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di Elio D’Amico

In Corso Vittorio Emanuele impazzano le maschere: bambini e adulti, con le maschere più originali, combattono al lancio di coriandoli e stelle filanti; la strada è ormai un tappeto colorato…

Ma c’è qualcosa che non va: mi accorgo che sto copiando un vecchio articolo di cinquant’anni fa ! ma io devo fare un articolo sul carnevale a Trapani nel 2019 !

E va bene, cominciamo: è carnevale !

L’articolo potrebbe terminare qui, poiché non c’è altro da aggiungere, da commentare se non qualche serata danzante al suono di trombette di carta, accodati in interminabili trenini che il giorno dopo ognuno giurerà di non avere mai fatto.

Il carnevale trapanese è tutto qui, ben lontano dall’esplosione di allegria che era quello di appena una cinquantina di anni fa, quando questo era davvero un periodo atteso da tanti, la cui preparazione iniziava già pochi giorni dopo la conclusione delle feste natalizie.

Il carnevale trapanese è molto più antico di quanto si possa pensare, se nel ‘700 i nobili in questi giorni amavano scendere tra il popolo, vestiti anch’essi da domino e con il popolo scatenarsi nei più sfrenati divertimenti a cui la loro casta impediva loro di abbandonarsi gli altri giorni (almeno ufficialmente).

E tra i vari gruppi mascherati erano botte da orbi, con la speranza di incocciare qualche nobile da ridurre peggio di un lazzero; e fu così che il Governatore vietò di portare, in quei giorni, qualsiasi strumento atti ad offendere.

Per tale motivo ben presto i nobili tornano a festeggiare il carnevale tra di loro, con grandi balli in maschera, ed il popolo torna a divertirsi per le strade, continuando a fare scherzi anche feroci; e tutto ciò fino agli anni ’60, quando il carnevale comincia a ridurre il suo spirito popolare, per diventare soltanto occasione di forzosi balli in maschera.

Ma resta la memoria di quei giorni di pura spensieratezza: solo le persone ormai sessantenni ne hanno ricordo, mentre per i giovani il carnevale è quello dei trenini danzanti.

Qualcuno ricorda ancora i carri carnascialeschi che, organizzati dai giovani universitari della Corda Fratres, in coincidenza con la Festa della matricola, e che sfilavano per la città ancora agli inizi degli anni ’50; erano soprattutto dei grandi mascheroni di cartapesta che rappresentavano, in maniera caricaturale, noti personaggi della vita cittadina e nazionale, montati su dei camion: per quei tempi era il massimo della satira politica !

Venivano preparati in maggior parte da un certo Sig. Canino, che già ai primi di gennaio apriva il suo cantiere nel cortile di Palazzo Ripa, allora in concessione a ‘Nzino Fiorino, gran pasticciere e uomo di goliardico umorismo.

A questo corteo si affiancava quello dei Nanni di Carnevale, due vecchietti con la testa di cartapesta, che arrivavano alla stazione ferroviaria, accolti dal Sindaco che consegnava loro le chiavi della città e poi sfilavano per le vie cittadine su un calessino, accompagnati da una folla in maschera che lanciava coriandoli e stelle filanti; tutto si concludeva il terzo giorno davanti a Palazzo Cavarretta, quando il nonno, morente, faceva testamento, lasciando tutti i mali della città… alle future generazioni; ovviamente i testi dovevano prima essere presentati in Questura per una preventiva censura !

Questa, in sintesi, era la parte pubblica del carnevale cittadino: ma c’era – non meno sentito – anche un carnevale privato, che si svolgeva per le strade o nelle case private, fatto di feste e scherzi individuali.

L’attività più frenetica era quella di vestire con una maschera originale figli e nipoti: già a Natale si cominciava a sfogliare riviste, soprattutto di viaggi in paesi esotici, alla ricerca di quell’idea che potesse rendere unico il travestimento: individuato il costume, si passava alla sua realizzazione, poiché non esistevano i costumi belli e pronti da compare al supermercato.

I costumi venivano cuciti da mamme, nonne o qualche zia o vicina dalle mani buone; e per gli accessori la fantasia si sbizzarriva nel modificare sapientemente oggetti di uso quotidiano.

E la domenica mattina tutte le mascherine erano in qualche cinema di Trapani, dove, organizzato dall’E.N.A.L., si svolgeva il concorso della ”Mascherina d’argento”; tutti i bambini sfilavano sul palcoscenico, ed un’apposita giuria votava le dieci mascherine più belle, che venivano premiate tra le delusioni e le contestazioni di… mamme e papà.

Ma la vera festa si svolgeva per le strade, dove decine di mascherine si davano appuntamento per lanciarsi coriandoli, stelle filanti e giachette, i colorati confetti di carnevale; ed il Corso Vittorio Emanuele era anche teatro di scherzi memorabili, che ancora la tradizione popolare ricorda con nostalgia e con il sorriso sulle labbra.

Il più popolare degli scherzi era il dacalà: innocenti ragazzini si avvicinavano a ignari e seri signori e con leggerezza, senza che il malcapitato se ne accorgesse, gli attaccavano sulle spalle un cerchio di carta da cui si dipartivano delle strisce colorate – il dacalà, appunto -; la vittima diventava così oggetto di risate e di scherno, senza che lui se ne rendesse conto, finché un amico, impietosito, non gli toglieva dalle spalle quell’ingombrante oggetto.

Ma c’era anche chi sfruttava i fili aerei del filobus, che allora attraversava il corso: su di loro venivano fatti passare dei fili da pescatore, assolutamente trasparenti, alla cui estremità era attaccata una molletta da bucato, mentre l’altra era nelle mani del buontempone di turno.

La molla che faceva scattare lo scherzo era il passaggio di qualche signore con il cappello: un ragazzino scattava lesto e attaccava la molletta sulla tesa del cappello, mentre l’altro, dall’altra parte del filo, lo sollevava immediatamente portandolo fuori dalla portata del malcapitato; inutili erano i suoi salti per recuperare il cappello, che si abbassava fin quasi alla sua altezza per salire ancora in alto quando l’oggetto dello scherzo decideva di spiccare il salto; il cappello veniva recuperato solo quando sulla via spuntava un altro cappello.

Erano scherzi innocenti che davano a tutti qualche ora di sana allegria.

E la sera c’erano i quattro salti in famiglia, al ritmo di contradanze, dove partecipavano tutti, dalle nonne ai nipotini; e quando questi si addormentavano, sulle sedie, tra i cappotti, iniziava il momento degli indovinelli: si cominciava con quelli puliti, in un crescendo che portava agli indovinelli grassi, quelli a doppio senso, che facevano arrossire le signorine che nascondevano dietro la mano aperta un sorriso malizioso; ma, semel in anno licet insanire.

Adesso l’unica attività carnascialesca è quella di incontrarsi in una affollata sala, per ballare in gruppo e fingere un’allegria che probabilmente non c’è più; e gli scopini che il giorno dopo puliscono le strade dal tappeto di coriandoli e stelle filanti, e i giovanotti che si ritirano all’alba dai veglioni dove avevano impazzato vestiti da donne, e che pericolosamente sfottono chi è già al lavoro, fanno ormai parte dei nostri ricordi cinematografici da “I vitelloni” di Federico Fellini.

 

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