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di Salvatore Costanza

Con lo schianto del disastro aereo d’Etiopia, la Sicilia ha perso in Sebastiano Tusa il suo più intelligente e operoso archeologo, ma anche lo studioso che ha saputo incrociare i suoi specifici interessi con le problematiche della storia mediterranea.

Con Sebastiano Tusa ho condiviso per un decennio, negli anni ’80, l’insegnamento nella facoltà dei Beni Culturali e Ambientali della Libera Università di Trapani. Docenza di archeologia, Tusa, e io di Ecostoria; entrambe le docenze compenetrantesi in un progetto di studi per giovani allievi che pensavamo potessero insediarsi sul territorio, a servizio delle sue specifiche vocazioni naturali e culturali. Quella esperienza accademica, per carenza di progettualità e impegno politico dei nostri rappresentanti alla Regione e al Parlamento nazionale, non poté ripetere il fortunato decollo della Libera Università degli Studi “KORE” di Enna. Sebastiano avrebbe continuato il suo concreto ausilio agli studi archeologici nelle Soprintendenze di Trapani e di Palermo, da lui dirette (specie quella del Mare), assumendo ben presto un ruolo internazionale nella ricerca archeologica, non soltanto in ambito mediterraneo.

Quando pubblicò il suo ultimo libro (“Primo Mediterraneo”, Ragusa 2016) volle che io lo presentassi, insieme a Luigi Biondo, al Museo Pepoli, soltanto perché nel frattempo il “mare più antico della storia” era diventato per i flussi migratori dall’Africa il centro “contemporaneo” della storia subeuropea.

 

L’epilogo col quale Sebastiano chiudeva la sua ricostruzione del “primo Mediterraneo” era una convinta fiducia nel suo perenne destino di incroci e scambi, proiettati sul mondo, ritenendo che il “Mediterraneo e il grande bacino terrestre che ad esso afferisce siano da considerare come un grande sistema di cambiamento socio-culturale e politico-economico”, ininterrotto dall’antichità ad oggi.                                                                                    Quindi, una ricerca archeologica, la sua, non chiusa nei circuiti dell’interesse accademico, ma aperta alle problematiche del nostro tempo. E non è un caso che, al di là delle opzioni ideologiche, la sensibilità politica dell’intellettuale lo abbia portato ad accettare l’incarico di Assessore alla Cultura nella Giunta Musumeci. Un “intellettuale militante”, dunque, come pochi se ne trovano oggi, marginalizzati come sono dalla politica gli intellettuali e il loro ruolo nella società.

 

 

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