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di Diego Bulgarella

La chiglia della nave scivolava sulla superficie del mare, appena increspata dal venticello di libeccio, che ne favoriva la navigazione.

Il traghetto cominciava la navigazione da Trapani verso Civitavecchia, dove era previsto l’arrivo l’indomani, nel primo mattino.

In silenzio, volsi lo sguardo verso il bagliore che s’intravvedeva sullo sfondo, all’orizzonte, in mezzo all’atmosfera satura di umidità, che ne amplificava la visione: ebbi una percezione suggestiva, profonda, che accentuava, nel mio stato d’animo, sentimenti di tristezza e di dolore per il distacco dalle cose che avevo tanto amato e dalle persone alle quali ero legato, in vario modo.

Quelle luci fioche, che mi sforzavo d’immaginare provenienti dalla mia amatissima terra, mi riportarono indietro nel tempo e nello spazio: onda su onda, il pensiero navigò anch’esso sul cammino dalla mia giovane vita, mentre dovevo lasciare quella terra dove avevo trascorso la mia infanzia e la mia gioventù. Non trovavo sollievo pensando alla speranza di una vita migliore e dalla euforia per avere vinto il “concorso” per entrare nella Pubblica amministrazione; tutto ciò era attenuato dal “peso” del distacco dalla mia “terra”.

 

  • * *  *  *  *

 

 

Orizzonti ideali, ma improbabili, distesi su valli variopinte, in cui i prati sembravano ondeggiare, mossi dalla brezza tenue che li percorreva, come ad accarezzarne la superficie. Su di esse volavo leggero, quasi a sfiorarle, per raccoglierne la fragranza dei fiori e delle erbe, che custodivo come prezioso tesoro, perché mi riversavano gli odori della mia vita, delle persone che ne delineavano i contenuti, della mia casa alla quale ero legatissimo, di mia madre tanto adorata, di mio fratello, custode severo dei miei primi passi, della mia dolcissima fidanzata  e poi dei tanti cari amici che non avrei più rivisto chissà per quanto tempo.

“Addio gioie assaporate, mai provate appieno, nelle quali mi cullavo di tuffarmi, nell’anelito del trascorrere delle mie brevi ore liete con l’amata, ma anche con tutte le persone alle quali ho donato il mio affetto!

“Addio dolci illusioni giovanili, nelle quali avevo riversato tutto lo slancio delle mie passioni e consumato l’entusiasmo che avvolge ogni ideale! Le ombre tenui della notte calano, con tristezza immanente, sulle strade che la primavera della mia vita aveva delineato per essere percorse dal poderoso incedere della giornate, nelle quali ponevo tutto l’impeto del mio divenire.

“Addio mitico Monte dai suggestivi sentieri, in mezzo ai quali veleggiavo beato, sospeso nell’aere leggero, nei fantastici meriggi primaverili, quando immagini dorate si stagliavano sopra la malinconica apparizione del mio vivere diuturno! Ninfe leggiadre e gentili, che pure tanto sollievo mi diedero, quando si proponevano come guide sicure, nel mio insolito vagare solitario e incerto, recandomi compagnia verso mete agognate!

“O nitide spiagge, distese come a cullarvi nel lieve avanzare dell’onda marina, che in nessun istante termina il suo procedere,  rivedrò solo nei miei pensieri il vostro piano sabbioso, dove cadevo inerte, dopo il faticoso nuotare nell’ acqua azzurra, intriso della salsedine che mi dava la misura del suo amore, e dove ritempravo le mie forze, prima di ripercorrerla, per assaporare ancora e ancora sensazioni d’abbandono e di liberazione!

” Ad ogni gemma di questo scrigno celeste ho narrato la fiduciosa attesa dei miei progetti, le speranze percorse dal tempestoso mio avanzare, le baldanze che mi hanno consolato nelle mie illusioni. Su ogni stella del firmamento, mentre affidavo un messaggio di speranza, ho posto te, o dolcissima mia compagna diletta, come prezioso monile che fa risplendere ancor più la propria luce, esaltandone la radiosa armonia.

“ Candida immagine dell’immacolata Madre, prezioso sempre mi fu il tuo cospetto, al volgere dei tanti sofferti viaggi che conducevo dalla Ragosìa silente, come pellegrino devoto, per offrirti il sacrificio del mio faticare. Nel tuo tempio, servo fedele, trovai consolazione dal sorriso benedicente che s’irradiava dal volto beato, allorquando ponevo sotto il tuo celeste manto ogni mia ansia, ogni tribolazione, ogni assillo. A te ancora io mi rivolgo, benché lontano, perché il tuo prezioso ausilio giunga verso gli affetti a me più cari, onde abbia a custodirli, a guidarli, ad assisterli, a proteggerli, in tutte le umane vicende!”

*   *   *   *   *

La mano del mio amico di viaggio, che si appoggiò sulla mia spalla, pose fine alle mie riflessioni e mi indusse ad affrontare, da subito, la realtà che si profilava in tutta la sua durezza.

Dopo avermi offerto la modesta pietanza messa a disposizione della scarsa cambusa della nave, il mio amico mi accompagnò sotto coperta, in un angusto locale, a fianco della sala macchine dalla quale proveniva un rumore assordante dei motori.

Ivi, trovammo ristoro poggiandoci, stremati, sopra i giacigli di fortuna fatti da materassi di lana e da cuscini che sembravano impagliati. Ma la stanchezza era tale che, in breve, assaporammo (beata gioventù!) un sonno ristoratore, che  ci condusse beati sino all’alba…

Il sibilo di una sirena proveniente da un’altra nave che incrociammo pose fine a quel sopore benefico che aveva interrotto le mie ansie.

Le luci soffuse che venivano da Civitavecchia, sullo sfondo, mi condussero all’inizio di quella nuova tappa della mia vita…

 

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