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di Fabrizio Fonte

Non vi è dubbio che il tema è centrale nella vita quotidiana di circa 500milioni di persone. Ovvero l’Europa o se preferite l’attuale «Unione Europea». Aver scelto, infatti, di aggregare 28 nazioni sulla base di rapporti economici e finanziari, rispetto, invece, a delle logiche sociali e culturali, ha portato a dare la priorità non ad un benessere diffuso delle popolazioni del vecchio continente, quanto piuttosto al rispetto, a qualsiasi costo, dei tanto vituperati parametri di Maastricht. E questi ultimi hanno imposto delle azioni di finanza pubblica che potremmo definire, senza tanti giri di parole, «lacrime e sangue». A dire il vero non pochi avevano previsto, con largo anticipo sulla base di scelte governative chiaramente incoerenti ed illogiche, l’attuale crisi dell’Istituzione Europea. Una tra le proposte, che potrebbero risollevare le sorti comunitarie, è certamente quella di suddividere l’attuale «Unione Europea» in almeno quattro macro-aree più omogenee, per meglio registrare i criteri con cui poter convivere tutti sotto lo stesso “tetto”. Questa differenziazione l’aveva già, in qualche modo sul piano Mediterraneo, preventivata a suo tempo anche Dino Grammatico, che in seno ad un convegno sul tema aveva affermato «l’Europa senza un Mediterraneo vivo e pulsante sarebbe un’Europa senz’anima». È innegabile che la situazione sia oggi ancora più drammatica di allora. L’impoverimento di larghi strati della popolazione, l’alta percentuale di disoccupati (nel nostro «Mezzogiorno» soprattutto giovanile), il malessere dei pensionati ha portato, e verosimilmente porterà, a delle scelte elettorali sempre più «sovraniste». L’autodeterminazione dei popoli sarà, certamente, oggetto della prossima campagna elettorale per le europee di maggio. Le lobby finanziarie, dal canto loro, faranno di tutto per respingere l’assalto prima, e la dissoluzione dopo, di questa «Unione Europea», che ha messo al primo posto nella sua agenda politica proprio gli interessi della finanza e delle banche a discapito delle condizioni di sopravvivenza dei comuni cittadini. Ecco perché in molti si chiedono se non sia ormai indifferibile la nascita di una nuova Europa a due, o più, velocità o se non debba essere addirittura introdotta una seconda moneta ad uso interno per le nazioni economicamente più esposte al debito pubblico. L’intero ragionamento, ovviamente, s’inquadra in un contesto più ampio. A partire, ad esempio, dalla richiesta di «indipendenza catalana», che non riguarda, si badi bene, solamente la Spagna. Era, per certi aspetti, impensabile che una singola regione d’Europa potesse far tremare, fin dalle fondamenta, un’Istituzione così rilevante. Tuttavia non solo la Catalogna sta rivendicando velleità autonomiste. Bisogna, infatti, correttamente ricordare che questo processo di sgretolamento avviene dopo la BREXIT, ovvero la procedura di uscita del Regno Unito dall’UE. Appare pertanto sempre più evidente che oggi, in un ambito di grande globalizzazione, le regioni d’Europa siano portate a ragionare su delle priorità, che fanno sì che parta proprio dal territorio la richiesta di un’autonomia maggiore in grado di dare concrete prospettive di sviluppo. Il mondo è, infatti, cambiato, diventando “piccolo” ed in questo caso il glocal appare decisamente più funzionale del global. Del resto l’«Unione Europea» dei nostri giorni, come dice bene Marcello Veneziani, è perfettamente rappresentata dalla sua bandiera, ovvero con tante stelle ed un vuoto al centro. È priva di valori e di identità e ragiona, esclusivamente, in termini finanziari ed economici e, di conseguenza, appare lontana e distante dalle problematiche quotidiane dei cittadini. Tutto ciò contrasta evidentemente con le aspirazioni dei padri fondatori della prima «Comunità Europea» che, negli anni ’50 del Novecento, aggregarono popoli interi e non interessi di pochi.

 

 

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