati da poche famiglie.

Il “Manzil-al-Escemmu” sorge appena dietro la cintura di espansione urbana della antica Itrabinis araba ed è stato protagonista di fatti militari della storia siciliana, durante la guerra del Vespro, nonché delle vicende familiari delle più importanti famiglie che hanno segnato la storia della città capoluogo, per lunghi secoli.

Sui “Manzil” la storiografia ci è stata avara, così come sui toponimi arabi dell’estrema punta della Sicilia occidentale non esiste alcun studio specifico, all’infuori di ricerche locali lodevoli, ma incomplete.

Rosario Gregorio, nel suo “De Rerum Arabicarum quae ad historiam siculam spectant ampla collectio …”, pubblicato a Palermo nel 1790, dice espressamente, nel capitolo sulla “Siciliae Geographia sub arabibus” e dopo aver parlato dei Rahal: “in idem ferme recidit vox Menzil. Licet enim ejus etymologica habita ratione, mansionem aliquam, et proprie hospitium quoddam significet, attamen e sensu apud Arabes recepto constat Menzil oppidulum pagumve indigitare”. Il Caruso prosegue citando alcuni geografi antichi e meno antichi e poi afferma che “Hic vero commemorari non abs re est, quod Geographus Nubiensis aliquot Siciliae loca describens Hesn et Kalaath dicta, quam verba Castellum, Arcem munitam significant, ait de quodam Castello, esse illud tamquam parvum Menzil. Huius modi ergo oppidula habebantur ut majora Castellis”.

Giuseppe Palermo Patera, nella sua “Palermo araba”, parlando della conquista e delle felici intuizioni culturali e amministrative di quel periodo, cita, tra le altre cose, la rete di Manzil (mansiones, casali) e Rakhal (sia stazione di posta sia centri di acclimatamento agricolo) che copriva la Sicilia ed era indice di un elevato sviluppo civile.

Illuminato Peri, descrivendo i tipi e la distribuzione degli abitati dall’XI al XIII secolo, dice con molta chiarezza che essi “si distinguevano non agevolmente da castelli o rocche presidiate da contingenti armati o da discendenti da non conspicui gruppi familiari o tribali nei cui pressi si estendevano abitati modici con i quali dividevano il nome e nel cui territorio rientravano rahal o menzil (casalia nella terminologia romanza) nei quali risiedevano poche famiglie”.

Sul numero dei casali, Peri ipotizza che nulla autorizza una densità di popolazione sviluppata, né che il paesaggio siciliano fosse movimentato da un reticolo di minuti stabilimenti rurali.

Tuttavia, sul versante sud-ovest del territorio degli odierni comuni di Trapani e Paceco, si estendono ben otto territori, di cui tre autentici “manzil”, e i cui toponimi rimandano ad arabismi tipici delle lingue neolatine.

I “manzil” sono Misiligiafari e Misilcharari (Fontanasalsa poi nel tardo medioevo) e Misiliscemi (Manzil al-escemmu ovvero “torrente o luogo ove scorre l’acqua elevato”), mentre gli altri luoghi di rilevante importanza storica sono Kinisia (“chiesa”) che comprende anche il toponimo tardo di Rilievo, Ballotta (“quercia”), Marausa (“pascolo povero”), Nubia (“terra d’oro”) e Xitta (“luogo sabbioso o paludoso”).

Ma occorre tener presente, come ben fa rilevare il Maurici, che “dal punto di vista topografico ed archeologico le conoscenze sul casale siciliano dei secoli XI-XIII, sono ancora molto limitate, anche perché i pochissimi scavi medievali fino ad ora intrapresi hanno interessato soprattutto insediamenti o edifici fortificati. Non possediamo, in effetti, nessun esempio chiaro di evoluzione e passaggio dal rahal pienamente musulmano al casale di età normanna”.

Certamente è verosimile per molti casi una continuità topografica e strutturale immediata e priva di rotture, sostiene Maurici, e per altri casi si può pensare ad uno scadimento e ad una sotto qualificazione di abitati musulmani muniti nella categoria inferiore dei casali, forse anche attraverso lo smantellamento di eventuali opere difensive.

Effettivamente il Maurici, riprendendo la tesi di H. Bresc al convegno di Cuneo del 1981, fa rilevare, sulla base di alcuni esempi, una probabile ipotesi che “altri abitati forti, almeno per sito, d’età musulmana, declassati nel successivo ordine normanno, abbiano però mantenuto la loro posizione eminente e naturalmente protetta; e, di fatto, ad alcuni “castellucci” o “castellazzi” della toponomastica corrispondono insediamenti identificabili con rihal o manazil documentati dalle fonti”.

 

“MISILICHEMI” E IL PUGNATORE

Dall’altura del timpone su cui è collocato il baglio di Misiliscemi, l’occhio spazia su tutta la pianura che va da Trapani a Marsala e fino alle falde dell’Erice, comprendendo larga parte del territorio dell’antica città di Monte San Giuliano.

Da Misiliscemi si possono controllare tutte le strade di accesso a Trapani, tutte le contrade poste nel suo territorio extraurbano, comprese le antiche torri marittime e rusticane (Xitta, Nubia, Marausa, Ponte Salemi, Misiligiafari, Torrebianca etc…).

Una importanza strategica notevole, più volte utilizzata nel corso dei secoli, cui furono molto interessati certamente gli arabi.

Il Pugnatore, nella sua “Istoria di Trapani”, scritta verso la fine del secolo XVI, scrive che gli arabi fondarono due casali nei dintorni di Trapani e dice: “Mentre costoro furono di Sicilia signori non pur gran numero dé suoi in molte parti l’abitarono, i cui nomi in fin ora vi durano; e però l’istesso fecero in Trapani, nel cui territorio fondarono dui casali: uno presso quattro miglia a questa città, le cui rovine sono oggi il Castellaccio chiamate, e l’altro circa sei altri più oltre

di quello, Misilichemi sarracenamente nomato; i quali da poi rimasero al tempo degli aragonesi distrutti“.

Più avanti, nella sua “Istoria”, il Pugnatore , descrivendo il periodo aragonese in Trapani, narra come “l’armata del Re Roberto fé gran danno attorno di Trapani; e vi distrusse due casali di fuori“.

Il Pugnatore, rifacendosi al cronista Giovanni Villani, racconta come nell’anno 1317 il Re Roberto d’Angiò avesse compiuto una spedizione contro la Sicilia inviandovi sessanta galere, mettendo a ferro e fuoco parte del Val di Mazara, dopo aver sbarcato a Castellammare ed afferma espressamente: “Né fia forse fuor di ragione di credere che all’ora (se per avventura ciò in prima stato non era) i due casali che nel territorio di Trapani (come già si è detto) dà Sarraceni edificati fosser da questa gente del re Roberto destrutti; senza poi mai essere stati riedificati. Laonde l’uno di loro è infin oggi, per cagione delle sue ruvine, chiamato propriamente il Castellaccio“.

Invero motivi di ordine storico portano gli studiosi a sostenere che gli arabi non abbiano prodotto una grande quantità di opere difensive e che si siano limitati, come sostiene il Santoro, a rimettere in sesto le fortezze ereditate dall’Impero bizantino, di cui è invece ampiamente documentata la notevole capacità difensiva, apprestata infatti dai “romaioi” prima e durante l’invasione araba in Sicilia.                                                                                                                                               (fine prima parte)

 

 

 

 

 

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