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di Michele Rallo

Ormai é chiaro: fino al 26 maggio – data delle elezioni europee – i due vice-premier, Salvini e Di Maio, continueranno il loro duello infinito.

A quale scopo? Per tirare la corda senza tuttavia giungere alla rottura definitiva? O – soprattutto da parte di Salvini – per far cadere il governo prima che vengano al pettine i nodi della politica economica grillina? Le “clausole di salvaguardia” sono dietro l’angolo [vedi “La Risacca” di gennaio] e il leader della Lega deve assolutamente dissociare la sua immagine da quella di compagni di viaggio inconcludenti e maldestri.

Ma non é solamente questo a rendere sempre piú precaria la convivenza fra i due Vicepresidenti del Consiglio. I loro interessi sono del tutto divergenti. Giggino “O’Guaglione” deve riuscire a fermare l’emorragia elettorale dei Cinque Stelle e, al contempo, deve rintuzzare l’offensiva interna di Fico e sinistri vari.

Matteo “il Capitano”, viceversa, deve consolidare i nuovi equilibri, consacrando con un risultato elettorale perentorio le lusinghiere previsioni dei sondaggi, che vedono la Lega quasi al 35%, saldamente al primo posto e avanti di una dozzina di punti rispetto ai grillini. Ma l’impegno di Salvini é specialmente interno al Centro-destra. Deve innanzitutto consolidare l’intesa con la Meloni (i due insieme rappresentano un “asse sovranista” che sfiora il 40% dei voti). E, poi, pensare al dopo-elezioni, quando Forza Italia finirá di sfaldarsi e una fetta consistente dei suoi eletti andrá ad ingrossare le fila di Lega e Fratelli d’Italia.

Ecco il perché di questo tira e molla esasperato. Forse i due protagonisti hanno un obiettivo di breve termine in comune, o forse no; ma, in ogni caso, le loro prospettive a piú ampio raggio sono completamente diverse. Giggino si attrezza per resistere all’assalto dei suoi avversari interni dopo il fiasco annunziato alle europee. Matteo, invece, si prepara ad archiviare definitivamente Berlusconi e, soprattutto, a diventare il prossimo Presidente del Consiglio.

Non meno divergenti gli obiettivi dei due in campo europeo. Di Maio rincorre un improbabile ruolo di “ago della bilancia” fra i vecchi partiti eurocentrici ed i nuovi schieramenti euroscettici. Salvini spera di determinare una nuova maggioranza fra sovranisti, conservatori e, magari, una parte del PPE.

In questo contesto, il PD sgomita per tornare ad avere un ruolo, per arrestare la caduta verticale dei consensi. In questo momento sembra riuscirci, sia pur faticosamente: l’ultimo sondaggio lo vede avanti dello 0,1% rispetto ai Cinque Stelle. Ma, probabilmente, é solo l’effetto novitá di Zingaretti. Il problema del PD é di tornare a rappresentare una qualche forma di sinistra, e nulla indica che il nuovo segretario intenda imboccare questa strada. Zingaretti si sforza di apparire credibile, di marcare una asserita discontinuitá con un passato disastroso. Ha detto di voler cambiare tutto, anche l’indirizzo di casa. Ma la sostanza rimane quella di sempre: obbedienza alle regole dei “mercati” (ripudio dello stato sociale, precarizzazione del lavoro, minori tutele per tutti), fedeltá all’Unione Europea e alla leadership Merkel-Macron, adesione al “modello americano” e, soprattutto, difesa a oltranza del migrantismo bergogliano che agli italiani non va proprio giú. Dopo di che – 0,1% in piú, 0,1% in meno – il suo ruolo sará sempre piú marginale in Italia (e in Europa).

Tutto questo e altro ancora si agita indistintamente in vista del duplice giro di boa di maggio. Le elezioni europee condizionano gli equilibri attuali del governo italiano. E gli equilibri attuali del governo italiano – é fatale – andranno a condizionare lo svolgimento delle elezioni europee, in Italia e probabilmente non solo in Italia.

 

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