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LA SICILIA E LA NUOVA SFIDA DELL’AUTONOMIA DIFFERENZIATA

Di Fabrizio Fonte

Il tema, che oggi impone l’agenda politica nazionale, innesca delle riflessioni anche sulla nostra Autonomia. La Lombardia, il Veneto e l’Emilia Romagna invocano, infatti, l’articolo 116 (che regola i rapporti Stato/Regione) della Costituzione e chiedono a gran voce una maggiore autonomia sui temi quali la salute, il lavoro, l’ambiente, l’attività internazionale e l’istruzione. Le maggiori regioni del Nord ambiscono, di conseguenza, a mantenere buona parte delle loro entrate fiscali (per l’ISTAT si tratta di 21,2 miliardi di euro) per i loro territori. I governatori della Lombardia e del Veneto, in questa richiesta, si fanno forti del referendum consultivo del 2017 che, seppur con un’affluenza bassa, ha dato un responso favorevole, mentre l’Emilia Romagna ha avviato l’iter per una maggiore autonomia tramite il voto del Consiglio Regionale. Tuttavia ancora oggi c’è da capire con quali modalità le tre regioni “virtuose” del Nord raggiungeranno, dal punto di vista normativo, l’obiettivo prefissatosi. Ovviamente, visto il tema, una riflessione sulla Sicilia nasce spontanea, considerato il fatto che è la regione autonoma per antonomasia. Anche se, a dire il vero, i dati Istat sono impietosi. Il 41,3%, infatti, della popolazione (più del doppio della media italiana) è a rischio povertà e il reddito medio disponibile, al momento, è attorno ai 13.286 euro, mentre la media italiana è di 18.505 euro. Non a caso i dati relativi al «Reddito di Inclusione», secondo Openpolis, la Sicilia è seconda in classifica (dopo la Campania) per il numero dei beneficiari. L’Isola è anche una delle regioni con il più alto numero (37,6% nel 2017) dei cosiddetti Neet (giovani che non lavorano e non studiano). L’occupazione giovanile è passata dal 36 al 26% negli ultimi dieci anni in Lombardia dal 58 al 50% e la forbice si allarga ogni anno di più ed ancora per lo Svimez, in questi anni, il PIL è sceso del 4% al Nord e del 10% al Sud (in Sicilia del 12%). Dinanzi a questi dati l’autonomia differenziata che oggi rivendicano le tre regioni del Nord-Italia ci deve, pertanto, far riflettere parecchio. Per alcuni autorevoli intellettuali non è, infatti, del tutto un aspetto negativo. Anzi per certi aspetti potrebbe rivalorizzare anche la nostra di Autonomia. È chiaro che l’unità, la coesione nazionale non può, e non deve, essere messa in alcun modo in discussione. Mettere in campo le nuove autonomie del Nord e rilanciare la nostra, che è straordinariamente attuale e straordinariamente importante, potrebbe significare, infatti, una nuova stagione di riforme della nostra nazione. Non sarebbe, quindi, paradossale guardare, diciamo senza alcun pregiudizio almeno iniziale, con favore a questa nuova stagione. Potrebbe essere, infatti, foriera di un nuovo regionalismo di tipo procedurale, che sancisca, ad esempio, la partecipazione della Sicilia alle decisioni pubbliche nazionali sugli investimenti e la distribuzione delle risorse e sugli interventi volti allo sviluppo. Per altri, invece, le risorse che le regioni del Nord terranno per sé, andranno ad essere tolte a quelle più povere del Mezzogiorno, ma in ogni caso c’è da dire che, rispetto al passato, ci troviamo dinanzi al tempo della globalizzazione e dell’integrazione tra sistemi economici e politici. La nuova impostazione potrebbe consentire magari di attuare, finalmente, l’art. 37 dello Statuto, che prevede che le aziende che hanno sede legale fuori dall’Isola, ma che vi operano siano tenute a pagare le imposte in Sicilia. A partire da quel 40% del petrolio che si consuma in Italia e che è prodotto in Sicilia. Ennesimo paradosso di una Terra che continua a barcamenarsi in una profonda, quanto inarrestabile, crisi sociale ed economica. Eppure lo Statuto siciliano avrebbe dovuto, almeno negli auspici dei padri autonomisti, garantire all’Isola delle condizioni di sviluppo di ben altra portata ed oggi, soprattutto, in linea con i parametri europei. Un atto d’accusa, ed una sensazione di estremo rammarico, emerge chiaramente da queste considerazioni verso quei «centri decisionali del potere» che hanno usato, in questi oltre settant’anni di “specialità” amministrativa, lo strumento autonomista in maniera fraudolenta e distorta, abusandone a loro esclusivo vantaggio e, soprattutto, a discapito degli interessi diffusi della stragrande maggioranza dei siciliani.


 

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