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di Alberto Barbata

Durante il corso delle mie ricerche storiche ed estetiche sul Grand Tour nel meridione d’Italia, caratterizzato anche da una passione collezionistica che non mi abbandonava mai, ero venuto in possesso di un prezioso monile di oro, di età moderna, costituito da un paio di pendenti a goccia, raffiguranti due testine di una dea, probabilmente una Venere. Le testine erano belle, davvero stupende, e mi ero prefissato di farle analizzare da uno studioso di oreficeria antica. Mi fu consigliato da un amico studioso di storia dell’arte di farle vedere ad un personaggio eccezionale, allo scrittore Roger Peyrefitte che abitava a Parigi. Raffinato cultore della letteratura e dell’arte, diplomatico e scrittore, esteta, avrebbe potuto essere la persona ideale per capire di più la cultura di questi orecchini venuti in mio possesso. Nel 1976 mi recai a Parigi per un viaggio particolare, il mio viaggio di nozze, viaggio che si prefigurava anche come un percorso di studio. Avevo anche l’indirizzo di Peyrefitte, ma non mi riuscì di contattarlo, perché lo scrittore era in viaggio, fuori della capitale. Conoscevo bene l’opera dello scrittore francese, avevo raccolto tutte le sue opere, in Italia pubblicate da Longanesi.  I suoi romanzi, intrisi di gusto poetico misto ad un forte contenuto polemico e provocatorio, ottennero grandi successi di vendite e suscitarono furibonde polemiche nell’opinione pubblica. In un’intervista rilasciata nel 1991, disse di voler essere ricordato come “ ….l’amante della Sicilia, dell’Italia e della Grecia, tre paesi uniti nel mio cuore come unite sono state le loro civiltà”. Un suo celebre libro di viaggio s’intitola “Dal Vesuvio all’Etna”, pubblicato nel 1954 a Bari dal Leonardo da Vinci editrice, corredato dalle fotografie esemplari di Fosco Maraini, altro celebre viaggiatore e padre della scrittrice Dacia Maraini. Peyrefitte venne due volte in Sicilia e Taormina è stata tra le sue mete preferite, dove ha scritto negli anni cinquanta diciassette dei suoi romanzi, pubblicati in larga parte a Parigi dall’editore Flammarion. Anche “Du Vésuve à l’Etna” era stato pubblicato a Parigi da Flammarion nel 1952.  Lo scrittore francese arriva a Trapani non entusiasta della città, ma attirato soprattutto dal mito della Venere ericina. Sono le sue osservazioni taglienti e profonde, libertarie ed incisive che lo distinguono dagli altri viaggiatori precedenti. “ Trapani sfoggia le sue strade e le sue saline al piè del monte Erice. Il suo museo, che ha il nome del conte Pepoli che lo donò alla città, occupa un antico convento nel sobborgo (borgo annunziata ndr.) . La chiesa vicina, molto più interessante e più antica della cattedrale in stile barocco, risalta per i rosoni e i sestiacuti. Si trova in essa la statua della Madonna di Trapani, protettrice della città e dei naviganti. La cappella dei pescatori con la sua straordinaria cupola, e la cappella dei marinai con le sue eleganti nicchie valgono bene la pena di andare a vederle. “ A questo punto della pagina su Trapani, Peyrefitte stacca ed improvvisa un’osservazione di una profondità eccezionale che esalta la sua scrittura e fa risalire la città verso le vette più alte della storia. “E’ in alto mare, di fronte a questa città allora chiamata Drepana, che Claudio Pulcher (Pulcro ndr.) compì, prima di attaccare battaglia, uno degli atti celebri di libertà di pensiero. Si era andati a dirgli che i galletti sacri imbarcati sulla flotta si rifiutavano di mangiare, il che era di cattivo augurio. <<E allora bevano!>> replicò, ed ordinò di affogarli. Disgraziatamente per la libertà di pensiero, dice Peyrefitte, egli fu sconfitto. Pensavo a questa leggenda mentre guardavo lentamente procedere per le vie di Trapani la processione del Venerdì Santo. Grandi avvisi la annunziavano per tutta l’isola più come una curiosità folcloristica che come una festa religiosa. Preceduti da stendardi, gli appartenenti alle confraternite sono vestiti di un sacco rosso sotto una cocolla bianca e tengono in mano una torcia. Una ventina di statue in legno – i candelieri locali – sono portati dagli iscritti alle varie associazioni di mestiere col consueto passo di danza. Alcuni bandisti suonano inni a tutto fiato. I questuanti sollecitano invano la generosità dei curiosi. Piccoli venditori ambulanti offrono strillando le noccioline americane e le ostriche delle saline, che hanno l’aspetto di telline “.

Ma è l’antichità classica che attira Roger Peyrefitte, il suo fine è quello di descrivere la Venere ericina,i resti del suo tempio ed è la solitudine e la malinconia del borgo di Erice antica che lui descrive con la sapienza dello scrittore eccezionale. Il santuario, dice Peyrefitte, è senza dubbio il più alto di quanti ne furono eretti a Venere : quasi ottocento metri di altezza, un terzo di più dell’Acrocorinto. Al momento della mia prima visita, in un giorno di primavera, Venere sembrava volersi sottrarre alla mia visita: alcune nubi ondeggiavano sulla pianura e nascondevano la vetta della montagna, che qualche raffica di vento di tanto in tanto rivelava. ….il paesaggio si addolciva un po’, le rocce si facevano ridenti di ginestre in fiore e di margheritine, gli olivi si incoronavano di fronzuti rami, un bosco di pini imbalsava l’aria e stormiva. ….il piccolo paese, con la sua cinta fortificata, con le sue strade accuratamente selciate, con le sue case una uguale all’altra, ha l’aspetto, è vero, di una città morta. ….Una donna, vestita di nero apparve per un attimo sulla soglia della sua porta, un uomo incappucciato scantonò sulla strada spingendo un asino all’angolo di una via, dure ragazzi silenziosi erravano per i viali deserti del giardino pubblico. Finalmente questa Venere si degnava familiarizzarsi con me: i giuochi del sole e delle nubi erano ormai quasi giuochi d’amore. Io contemplavo negli sprazzi di luce le antiche mura, che si profilavano lungo alcuni pendii. Al castello, la cui pianta corrisponde al recinto del tempio, miriadi di uccelli si sgolavano nell’edera. Oltrepassai una porta sormontata da uno scudo con lo stemma aragonese, e trovai, sotto la volta, un vecchio mezzo cieco : il custode del tempio di Venere. A dire il vero, conclude lo scrittore, non c’è gran che da custodire. Peyrefitte racconta poi dei poveri resti del tempio di Venere, costruito in epoca romana al tempio di Tiberio, quando, durante il suo regno, l’altro crollò ,e precisamente, secondo una leggenda, nella notte in cui nacque Gesù Cristo. E non è questa, dice Peyrefitte, la sola leggenda di Erice: nel medioevo San Giuliano Ospitaliero vi apparve due volte per aiutare Ruggero il Normanno a cacciarne via gli infedeli.  Un diario di viaggio esemplare, costruito dallo scrittore francese, secondo gli schemi di una grande narrativa, per ritornare poi al ricordo della classicità, citando autori immortali come Teocrito: <<O regina che teneramente ami l’alto Erice, tu che gioisci nell’oro >> E poi tutte le altre citazioni, conosciute, da Virgilio ad Orazio.

Una scrittura, affascinante, poetica e d’arte insieme, che rivela la statura di Peyrefitte, che raggiunge per qualità scrittori come Wilde, Gide, Genet e Cocteau, che parlarono con libertà di se stessi, senza alcuna maschera, Senza dubbio Peyrefitte è l’ultimo grande viaggiatore che ha visitato la nostra città.

 

 

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