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L’Italia fascista protesse gli Ebrei

durante la Seconda guerra mondiale

di Michele Rallo

LA NON BELLIGERANZA

Fin dalle prime battute della Seconda guerra mondiale – quando l’Italia era ancora “non belligerante” – si palesavano i tratti assolutamente originali dell’antisemitismo “ufficiale” del regime fascista. Tratti – inutile dirlo – completamente diversi rispetto a quelli della Germania hitleriana.

Era, quello italiano, un antisemitismo assolutamente sui generis; e che probabilmente non ci sarebbe proprio stato se il cosiddetto “ebraismo internazionale” (in realtà, un esiguo numero di finanzieri israeliti dei paesi anglosassoni) non avesse organizzato una massiccia campagna propagandistica contro le “aggressioni fasciste” in Etiopia, in Spagna e in Albania.

Di ciò è testimonianza l’asilo offerto, fin dai primi giorni del conflitto, agli ebrei stranieri che emigravano dai territori occupati dai tedeschi. La normativa varata nel ’38 stabiliva che gli ebrei stranieri non potessero fissare stabile residenza in Italia, ma non prevedeva alcuna restrizione per il transito o per una permanenza non definitiva. Malgrado le leggi razziali, quindi, l’asilo temporaneo aveva continuato ad essere accordato ampiamente agli ebrei provenienti dalla Germania e da altri paesi europei.

Dopo l’invasione tedesco-sovietica della Polonia, a settembre, le rappresentanze diplomatiche italiane si erano attivate per consentire che alcune migliaia di cittadini polacchi trovassero asilo in Italia; e, tra di essi, numerosissimi ebrei. Ciò – come evidenzia lo storico italo-israeliano Sergio Minerbi – era avvenuto «con la copertura dei loro superiori a Roma e talvolta persino del Ministro degli esteri Ciano». Quanto a Mussolini – malgrado atteggiamenti che al Minerbi sembrano contraddittori – «nel caso esaminato evidentemente non si oppose all’azione dei diplomatici».[1]

L’afflusso dei profughi israeliti – e non soltanto dalla Polonia – era tale che, nel dicembre 1939, i vertici dell’ebraismo italiano si attrezzavano per gestire un fenomeno che cresceva a ritmi sempre più sostenuti. Nasceva così la DELASEM (Delegazione per l’Assistenza degli Ebrei Emigrati), cui si è già accennato in un precedente articolo.

L’atteggiamento italiano nei confronti dei profughi ebrei aveva un significato evidente: malgrado il Patto d’Acciaio con Hitler, l’Italia non aveva alcuna intenzione di praticare un antisemitismo di carattere persecutorio.

Il comportamento italiano era tanto più significativo se si considera che altre nazioni, rette da regimi democratici e influenzate da gruppi di pressione israeliti, avevano un atteggiamento ben più restrittivo nei confronti dei profughi ebrei. Certi paesi, anzi, non avevano atteso neanche l’inizio della guerra per chiudere le porte all’immigrazione ebraica. Clamoroso il caso degli Stati Uniti d’America, ove peraltro l’amministrazione Roosevelt era fortemente condizionata da ambienti dell’alta finanza ebraico-americana. E il riferimento al potentissimo Ministro del Tesoro, Henry Morgenthau, é d’obbligo.

Vi é un episodio che più di ogni altro simboleggia il crudele atteggiamento degli americani. Il 4 giugno 1939, proveniente da Amburgo, giungeva al porto di Miami, in Florida, il transatlantico tedesco “Saint Louis”, con a bordo 930 profughi ebrei che chiedevano di essere accolti negli Stati Uniti. Ai profughi, su preciso ordine del presidente Roosevelt, veniva rifiutato l’asilo sul suolo americano, ed il transatlantico doveva riprendere la rotta per l’Europa.

Da quell’episodio prendeva le mosse la politica delle porte chiuse all’immigrazione ebraica, che poi caratterizzerà la condotta statunitense negli anni della Seconda guerra mondiale.

Una curiosità: nel dopoguerra, la vicenda della “Saint Louis” ispirerà un romanzo di successo (“La nave dei dannati”) ed un film premiato con un Golden Globe (“Il viaggio dei dannati”).

 

 

“LO SCHERMO PROTETTORE”

La netta diversità fra le politiche antisemite di Roma e di Berlino si protraeva anche quando l’Italia entrava in guerra (giugno 1940). Anzi, era proprio nei teatri di guerra e nelle zone d’occupazione che il contrasto tra i due modelli appariva chiaro, nettissimo, evidente anche per gli osservatori più sprovveduti.

La profonda diversità tra la linea tedesca e l’italiana è energicamente sottolineata anche nei testi fondamentali della storiografia olocaustica: da “Il nazismo e lo sterminio degli ebrei” di Léon Poliakov,[2] a “La distruzione degli Ebrei d’Europa” di Raul Hilberg.[3]

Poliakov, in particolare, ebbe a qualificare addirittura la presenza italiana come uno “schermo protettore” nei confronti delle comunità ebraiche dei paesi occupati: «Mentre, in generale, i governi filofascisti dell’Europa asservita non opponevano che fiacca resistenza alla attuazione di una rete sistematica di deportazioni, i capi del fascismo manifestarono in questo campo un atteggiamento ben diverso. Ovunque penetrassero le truppe italiane, uno schermo protettore si levava di fronte agli Ebrei, che li salvaguardava sia dai lacci del IV-B che dai massacri e dalle persecuzioni dei Quisling locali. Un aperto conflitto si determinò alla fine tra Roma e Berlino a proposito del problema ebraico.»[4]

La verità è che, anche negli anni ’38-43 e pur in vigenza della legislazione antisemita, il regime fascista italiano manteneva nei confronti della popolazione ebraica un atteggiamento che, essendo certamente discriminatorio, non era tuttavia persecutorio né, tantomeno, cruento. E ciò, pur nella consapevolezza che tale atteggiamento avrebbe provocato notevoli attriti con l’alleato tedesco.

Alla fine del 1940 – quindi a guerra ormai inoltrata – il numero dei cittadini italiani di religione israelita che era ristretto nelle speciali strutture di internamento o di confino per elementi considerati potenzialmente pericolosi per la sicurezza nazionale, ammontava a circa 200:[5] un numero che (pur se destinato a crescere gradatamente fino a raggiungere le 1.000 unità nel 1943) appariva assolutamente fisiologico in rapporto al totale – che abbiamo visto essere di circa 50.000 – degli ebrei italiani.

 

“UN DEBITO DI GRATITUDINE”

Anche in tempo di guerra, dunque, in Italia si continuava ad essere «estremamente blandi nel trattamento degli ebrei» (Gœbbels), ed il nostro paese era «forse l’unica parte d’Europa controllata dall’Asse dove la toppa gialla non è obbligatoria».[6]

Analoga la situazione nelle colonie (Libia in primis) e nei territori acquisiti dopo la campagna balcanica del 1941: le due province dell’area quarnarino-slovena (Fiume e Lubiana) e le tre della Dalmazia. Quanto all’Albania – unita all’Italia dal 1939 – questa diventava un sia pur piccolo rifugio per gli ebrei balcanici, al punto che la minuscola comunità ebraica locale (200 anime) cresceva del mille per cento: alla fine della guerra si conteranno in Albania circa 2.000 israeliti.[7]

Ma, più che in questi territori, era soprattutto nei Paesi occupati che si evidenziava particolarmente la differenza tra le linee italiana e tedesca. Casi assai noti sono quelli delle zone d’occupazione congiunta o, meglio, contigua: in Francia, con una poco nota appendice nella colonia tunisina; e nei Balcani (Croazia, Montenegro, Grecia).

Sono casi che hanno formato oggetto di numerose e voluminose pubblicazioni, la cui diffusione – però – é stata limitata ai soli addetti ai lavori. Tra tali pubblicazioni, mi piace ricordare soprattutto il libro dello studioso israeliano Menachem Shelah, dedicato ai rapporti fra l’esercito italiano e gli ebrei della Dalmazia e della Croazia,[8] intitolato significativamente “Un debito di gratitudine”.[9] Quello che emerge dall’opera di Shelah e da quelle di molti altri studiosi delle politiche d’occupazione italiane è, non soltanto la diversità, ma più ancóra il contrasto e l’aperto conflitto tra la linea italiana e quella adottata dalle autorità tedesche nei confronti degli ebrei.

Certo, non mancano autori (e non soltanto di scuola anglosassone) che preferiscono evidenziare ogni aspetto di rigidità delle autorità italiane verso le popolazioni israelite.[10] Ma la gran parte degli storici – di ogni orizzonte politico – è unanime nel sottolineare piuttosto l’atteggiamento comprensivo e protettivo delle forze d’occupazione italiane. Anche autori di marcata ispirazione antifascista – come lo storico della resistenza e della deportazione Mario Avagliano – riconoscono l’evidente contrasto fra le politiche d’occupazione italiana e tedesca: «in Francia, Jugoslavia e Grecia, i comandi italiani intervengono spesso a difesa degli ebrei e sottraggono molti di loro ai tedeschi, salvandoli dalla persecuzione e dalle deportazioni.»[11]

Le vicende specifiche, le testimonianze di parte ebraica, le recriminazioni delle autorità tedesche sono numerosissime e perfettamente documentate. Molte sono riportate nel già annotato scritto di Maurizio Cabona, che – oltre ad essere rimarchevole anche per altri aspetti – ospita un discreto numero di significative citazioni. Ne riporto ancóra una, relativa alla zona d’occupazione in Francia: «il 12 febbraio, dopo un colloquio a Parigi con Adolf Eichmann, Knochen scrive ancora: “La migliore armonia regna fra le truppe italiane e la popolazione ebraica.” (…). Il 6 marzo 1943 l’Obersturmfuehrer Heinz Roethke scrive ad Eichmann che la IV Armata italiana ha usato la forza per liberare gli ebrei arrestati dalla polizia francese ad Annecy. (…) Ancora il 21 luglio 1943, quattro giorni prima della caduta di Mussolini, Roethke ribadisce nel suo promemoria sullo stato attuale della questione ebraica in Francia: “L’atteggiamento italiano è ed è stato incomprensibile. Le autorità militari italiane e la polizia italiane proteggono gli ebrei con ogni mezzo che sia in loro potere. La zona di influenza italiana, particolarmente la Costa azzurra, è divenuta la terra promessa per gli ebrei residenti in Francia”»[12]

 

N O T E

[1] Sergio I. MINERBI: La diplomazia italiana e il salvataggio di ebrei e polacchi. “Nuova Storia Contemporanea”, anno XII, numero 2. Casa editrice Le Lettere, Firenze, marzo-aprile 2008.

2 Léon POLIAKOV: Il nazismo e lo sterminio degli Ebrei. Giulio Einaudi editore, Torino, 1955.

3 Raul HILBERG: La distruzione degli Ebrei d’Europa. Giulio Einaudi editore, Torino, 1999.

4 Léon POLIAKOV: Il nazismo e lo sterminio degli Ebrei. Cit.

5 Mario AVAGLIANO: Ebrei e Fascismo: storia della persecuzione. www.romacivica.net/anpiroma/

6 Meir MICHAELIS: Mussolini e la questione ebraica. Le relazioni italo-tedesche e la politica razziale. Edizioni di Comunità, Milano, 1982. [Maurizio CABONA: Fascisti, neofascisti, postfascisti ed ebrei. www.settecolori.it]

7 Albania. www.it.wikipedia.org/


[1] Sergio I. MINERBI: La diplomazia italiana e il salvataggio di ebrei e polacchi. “Nuova Storia Contemporanea”, anno XII, numero 2. Casa editrice Le Lettere, Firenze, marzo-aprile 2008.

[2] Léon POLIAKOV: Il nazismo e lo sterminio degli Ebrei. Giulio Einaudi editore, Torino, 1955.

[3] Raul HILBERG: La distruzione degli Ebrei d’Europa. Giulio Einaudi editore, Torino, 1999.

[4] Léon POLIAKOV: Il nazismo e lo sterminio degli Ebrei. Cit.

[5] Mario AVAGLIANO: Ebrei e Fascismo: storia della persecuzione. www.romacivica.net/anpiroma/

[6] Meir MICHAELIS: Mussolini e la questione ebraica. Le relazioni italo-tedesche e la politica razziale. Edizioni di Comunità, Milano, 1982. [Maurizio CABONA: Fascisti, neofascisti, postfascisti ed ebrei. www.settecolori.it]

[7] Albania. www.it.wikipedia.org/

[8] L’Italia presidiava, oltre alla Dalmazia, la metà occidentale della Croazia; la Germania occupava invece la metà orientale.

[9] Menachem SHELAH: Un debito di gratitudine. Storia dei rapporti tra l’Esercito italiano e gli Ebrei in Dalmazia. 1941-43. Stato Maggiore dell’Esercito – Ufficio Storico, Roma, 1991.

[10] P.es. Davide RODOGNO: Il nuovo ordine mediterraneo. Le politiche di occupazione dell’Italia fascista in Europa, 1940-1943. Bollati Boringhieri editore, Torino, 2003.

[11] Mario AVAGLIANO: Ebrei e Fascismo: storia della persecuzione. Cit.

[12] Léon POLIAKOV e Jacques SABILLE: Gli Ebrei in Francia sotto l’occupazione italiana. Edizioni di Comunità, Milano, 1955. [Maurizio CABONA: Fascisti, neofascisti, postfascisti ed ebrei. Cit.]


 

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