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TEATRALITA’ DI UNA PROCESSIONE SACRA

 

Di Elio d’Amico

A poco meno di un mese dalla S. Pasqua, già si respira a Trapani aria di “Misteri”.

Ovviamente non parliamo di quelli che da sempre avvolgono la vita cittadina, ma della Processione del Venerdì Santo per ogni trapanese DOC vive 365 giorni l’anno.

Ma in queste pagine non vogliamo ripercorrere – stavolta – la storia secolare della Processione, né accodarci alle solite polemiche che ogni anno coinvolgono Ceti e Unione Maestranze su itinerari, organizzazione e incappucciati.

Stavolta vogliamo presentarvi la Sacra Processione sotto un aspetto che forse mai è stato esaminato e prospettato: da sempre si discute se ancora la Processione del Venerdì Santo conservi quella sacralità che è caratteristica di ogni processione religiosa, o se ha preso il sopravvento l’aspetto della tradizione cittadina o – peggio – quello folkloristico e turistico.

Ma c’è chi, come la Dott.ssa Eva D’amico ne ha colto un nuovo aspetto, facendoci addirittura una tesi di Laurea presso il D.A.M.S. di Bologna: basta il titolo della tesi – “I Misteri di Trapani: teatralità di una Processione Sacra” – per dare l’idea dell’aspetto originale colto dalla Dottoressa.

Già la definizione di “Sacra Rappresentazione” – dice l’autrice – fa riflettere sulla natura della Processione; qual è la vera origine di questa manifestazione, da dove nasce e quale evoluzione ha seguito per giungere a noi in questa veste ?

Normalmente quando si parla dell’origine della Processione dei Misteri, si fa riferimento alla Spagna, alle Sacre Rappresentazioni già in essere nel XV secolo, alla loro esportazione a Genova, e da lì l’arrivo in Sicilia e particolarmente a Trapani.

Indubbiamente il percorso è corretto, ma bisogna chiedersi se la Spagna è stato realmente il paese d’origine o i Misteri hanno una storia ancora più antica, che meglio possa aiutarci a comprenderne la vera natura.

La vera origine dei Misteri trapanesi – sempre quelli della Settimana Santa! – sembra essere la lontana Inghilterra; ma per capirne il fine, bisogna risalire addirittura agli albori del Cristianesimo in Europa.

In Europa, dove le varie religioni pagane hanno radici certamente secolari, non è facile sostituire credenze ancestrali con una nuova religione – la cattolica – per giunta proveniente da terre e civiltà lontane; non basta un editto per farne la religione di un popolo: va spiegata e lentamente assimilata.

Si sente, quindi, la necessità di fare uscire l’indottrinamento dalle chiese per portarlo all’esterno, sul sagrato, affinché potesse raggiungere un uditorio più vasto; e ad un popolo prevalentemente analfabeta non si può parlare di Dottrina, ma bisogna usare un linguaggio più recepibile: e quale linguaggio è più accessibile del teatro, che parla per immagini?

Così la religione viene pasciuta al popolo attraverso la narrazione della storia di Cristo e dei Santi.

Ma ben presto anche il sagrato si dimostra insufficiente a contenere i destinatari dell’indottrinamento; e così in Inghilterra – nazione tradizionalmente sempre vissuta in un dorato isolazionismo – più che nel resto dell’Europa, le autorità religiose pensano che se la montagna non va da Maometto, Maometto va alla montagna: la storia di Cristo verrà portata in giro per la città con una Sacra Rappresentazione itinerante.

Vengono costruiti enormi carrozzoni, suddivisi in due piani: su quella superiore, visibile al pubblico, venivano rappresentate le storie, mentre un piano inferiore, nascosto da un telo, serviva agli attori per cambiarsi e riposarsi.

Ma a quei tempi l’attore era considerata simile ad un  paria indiano, apparteneva alla classe più infima, indegno perfino di essere sepolto in terra consacrata; per cui era normale che tali rappresentazioni venissero messe in opera da uomini che appartenevano alla parte più bassa della società: normale conseguenza ne erano le ubriacature e le risse di attori che dovevano impersonare Cristo e gli Apostoli.

E quindi, onde evitare il pubblico scandalo, le autorità religiose decidono di sostituire gli attori con statue che rappresentassero una scena della vita di Cristo: ecco che nascono i Misteri, che successivamente avranno la loro espressione migliore in Spagna e, quindi, in Sicilia.

Tutto questo serve per comprendere come le origini dei nostri Misteri – sempre quelli religiosi! – siano prettamente teatrali, il che giustifica una lettura anch’essa teatrale della Sacra Rappresentazione trapanese.

In effetti gli elementi della teatralità ci sono tutti: essi prevedono scene, costumi, musica, luci e regia, tutti elementi propri dello spettacolo teatrale.

Recenti restauri risalenti alla fine del secolo scorso, hanno altresì evidenziato elementi snodabili all’interno della struttura delle statue; il che fa supporre come esse non fossero fisse, ma interagivano anche nel movimento, rendendole simili alle figure umane.

Ogni “vara” rappresenta un episodio completo della passione e morte di Gesù Cristo ed “è stata realizzata seguendo una tecnica prettamente teatrale detta quadro”; sulle vare, infatti, oltre i personaggi, vi sono pure elementi scenografici quali troni, colonne, balconate, con cui le statue interagiscono, tanto che se esse venissero sostituite da elementi in carne ed ossa, l’effetto non muterebbe.

Anche l’espressione facciale delle statue è adeguata alla scena ed al ruolo interpretati, come una vera e propria espressività attoriale.

L’illuminazione, attraverso lampade e ceri, non è solamente una fonte di luce, ma risponde a precisi criteri registici per dare espressività alla scena.

Collante vitale dell’intera manifestazione – così come nel teatro – è la musica, che ha il compito di svolgere il supporto ritmico alla tradizionale “annacata”, ma ha anche un chiaro fine emozionale; e l’annacata – il tradizionale passo dei portatori – non è un semplice dondolio del Sacro Gruppo, ma un vero e proprio passo di danza, con passi studiati in tutte e quattro le direzioni, e che trova la sua massima espressione nell’entrata dei Gruppi al termine della Processione, nel momento di più intensa commozione, quando si accommiatano dai propri fedeli per dare loro appuntamento all’anno successivo.

Tutto viene regolato da una mano esperta comune, che regola non solo il percorso del singolo gruppo, ma anche l’intera processione nel suo complessivo svolgimento: la mano di un regista, che gestisce una rappresentazione lunga tre chilometri!

Con questo la Dott.ssa D’Amico non ha certamente voluto stravolgere né rinnegare la vera matrice sacra della Processione, né la sua emotività tradizionale radicata nell’animo dei Trapanesi, ma ha soltanto voluto ritrovare quell’aspetto teatrale che è stato alla loro origine, e che tuttora sopravvive più o meno palesemente.

 

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