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di Salvatore Costanza

“Senza un sogno, non vogliamo essere già subito così, giovani seri o contenti per forza”. Aspettare qualcosa dalla vita ed essere innocenti, sfuggire alle gabbie del clientelismo politico, è l’aspirazione operante dei giovani che lasciano l’Italia, un Paese “bello e inutile, dove tutto rimane immobile, uguale, in mano ai dinosauri”. Ritornano in questi anni i moniti di Pier Paolo Pasolini e del “Professore” nel film di Marco Tullio Giordana a ricordarci i mali congeniti, strutturali, dell’Italia. Una intellettualità carente d’impegno etico-civile, e quasi sempre piegata sulle ragioni del potere; una classe politica che sul trasformismo ha alzato sempre le sue bandiere “nazionali”-.

Una rivoluzione silenziosa, quella dei giovani emigrati dal Mezzogiorno e dalla Sicilia, culturalmente attrezzati per lauree e masters acquisite con sacrifici finanziari (e affettivi) delle famiglie, e poi sparsi in Europa e in America a inseguire il sogno di affermare la propria professionalità.

Una rivoluzione silenziosa che, a pensarci bene, ha lo stesso impulso dei giovani contestatori del ’68, che il loro “sogno” volevano realizzarlo in Italia, contro i dinosauri di allora. Mezzo secolo dopo, e forse consapevoli attraverso la memoria dei padri, di quella sconfitta, le nuove generazioni hanno ribaltato il segnale della rivolta del ‘68 con la “fuga” aperta alla vita, da cui “aspettare qualcosa”, e il distacco, certo lacerante, dalle proprie eredità paesane.

Questi pensieri, acerbi e solitari, mi hanno mosso a considerare “esemplare”, per più aspetti, la vicenda di Angela Grignano, giovane entusiasta della danza, e “progettista”, con la sua tesi di laurea, di un “sogno” elaborato per un possibile teatro a Trapani. (“Trapani, città di artisti senza palcoscenico”, con l’ironico sottotitolo “Cu avi pani, nun avi renti”). Il sogno, appunto, inseguito per oltre settant’anni, di un teatro che si diceva di volere impiantare –  per la macabra pantomima delle promesse elettorali – nel Palazzo Lucatelli, o tra le fantomatiche “Case belle” di Piazza Vittorio, oppure alla Stazione ferroviaria, a Xitta, al Ronciglio…come un Carro di Tespi, a segnare la metafora della insipienza dei nostri amministratori.

Con Angela, ho conversato per la sua ricerca sul “Teatro a Trapani”, ricordandole un altro momento del lungo itinerario di speranze e progetti, quando, nel 1979, io stesso avevo ricostruito la storia del teatro “Garibaldi”, e il suo illustre passato, col debutto di Enrico Caruso, nel 1896, addirittura consegnato nella memoria di un noto romanzo di Frank Thiess (“Il tenore di Trapani”).  Nel mio colloquio con Angela, non volevo chiudere i suoi splendidi occhi e il sorriso della “speranza di una rinascita”, che l’animava, con il disinganno dello storico. La sua scelta di inseguire, a Parigi, il suo sogno lo considero, in fondo, come un rimprovero per chi non ha saputo, o voluto, fuggire fuori dal cerchio  avvilente dei dinosauri di casa nostra.

 

 

 

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