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Di Diego Bulgarella

SECONDA ED ULTIMA PARTE

 

27/7/1956 – Durante la navigazione cominciarono le prime ombre su ciò che stava succedendo in Egitto, dove Nasser, da poco al potere, proprio in quelle ore aveva annunziato la nazionalizzazione del Canale di Suez e sulla reazione della Francia e dell’Inghilterra che minacciavano l’invasione del Canale. Senza contare della possibilità di un intervento anche di Israele che non sarebbe rimasto a guardare…

I primi commenti da parte degli ufficiali e dei componenti dell’equipaggio non furono per me affatto rassicuranti. Parlavano della possibilità della chiusura del Canale e della necessità di dovere fare il Periplo dell’Africa per ritornare in Italia.

Così, 24 ore dopo, sotto la minaccia di quelle eventualità calammo le ancore nella rada di Mogadiscio, all’imbrunire. Quella sera, fui invitato da parte di alcuni membri dell’equipaggio che avevano cominciato a coccolarmi come il “piccolo” di bordo a partecipare ad una pesca che mi annunciavano come “miracolosa”: calammo alcune lenze improvvisate, con esche di carne essiccata e, poco dopo, non tardarono a vedersi i risultati. Affiorarono dall’acqua alcuni pesci, mai visti prima, di una discreta dimensione agganciati agli ami delle lenze. Mi dissero che si trattava di “Pesci pilota” che stanno attaccati sul ventre degli squali con delle “ventose”, guidandoli nei loro movimenti, perché essi sono quasi del tutto ciechi: naturalmente usufruivano degli avanzi dei loro pasti. Avevo sempre saputo che quel tipo di pesce era a strisce azzurre verticali  e che si stabilizzava sotto gli squali per guidarli, ma evidentemente, quella era una specie particolare diversa che stazionava in quei luoghi.

29/7/1956 – Di buon mattino, con una scialuppa assieme al primo Ufficiale e ad uno sparuto gruppo di passeggeri fui portato sulla terraferma, diretti alla Capitaneria di Porto per il disbrigo delle pratiche correnti. Con mia grande meraviglia notati che tutti parlavano correttamente l’Italiano (era il retaggio della presenza coloniale  italiana sino al decennio precedente) e di ciò ne ebbi grande conforto perché poco dopo ebbi occasione di sfruttare quel privilegio.

L’Addetto dell’Ufficio si rivolse a me e, con mia grande meraviglia, mi chiese di consegnare una lettera appena ricevuta per via aerea al sig. Bulgarella Diego, imbarcato sulla “Franchina Fassio”.

Spiegai che l’interlocutore ero io e così, tra una battuta e l’altra, mi invitò a prendere una bella “gassosa” nel bar vicino. Naturalmente con molta affabilità discutemmo del più e del meno ma soprattutto delle vicende politiche che si addensavano sul “Canale”, descrivendomi con toni più oscuri lo scenario che si preparava, compreso la sua chiusura o, comunque, del pericolo di attraversarlo al buio.

Quando aprii la busta appena ricevuta vi trovai alcune righe che mia madre, evidentemente preoccupatissima per le vicende appena accadute, mi indirizzava, pregandomi, come solo le mamme sanno fare, di farmi coraggio e di non lasciarmi prendere dallo sconforto per la nostalgia ed il “distacco” dalle persone e dalle cose a me care, ricordandomi  gli insegnamenti  che da piccolo mi aveva inculcato rendendo la mia forza d’animo più forte nelle piccole o grandi avversità. Quelle righe cambiarono il corso della mia vita perché cominciò a calarsi dentro di me la decisione di voltare pagina e di non proseguire la strada che io stesso mi avevo tracciato, cioè di cambiare rotta e di intraprendere per il mio avvenire una via più “terrestre”…

Passeggiammo in lungo e in largo per le vie della Città alla ricerca di chissà che cosa: il paesaggio mi apparve sbiadito, con costruzioni costruite artigianalmente e dalle strade sterrate, rese ancor più polverose da un seccante vento afoso che imperversava.

L’indomani all’alba proseguimmo la navigazione per Chisimaio, dove dovevamo imbarcare un carico di “caschi” di banane. Tra Mogadiscio e Chisimaio si trova l’equatore ed io, consapevole della “prima volta” che mi capitava di attraversarlo, ero emozionatissimo e sulla carta nautica, dove era tracciata la rotta della nave, seguivo miglio per miglio quella retta tracciata in mezzo all’oceano che intercettava l’equatore… Con una scusa l’Ufficiale di guardia mi disse di recarmi giù a prora per controllare la copertura di una scialuppa di salvataggio che sembrava essersi sganciata: quando fui giù… un secchio pieno d’acqua mi raggiunse all’improvviso sulla testa e su tutto il corpo ed una cantilena dei marinai, che sembravano incolpevoli,  recitava  il “battesimo”  di chi attraversa  per la  prima volta l’equatore …

2/8/1956 – poco prima di raggiungere Chisimaio durante il mio turno di guardia (verso le 22) il primo ufficiale, che mi coccolava e mi consigliava, mi fece osservare, quasi all’orizzonte, un piccolo gruppo di stelle: era la “Croce del Sud” ! che indica, nell’emisfero australe, il Sud magnetico (in quello boreale vi è la stella polare, come punto di riferimento del Nord magnetico). Quel ricordo rimase impresso nella mia mente per tutta la vita! Anche perché non ebbi mai più occasione di superare l’equatore.

5/8/1956 – La nave stette  3 giorni all’ancora in rada, mentre un discreto numero di barconi carichi di “caschi” di banane faceva la spola tra la riva e la nave stessa.

A bordo davanti ad uno  dei boccaporti fui assegnato io e un ragazzo di colore del posto (anch’egli parlava in perfetto italiano), per controllare, in contraddittorio, ciascuno con un proprio aggeggio, il quantitativo di merce imbarcata. Solo che noi due ragazzi venivamo distratti dalle nostre  interessanti discussioni per cui quasi sempre ciascuno segnava un numero e l’altro uno molto diverso. Ma in quel frangente cominciammo a trovare il sistema di affrontare le prime difficoltà della vita… con un sistema molto semplice: facevamo la media dei numeri segnati nei nostri strumenti e così tutti erano contenti….

8/8/1956 – Il carico di banane  era quasi ultimato e risalimmo di nuovo a nord verso Merca dove dovevamo completarlo, come da programma stabilito. Attraversammo di nuovo l’Equatore e, anche se con un po’ di emozione, non fui preso alla sprovvista e scansai il secchio d’acqua che all’andata avevo preso in pieno. Così raggiungemmo quella località e anche lì ci posizionammo in rada; subito dopo un discreto numero di barconi fece la spola per trasportare i caschi di banane, come già fatto in precedenza a Mogadiscio e a Chisimaio.

Alla fine dell’operazione era previsto il ritorno verso Napoli, rifacendo a ritroso il percorso Del Mar Rosso e del Canale di Suez. Ma un improvviso ordine della Direzione di Genova ci raggiunse a Mogadiscio dove imbarcammo alcuni passeggeri diretti in Italia. Restammo in attesa di ordini per alcuni giorni. Ci fu spiegato che si attendevano gli sviluppi degli accadimenti del Canale di Suez, perché vi era il rischio di una imminente chiusura dello stesso, considerato il precipitare degli eventi nella zona

15/8/1956- Al comandante venne delegata la decisione di proseguire la navigazione, lasciandolo libero di ritornare verso il Canale di Suez (dove ci venne comunicato che si attraversava lo Stretto solo di notte e senza Pilota) ovvero di proseguire, facendo il periplo di tutta l’Africa, per il quale occorreva una quindicina di giorni per raggiungere Napoli. In quest’ultimo caso c’era il pericolo del deperimento dell’intero carico di banane.

Il comandante decise di ritornare, ripercorrendo la stessa rotta dell’andata…

18/8/1956 – Di notte, attraversiamo il Canale: nessuno dormì per l’evidente pericolo che stavamo correndo perché al buio e senza Pilota

dovevamo tutti sgranare gli occhi per aiutare la conduzione della nave in

quelle circostanze.

19/8/1956 –Come Dio volle, siamo nel Mediterraneo! Respiriamo aria di casa… Siamo tutti euforici e, via radio, ci colleghiamo a turno con le nostre famiglie, in ansia per il lungo periodo di silenzio.

L’indomani attraversiamo lo stretto di Messina e, come d’uso in analoghe circostanze, il Comandante ci dà l’ordine di buttare a mare un centinaio di caschi di banane… che vengono subito raccolti dalle barche che ci circondano perché conoscono quel rituale pluriannuale. Per ringraziarci ci mostrano un pesce spada appena pescato che viene subito issato a bordo con delle cime .

20/8/1956  – Festa grande!… Entriamo nel porto di Napoli verso sera, circondati dal Vesuvio da una parte (illuminato) e dallo spettacolare scenario di una miriade di luci che sembrano scivolare in declivio sul mare azzurro, dall’altra parte.

L’indomani, di buon mattino, una ventina di persone (tutti miei parenti)  sono in attesa a terra delle operazioni di ancoraggio della nave; dopo di che, salutati il Comandante, gli Ufficiali di bordo, i marinai, metto piede a terra, che bacio ripetutamente come rituale visto nei film d’epoca.

Stretto dall’abbraccio dei miei cari e dalle loro effusioni, restai a Napoli altri tre giorni a festeggiare…l’avventura.

Finisce così la “crociera-premio” dell’aspirante allievo al comando delle navi mercantili, che da quel momento divenne soltanto un marinaio d’acqua dolce, perché quel viaggio anticipò altri orizzonti … terrestri…

 

 


 

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