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di Tonino Perrera

Hemer è una piccola cittadina tedesca della Renania Settentrionale – Vestfalia, con poco più di 37 mila abitanti. Guardando le foto attuali non si potrebbe immaginare che durante la seconde guerra mondiale fu sede di uno “stammlager”, lo “VI/A”. Era un campo di prigionia programmato per prigionieri slavi, misurava circa 200 x 100 metri, circondato da filo spinato, ed era destinato ad accogliere 10.000 prigionieri. Invece furono oltre 24.000 gli internati in questo campo, di cui 19.000 russi, 3.000 polacchi, 1.500 italiani, 500 francesi, oltre a piccole minoranze di altre nazionalità. La liberazione dei prigionieri avvenne il 14 aprile 1945 e un rapporto del comando americano ci testimonia le tremende condizioni trovate: l’ospedale ospitava 9.000 pazienti con tifo, polmonite, tubercolosi, dissenteria. Si registrava una mortalità di 100/150 persone al giorno. I prigionieri erano vestiti di stracci, coperti di pidocchi, il vitto consisteva (quando c’era) in una ciotola d’orzo al giorno per i russi, due ciotole per quelli di altre nazionalità, e un pezzo di pane ogni 10 persone. Esistevano 6 torri di avvistamento con sentinelle munite di mitragliatrici, telefono e proiettori, per una continua e perfetta sorveglianza del campo, recintato da pali con filo spinato di altezza dai 3 ai 3,5 metri. Nell’inverno del 1939 i prigionieri dovettero trasferirsi negli edifici della caserma che ancora non erano completati, e furono costretti a dormire per terra finché non furono approntate delle cuccette di legno di 2 o 3 piani. Erano tutti schedati con i loro dati anagrafici e dovevano sempre portare addosso una targhetta metallica di riconoscimento. Tutti furono adibiti a lavori rurali e ad altre attività manuali pesanti.

Ad Hemer ci sono attualmente 2 cimiteri di guerra, Duloh e Höcklingser Weg, con oltre 23.900 morti, mentre altri 3 cimiteri furono chiusi prima del 1950. Fra questi, nel cimitero Waldfriedhof dal 1939 al 1945 erano stati seppelliti 332 prigionieri di guerra: 166 francesi, 12 belgi, 75 italiani, 1 canadese, 4 britannici, 42 polacchi, 17 jugoslavi e altri 15 di nazionalità sconosciuta. Sepolti in semplici bare di legno, avevano ricevuto una cerimonia semplice, la bara era stata accompagnata da un prete francese o polacco. Nel 1941 a uno dei prigionieri di guerra francesi fu concesso di scolpire una lapide in ricordo dei suoi commilitoni. La lapide, eretta nel 1942, ha un’altezza di circa 1 m, e nella parte superiore, in rilievo, mostra una donna in lutto, e l’iscrizione “A nos camarades morts en captivité” (ai nostri compagni deceduti in prigionia). Sotto c’è una croce incisa e in fondo la data, Hemer, 1941.

Quelli che se la passarono peggio furono i russi che, arrivati stremati dal lungo viaggio e dalle intemperie, furono messi subito al lavoro. Anche i più forti spesso non ce la fecero e le morti aumentarono vertiginosamente, cogliendo impreparati sia il comando dello stalag che le autorità locali.  Avvenne così che i cadaveri, avvolti nella carta e trasportati su carretti, furono sepolti in fosse comuni e senza alcuna cerimonia. Si calcola che in soli 15 mesi furono oltre 3.000 i cadaveri sepolti in 16 fosse comuni. Dopo il 1949 questi luoghi furono trasformati in viali alberati e non è più possibile rintracciare le nefandezze del passato perché sono stati rimossi tutti i segni delle tombe e delle fosse. Nel cimitero russo di Höcklingser Weg è stato posto un monumento composto da tre pietre quadrate affusolate con la scritta “Qui riposano 3000 cittadini sovietici che morirono negli anni dal 1941 al 1945 lontano da casa”.

Fra il 1947 e il 1956, in base ai trattati sui cimiteri di guerra, buona parte delle salme fu trasferita nei rispettivi paesi di appartenenza, i deceduti italiani furono trasferiti nella sezione italiana del cimitero di Duloh, dove già erano stati sepolti circa 200 italiani nella primavera del 1945 ed altre 182 salme provenivano dal cimitero di Francoforte sul Meno.

Anche l’arrivo degli americani, il 14 aprile 1945, non riuscì a bloccare i decessi per un certo tempo, perché i prigionieri erano troppo debilitati o con malattie troppo avanzate per potersi riprendere.

Ancora oggi è impossibile stabilire il numero dei morti dello Stalag VI/A, ma questo non è importante. E’ importante sapere ciò che avvenne per capire quali dimensioni raggiunse il Male, nel nome di una folle ideologia.

 

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