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Antiche usanze.

di Diego Bulgarella

 

(Seconda parte e ultima parte)

Dopo tanti valzer, tarantelle, mazurche e quant’altro, non poté mancare naturalmente la “contranaza”, detta anche “quadriglia”, danza in movimento vivace che coinvolgeva tutti i presenti in grado di spiccicare quattro salti e che rinnovava tra i più anziani antiche contese. Durante il suo svolgersi si formavano e si scomponevano innumerevoli figure tra le varie coppie, con la partecipazione di un numero illimitato di persone. Si dovevano mettere in mostra, non soltanto particolari capacità danzanti, ma anche velocità e astuzia nel momento in cui venivano chiamati, all’improvviso, talune figure e si doveva “scambiare” la dama degli altri alla propria, con ritmi e passaggi che finivano al punto di partenza (ciascuno ritornava a danzare con la propria dama).

Nelle varie feste familiari ci si rivolgeva sempre ad una persona esperiente e con particolari attitudini, che sapesse “chiamarla”, con motti espressi in un francese più o meno approssimativo, perché da questa capacità dipendeva in gran parte la riuscita della danza; a questi si faceva riferimento, come ad un “maestro di sala”, nel seguito della serata, per dare un dovuto ordine alla richiesta delle varie canzoni o delle danze ai musicanti, in modo da rendere allegra, ma nello stesso tempo sobria, l’atmosfera festiva e per dirimere eventuali dispute, di qualunque genere, che immancabilmente si accendevano in quelle circostanze o anche per richiamare all’ordine qualche giovanotto esuberante, che mostrava di andare sopra le “righe”, col suo comportamento, nei confronti delle ragazze molto giovani e, pertanto, poco esperte.

Il prescelto di turno non si faceva pregare: assolveva il suo ruolo con serietà e compiutezza, accrescendo in tal guisa la sua fama di intenditore e ponendosi al centro dell’attenzione per le varie discussioni galanti, anche se amichevoli, che immancabilmente venivano a manifestarsi nel frenetico districarsi delle danze, specie alla fine, quando ciascun cavaliere doveva ritornare a danzare con la propria compagna ed invece si ritrovava, ovviamente per errori accumulatisi, con un’altra gentile “madame”, che non poteva lasciare in asso, ma alla quale, per il gioco delle parti, doveva continuare a far compagnia e a tener conversazione, anche se, con sguardi più o meno ansiosi, cercava d’individuare dove fosse finita la propria partner e, nello stesso tempo, con battute piccanti, richiamava l’attenzione del “maestro di sala” per far ritornare l’ordine e per attribuire la “penitenza” ai “colpevoli” di turno. Altra fase, questa, molto attesa, specie dai giovani, durante la quale si comminavano “sanzioni”, le più disparate ed inconsuete, che mettevano in imbarazzo un po’ tutti i malcapitati e che, per tale motivo, suscitavano viepiù l’ilarità e l’allegria dei commensali.

Sin dai primi giorni del fidanzamento, considerato che il giovane aveva una notevole autonomia e che anche Anna, a motivo del suo lavoro in Sartoria, spesso si trovava fuori di casa, il consiglio di famiglia aveva stabilito che ella poteva uscire col giovane, previo avviso e con la compagnia di Rosalia o, in caso d’impedimento, di qualcun’altra delle sue sorelle, che dovevano costituire una sorta di presidio alla morale comune e alle dicerie della “gente”. Naturalmente, tutto ciò era un semplice paravento a quanto poi in pratica avveniva, vale a dire che i due giovani si ritrovavano, faccia a faccia, lungo il “Corso” o presso le altre piccole strade cittadine, vuoi per pura casualità, vuoi perché così avevano deciso nel darsi appuntamento. Che cosa dovevano fare in tali circostanze? Prendere ciascuno una strada diversa? Ignorarsi? Nemmeno a pensarlo! Così andava quel genere di cose dal tempo dei tempi e così le lasciavano scorrere tutti i fidanzati dell’epoca!

La più contenta della famiglia era stata Nonna Carmela, che aveva finalmente visto appagarsi il suo desiderio di vedere la nipote del cuore avviata verso la strada che l’avrebbe portata ad accasarsi e a sistemarsi con “un buon partito”, nel senso che si trattava di un giovane “lavoratore” con una

professione adeguata che gli dava qualche soddisfazione e, comunque, gli consentiva un tenore di vita dignitoso.

Non aveva, naturalmente, mancato di prendere le dovute informazioni col parroco, ma anche con amici e conoscenti, sul giovane di belle speranze che aveva manifestato le sue serissime intenzioni, sulla sua famiglia, sulle loro condizioni economiche.  E poi, zucchero non guasta bevanda, come una ciliegina sulla torta, il riferimento che “si trattava di buoni cristiani e non di saraceni”. Nel senso che la famiglia era praticante della chiesa ed osservante dei suoi insegnamenti. Tutto questo non poteva che aggiungere, alle altre considerazioni, un peso che serviva a far pendere il piatto della bilancia a favore di Diego.

La sera stessa dell’“appuntamento” del matrimonio, poco prima che i festeggiamenti entrassero nel “vivo”, un’apposita sorta di commissione si riunì, in una stanza dei vicini di casa, lontana dal clamore dei ragazzi e del resto della famiglia. Attorno al tavolo si sedettero, da una parte, i genitori di Anna, la nonna, il “papà grande”, ovverosia il fratello più grande, Ciccio, la sorella maggiore, Maria; dall’altra parte la mamma di Diego, l’unica sorella, Mariedda, gli Zii Ciccio Paolo Tortamella e sua moglie. Al centro, come facente le funzioni di notaio, fu messo il Parroco: si doveva discutere di dote!

Nonna Carmela, presa da un entusiasmo, magari sopra le righe, ma nello stesso tempo, pensando che ben volentieri avrebbe ceduto quello che residuava della sua “dote” alla nipote diletta, dichiarò solennemente che questa avrebbe portato almeno due dozzine di lenzuola, di federe, di copriletto, di coperte, di asciugamani, di camicie da notte, di pezzi di biancheria intima e tutta una serie di doppie dozzine che servissero a completare le varie parure. Naturalmente, almeno una dozzina di ciascuna di esse doveva essere ricamata e portare le iniziali della ragazza. La famiglia avrebbe provveduto pure al mobilio della stanza da letto e a quanto necessario per arredarla.

Diego, come previsto dalle tradizioni locali, avrebbe pensato, innanzi tutto a portare una casa, anche se in affitto, quindi il mobilio della stanza da pranzo e della cucina, con tutto l’occorrente: pentole, piatti, bicchieri, stoviglie, mobili, posate, salviette, tutto, naturalmente, a doppia dozzina, anche per non sfigurare con la dote della promessa sposa.

Fu pure stabilito che il matrimonio si sarebbe dovuto celebrare non prima del compimento del ventesimo anno d’età di Anna, cioè almeno dopo quattro anni, e, con gran soddisfazione del parroco, nella chiesa di Santa Maria di Gesù.

Il giovane fu subito accolto in maniera entusiastica dalla famiglia della ragazza, sia perché il suo carattere ed il suo atteggiamento erano accattivanti e subito penetravano negli affetti dei nuovi familiari, sia perché era il primo genero ad entrare in quella casa e lo stuolo delle sorelle di Anna era letteralmente preso dalla frenesia di quel nuovo venuto, alla stregua di un bambolotto con cui giocare. Lo circondavano anche fisicamente, lasciandogli poco spazio per respirare, con disappunto della fidanzata che controllava a vista le sciagurate sorelle, affinché quell’afflato insistente non si manifestasse in qualcosa di più insolente! Anche Anna venne accolta con molto affetto nella casa di Diego, con la sola differenza che non c’era molta gioventù che potesse farle compagnia, avendo il giovane soltanto una sorella; di tal che, l’aria che si respirava era sempre alquanto seriosa e, comunque, monotona.

 

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