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di Diego Bulgarella

I genitori di Anna, erano naturalmente consenzienti che la loro figliola frequentasse Diego, anche fuori casa, perché da qualche mese egli aveva ufficializzato il suo fidanzamento, presentandosi a casa di lei in pompa magna con madre, sorella, nonni, zie, parenti più o meno stretti, al solo scopo di assecondare le usanze del tempo, allorquando si doveva “chiedere la mano” di una brava ragazza.

Per l’“appuntamento” del matrimonio, ovverosia per la cerimonia del fidanzamento, anche la famiglia di Anna non poté mancare di presentarsi al gran completo, con tutti i parenti sino alla terza e anche alla quarta generazione, con gli affini ed il loro seguito, ma pure con i vicini e gli amici più stretti, perché oltre non si poteva. Ciò nonostante vi fu chi ebbe a lamentarsi di non essere stato invitato, ma soltanto per una semplice svista, con conseguenze che si trascinavano per tutta la vita, in occasione delle analoghe circostanze che potevano capitare a questi ultimi esclusi.

Naturalmente la casa della fidanzata, dove per tradizione doveva svolgersi la cerimonia, non era capiente al punto da potere ospitare tutta quella gente, perciò era stato predisposto che, per la cerimonia, molti invitati fossero accolti negli appartamenti dei vicini allo stesso piano che, ben volentieri si erano prestati a quella richiesta. Non erano sufficienti nemmeno le sedie e, per questo, si era provveduto ad “affittarle”, al costo di un “grana” (due centesimi) ciascuna, che non erano pochi, presso la chiesa di Santa Maria di Gesù, il cui sagrestano aveva però preteso che il trasporto e la restituzione (da eseguire immancabilmente alle prime ore del mattino seguente, pena la menzione del fatto e l’ammonizione, da parte del parroco, durante la prima messa!) avvenissero a carico degli interessati.

D’altronde era l’“appuntamento” della prima figlia e non si dovevano fare economie, anche se, per raggranellare le dieci lire che occorsero per le spese ritenute necessarie, Mastru Ninu dovette andare al “Banco” ad impegnare l’“oro della famiglia”, che consisteva negli orecchini d’oro e di corallo di donna Michela (sua moglie), nelle fedi nuziali e nella collanina di battesimo di nonna Carmela, ultimo avanzo della sua più cospicua dote, andata dispersa, nel corso del tempo, per le esigenze della “tribù”.

Non poterono mancare, per allietare la serata, abbondanti porzioni di “biscotti di zita” e, soprattutto, ettolitri di vino, di quello buono, “ammazza cristiani”, prelevato direttamente dalla “botte buona” della cantina di don Filiricu che, ad occhio e croce, una quindicina di anni almeno doveva averli, e che non produceva ubriacatura, ma soltanto uno stato di euforia e di esaltazione e che, soprattutto, inchiodava le persone alle sedie, perché non riuscivano più ad alzarsi, per nessun motivo.

Il cugino Gaspare, notoriamente il più spigliato e brioso della brigata, intonava stornelli in puro dialetto siciliano, adattati alla circostanza, che coinvolgevano i presenti in un coro approssimativo e alquanto stonato. Poi fiumi di brindisi, inframmezzati da versi popolari in rime, rivolti ovviamente ai promessi sposi ma, in tono canzonatorio, anche ai nonni e alle persone più anziane che, sino a quel momento, immedesimati nell’evento che richiamava in loro lontani ricordi giovanili, volenti o nolenti dovevano fare buon viso ai doppi sensi di cui erano fatti bersaglio, impietosamente.

Un trio di musicanti, ben conosciuto in città, accompagnava quell’allegra compagnia: era capitanato da don Cola, che nella vita svolgeva, come unica professione, l’arte di suonare il mandolino napoletano, rigorosamente a otto corde, pizzicato, nei festini ma anche in occasione di improvvisate serenate che gli venivano commissionate dai giovanotti di belle speranze e che, la maggior parte delle volte, si concludevano con una bella tinozza d’acqua indirizzata sulla sua testa, giacché si trovava sempre in prima linea, dalle madri delle giovincelle sospiranti, alle quali gli allegri concertini erano rivolti con tanta speranza ed amore.

Gli faceva da contorno e da spalla mastru Petru ‘u scarparu’, che di professione faceva, come del resto chiaramente indicato dal suo appellativo, il ciabattino e, poiché non riusciva il più delle volte a sbarcare il lunario, s’impegnava appassionatamente, al fianco di don Cola, a suonare la chitarra.

Infine, il pezzo forte del complesso, u zù Sarinu Stradivariu (lo zio…) che suonava un preziosissimo violino, a suo dire, fabbricato personalmente dal famoso liutaio cremonese; da lì il suo eloquente ed impegnativo soprannome. Ma al di là della veridicità della provenienza del suo strumento, egli riusciva a far emettere dallo stesso, note delicate e talora struggenti, che portavano, negli ascoltatori più competenti, sensazioni di piacevole armonia o di partecipata commozione. Magrissimo, con i capelli unti e un po’ spennacchiati sulle spalle, con il collo allungato ed impietosamente piegato sulla sua sinistra nella presa del violino, indossando una giacca adeguatamente nera, consumata dall’usura del tempo, che doveva avere almeno una trentina d’anni, e un paio di pantaloni rappezzati, dove s’intravedevano, nella parte posteriore, i segni delle tasche che erano state tolte, assumeva una sagoma inconfondibile, specie con la maschera che mostrava il suo volto nel corso delle varie esibizioni.

(continua)

 

 

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