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di Francesco Greco

Avrebbero fatto leva sullo stato di bisogno di tante vittime accondiscendenti, disposte a subire dolorosissime fratture e menomazioni, in cambio di promesse risarcitorie che sarebbero state poi disattese, oppure rispettate solo parzialmente con il pagamento di poche centinaia di euro.Trentasei palermitani sono stati fermati dalla Polizia, perché accusati di avere fatto parte di un’associazione per delinquere finalizzata alla realizzazione di frodi assicurative tramite la mutilazione di persone e la simulazione di incidenti stradali.

I provvedimenti di fermo di indiziato di delitto, emessi dalla Procura di Palermo, scaturiscono da indagini iniziate a Trapani e proseguite nel capoluogo siciliano, nell’ambito di un procedimento penale che riguarda anche altri 211 indagati, tra medici, periti assicurativi e avvocati.

Dall’attività incrociata di intercettazioni, riscontri documentali e rivelazioni di alcuni collaboratori, gli investigatori hanno ricostruito settanta episodi di frode assicurativa, nei minimi dettagli, registrando talvolta pure le urla dei malcapitati che subivano la rottura delle ossa.

L’inchiesta è la prosecuzione dell’operazione “Tantalo”, che l’8 agosto dell’anno scorso aveva portato all’emissione di un primo decreto di fermo, nei confronti di 12 persone, indiziate di avere dato vita ad un gruppo criminale specializzato nell’organizzazione di truffe assicurative con la simulazione di sinistri stradali. La collaborazione con gli inquirenti, da parte di alcuni di quei fermati, ma anche di numerose vittime compiacenti, ha permesso di individuare molte altre presunte responsabilità, facendo luce su ulteriori retroscena del sistema delinquenziale.

Negli incidenti messi in scena, la parte principale sarebbe stata recitata da finte parti lese, soprattutto di giovane età, adescate tra disoccupati al limite della povertà, tossicodipendenti, persone con problemi di alcolismo o con ritardi psichici, che accettavano di farsi rompere le ossa per partecipare alle truffe. Un’analoga attività di indagine era stata avviata dalla Squadra Mobile di Trapani, per un episodio risalente al 24 gennaio 2018, quando un falso incidente era costato una invalidità permanente ad una vittima compiacente di Custonaci. Le indagini hanno portato alla luce un vasto e ben strutturato gruppo criminale, che operava nei diversi quartieri di Palermo, con ramificazioni che si sarebbero estese anche nella provincia di Trapani.

I membri dell’associazione, secondo gli investigatori, agivano con ruoli e mansioni ben definiti: “Alla base, c’erano gli associati incaricati di cooptare le potenziali vittime dei falsi sinistri, ricercandoli in contesti cittadini caratterizzati da degrado e povertà, dove avvicinavano gli emarginati, in pessimo stato economico e spesso con ritardi psichici o con problemi di tossicodipendenza, per meglio riuscire nell’intento di carpirne facilmente il consenso a prestarsi alle fratture ossee e, allo stesso tempo, limitare le loro successive richieste di denaro; alle vittime, infatti, inizialmente venivano promesse significative quote dei risarcimenti delle assicurazioni, quote successivamente non corrisposte, oppure corrisposte solo in parte”. Inoltre, sono emersi vari episodi di cessione di sostanze stupefacenti ad alcune vittime consenzienti, per fare accettare senza riserve l’azione degli spaccaossa. Ma questo sarebbe stato un passaggio successivo. Ottenuto l’assenso delle vittime, la “pratica” veniva prima gestita dagli associati incaricati di ricostruire la scena del sinistro, predisponendo fisicamente i mezzi sui luoghi e reclutando i soggetti disposti a fornire le false informazioni testimoniali, anche questi dietro promessa di una successiva parte del risarcimento. Costruita la sceneggiatura del falso incidente, le vittime compiacenti venivano trasportate in appartamenti o magazzini nella disponibilità dei malviventi, per essere affidati ai complici più violenti e pericolosi, appunto gli “spaccaossa”, incaricati della spaventosa fase delle fratture sui malcapitati. È raccapricciante la descrizione del metodo utilizzato dagli incaricati, in una nota congiunta delle squadre mobili di Trapani e Palermo: “Le vittime venivano blandamente anestetizzate con del ghiaccio o con farmaci, gli arti appoggiati in sospensione tra due blocchi di pietra o cemento, poi veniva lanciata con violenza, sulla parte dell’arto sospesa, una borsa piena di pesi in ghisa o di grosse pietre, in modo da provocare fratture nette, e possibilmente scomposte (poiché produttive di un più ingente risarcimento) ”. I volontari malcapitati, in preda a dolori lancinanti, venivano trasportati in ospedale, dove la gestione della frode passava nelle mani di altri sodali, “incaricati di vigilare sui ricoverati per provvedere alle loro necessità – scrivono gli inquirenti – ma ancor più per evitare che qualcuno potesse recedere dall’intento iniziale, magari denunciando i fatti alle forze dell’ordine”.

Da alcune intercettazioni telefoniche, è emersa in queste fasi un’assoluta mancanza di pietà nei confronti delle persone sottoposte alle violente fratture, per l’uso di espressioni e paragoni inauditi. “Non c’era posto ed è al pronto soccorso? Quindi è messa che raglia allora”. “Mischina” commenta l’interlocutrice, ma la replica è immediata: “Mischino io, che sono senza piccioli! Siete tutti che vi impressionate”. L’uomo al telefono, secondo gli investigatori è Gesuè Giglio, incensurato di 32 anni, indicato nel gruppo dei presunti spaccaossa; e all’altro capo del telefono, la ventisettenne Rita Mazzaranes, poi fermata tra i presunti incaricati all’assistenza dei fratturati, prova a dare un’idea delle grida disumane: “Aspé – dice – sembrava una gallina quando le stirano il collo”.

Dagli sviluppi investigativi nel prosieguo delle indagini, sarebbe emersa la presunta responsabilità di Gesué Giglio e di altri due, Francesco Faija e Alfredo “Lello” Santoro, nel falso sinistro che, il 9 gennaio 2017, costò la vita al tunisino Yakuob Hadry; un episodio criminale che era stato già contestato ad altri membri dell’organizzazione lo scorso 8 agosto. Giglio e Lello Santoro, “indicati dai diversi dichiaranti come i più violenti e spietati tra gli spaccaossa – precisano gli investigatori nella loro nota – sarebbero responsabili di avere cagionato le fratture multiple inferte ad Hadry ed averne provocato la morte. Già dal pomeriggio del giorno in cui sarebbe stato ucciso, il tunisino era apparso palesemente sotto l’effetto di sostanze stupefacenti; al fine di evitare che la vittima potesse sottrarsi alle lesioni, gli stessi sodali provvedevano a procurargli ulteriori dosi di crack; per accordi intercorsi tra Faija e Giglio, inoltre, sarebbe stato deciso che le lesioni dovevano essere particolarmente violente, al fine di ottenere il massimo in sede risarcitoria, accettando il rischio di provocare la morte di Hadry, avvenuta per arresto cardiaco.

Dopo il ricovero dei fratturati, si apriva la fase amministrativa e burocratica dell’istruzione della pratica assicurativa, ed entravano in scena i vertici dell’associazione, che curavano la presentazione delle richieste di risarcimento presso le compagnie assicurative e la successiva suddivisione delle quote del premio da liquidare. “In questa fase – spiegano gli inquirenti – poteva trovare spazio talvolta la cessione della pratica assicurativa, completa degli atti peritali e dei referti medici, ad altri soggetti ritenuti membri di vertice dell’associazione criminale, che acquistavano la pratica liquidando una quota al venditore, in modo da assumere in prima persona la gestione della fase risarcitoria”.

I vertici della consorteria sono stati individuati in Carlo e Gaetano Alicata, padre e figlio, di 43 e 23 anni, Filippo Anceschi “il nano” di 55 anni, Salvatore “Mandalà” Arena di 41 anni, Gioacchino “Ivan” Campora di 44 anni, i fratelli Alessandro e Natale Santoro, di 41 e 42 anni, Salvatore “Salvino” Di Gregorio, di 52 anni, Vincenzo Peduzzo, di 43 anni, tutti con precedenti di polizia, nonché l’avvocato quarantatreenne Graziano D’Agostino, che avrebbe messo a disposizione del sodalizio la propria opera legale istruendo le pratiche risarcitorie da produrre alle compagnie assicurative; e altri incensurati: il perito assicurativo Mario Fenech, di 61 anni, il cinquantenne Salvatore Di Liberto, Vittorio Filippone di 31 anni, Piero “Piero Sh” Orlando di 39 anni, Domenico “Emanuele” Schillaci e Lentini Giovanna, di 33 e 43 anni; questi ultimi due, fermati dalla Guardia di Finanza nell’ambito della stessa inchiesta. Ciascuno di loro si sarebbe occupato di finanziare le frodi, anticipando le spese occorrenti, suddividendo tra i complici le quote derivanti dai risarcimenti assicurativi, provvedendo anche all’eventuale cessione a terzi delle pratiche assicurative relative alle truffe. Lo stesso ruolo di vertice viene riconosciuto ad Alfredo “Lello” Santoro, che avrebbe fatto parte anche del gruppo di spaccaossa, con i fermati Giuseppe “Fasulina” Di Maio, di 38 anni, Antonino Giglio detto “Tony ’u pacchiune”, di 45 anni, e Gesuè Giglio, tutti già noti alle forze dell’ordine.

A questi nomi si affiancano altri fermati, sospettati di avere avuto ruoli logistici ed assistenziali; nomi emersi anche dai racconti di cinquanta vittime ascoltate dagli investigatori della Mobile, “racconti spesso colmi di disperazione e indigenza, che hanno avvalorato il quadro accusatorio, spiegando i tristi motivi che li avevano portati ad accettare la rottura delle loro ossa. Il compendio delle indagini si riassume in un totale di 162 capi di accusa provvisori”.

Neanche l’età delle vittime costituiva un deterrente per gli spaccaossa. L’ultima, in ordine di tempo, è un minore, reclutato da un amico e pronto a farsi rompere gli arti in cambio della promessa di soldi che, molto probabilmente, non avrebbe mai visto. “Abbiamo evitato che ad un ragazzino di sedici anni venissero fratturate le ossa: la bravura dei nostri operatori che hanno percepito le intenzioni di due dei soggetti fermati oggi – è stato evidenziato nel corso della conferenza stampa seguita all’operazione Tantalo Bis – ci ha permesso di evitare un’altra vittima”.v

 

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