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L’ISIS DIETRO UNA ORGANIZZAZIONE TUNISINA RAMIFICATA A TRAPANI

SGOMINATA BANDA DI TRAFFICANTI CLANDESTINI E CONTRABANDO SIGARETTE

di Fabio Pace

Si profila l’ombra del terrorismo islamico, dietro una’organizzazione prevalentemente tunisina ma con ramificazioni in Italia, specializzata nel trasporto di clandestini e sigarette di contrabbando tra le coste africane e la Sicilia. L’hanno scoperta i carabinieri, nel corso delle indagini che hanno portato all’operazione Abiad”: lo scorso 9 gennaio, i militari del Ros (Raggruppamento operativo speciale) e dei comandi provinciali di Trapani, Palermo, Caltanissetta e Brescia, hanno dato esecuzione a un provvedimento di fermo di indiziato di delitto, emesso dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo nei confronti di 15 indagati, ritenuti a vario titolo responsabili di istigazione a commettere più delitti in materia di terrorismo, associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento della ’immigrazione clandestina e al contrabbando di tabacchi lavorati esteri, plurimi episodi di ingresso illegale di migranti clandestini nel territorio nazionale, esercizio abusivo di attività di intermediazione finanziaria, con l’aggravante di avere agito avvalendosi del contributo di un gruppo criminale organizzato e impegnato in attività delinquenziali in più di uno Stato.

Un sodalizio criminale analogo, composto da italiani e tunisini, è stato scardinato dalla Guardia di Finanza sei giorni dopo, il 15 gennaio, con l’operazione Barbanera: coordinati dalla Dda di Palermo, i finanzieri dei comandi provinciali di Palermo, Trapani e Agrigento, in collaborazione con personale del Servizio centrale di investigazione sulla criminalità organizzata (Scico) e dei reparti operativi aeronavali di Palermo e di Pratica di Mare, hanno eseguito 14 provvedimenti di fermo, per sfruttamento dell’’immigrazione clandestina, contrabbando di tabacchi lavorati, fittizia intestazione di beni e attività economiche.

Entrambi i gruppi criminali hanno gestito le traversate di ristretti gruppi di tunisini dalle coste nordafricane a quelle siciliane, con l’impiego di lance e gommoni carenati, dotati di potenti motori fuoribordo, in grado di garantire trasferimenti rapidi per eludere i servizi di controllo, dietro il pagamento di circa 2.500-3.000 euro a persona. Contemporaneamente, i due sodalizi operavano nel settore dei tabacchi lavorati, introducendo illecitamente nel territorio italiano svariati quintali da rivendere al minuto nei mercati rionali di Palermo con l’ausilio di una rete di distribuzione tutta siciliana. Al termine di ciascuna traversata, quindi, approdavano in Sicilia, sia migranti clandestini (fino a un massimo di 15 per viaggio), sia casse con centinaia di chili di tabacchi lavorati esteri.

Il capo indiscusso dell’’organizzazione intercettata dalla Finanza, sarebbe il tunisino Fadhel Moncer, alias Giovanni, alias Boulaya, conosciuto anche come Barbanera (soprannome, derivato dalla folta barba, che ha ispirato il nome dell’operazione), tunisino di 39 anni, residente a Marsala. Oltre al presunto capo, sono stati fermati altri quattro tunisini residenti a Marsala e a Mazara del Vallo, mentre sono sette gli italiani fermati tra Palermo e Agrigento. Nel corso dell’’operazione, sono state sequestrate tre imprese riconducibili a Fadhel Moncer (il ristorante Onda Blu ex Bellavista, sul lungomare di Mazara del Vallo, l’azienda agricola Haj Ali Fraj a Marsala, il cantiere nautico D’Aleo Nautica di Domenico D’Aleo a Mazara del Vallo), -“tutte acquisite investendo una parte degli ingenti proventi illeciti – evidenziano gli investigatori e tutte fittiziamente intestate a terze persone. Sono stati sottoposti a sequestro anche diversi immobili, nove automobili, i pescherecci Serena e Cesare, nonché denaro contante e disponibilità finanziarie per un valore complessivo di oltre tre milioni di euro.

È la destinazione dei ricavi illeciti decisa dai vertici, a differenziare la banda di Barbanera dall’altro sodalizio tunisino, perché gli ingenti guadagni di quest’ultimo confluivano tutti in una cassa comune, custodita da appositi incaricati, per essere poi riutilizzati, in parte nel finanziamento della struttura operativa e logistica come per l’acquisizione di nuovi natanti nei casi di guasti o a causa dei sequestri eseguiti dalle forse di polizia, ovvero per il pagamento delle spese legali dei componenti sottoposti a processo, e in altra considerevole parte per alimentare e gestire l’attività di intermediazione finanziaria esercitata abusivamente per i connazionali tunisini. L’attività prevalente è sempre quella del trasporto di clandestini e tabacchi lavorati dalle coste tunisine a quelle siciliane, ma l’organizzazione criminale sgominata dai carabinieri, con riferimenti e capi in Tunisia e una rete logistica ramificata in Italia, curava anche l’espatrio di soggetti ricercati dalle autorità tunisine.

Sono Ahmed Khedr e Khaled Ounich, tunisini di 32 e 31 anni, i presunti capi dell’’organizzazione scoperta con l’indagine Abiad, ed entrambi sono sfuggiti alla cattura, come altri cinque indagati nell’inchiesta, mentre otto sono stati fermati fra Trapani, Marsala, Palermo, Caltanissetta e Brescia. Nella città lombarda, in particolare, era stato fermato un ventottenne tunisino, Hassen Fadhlaoui, che è tornato libero dopo pochi giorni, perché il Gip di Brescia non ha convalidato il fermo, non scorgendo un coinvolgimento reale del giovane nell’’organizzazione criminale; il ragazzo resta comunque indagato a piede libero.

Sono proprio i due capi latitanti, Khedr e Ounich, i soggetti che secondo gli inquirenti sarebbero vicini ad ambienti jihadisti. Ahmed Khedr sarebbe stato riconosciuto dal collaboratore di giustizia tunisino, Ben Said Arbi, che ha dato un contributo decisivo all’inchiesta con le sue dichiarazioni, manifestando la volontà di impedire che entrasse un esercito di kamikaze in Italia”.

“La gestione degli illeciti servizi di trasporto da parte dell’organizzazione indagata, evidenziano i carabinieri, oltre ad alimentare i gruppi di clandestini presenti sul territorio nazionale, ha rappresentato una più grave minaccia alla sicurezza dello Stato in ragione delle posizioni radicali pro Daesh rilevate in capo a un esponente di vertice del sodalizio. Il riferimento riguarda l’altro latitante, Khaled Ounich, perché le attività d’indagine, effettuate anche attraverso un monitoraggio di alcuni profili social, hanno permesso di verificare che uno degli indagati, oltre a svolgere mansioni direttive del sodalizio e a custodirne la cassa comune, gestiva, mediante lo strumento informatico, un’’intensa attività di istigazione e di apologia del terrorismo di matrice islamista, inserendosi nel network globale della propaganda e promuovendo gli efferati messaggi dell’’organizzazione terroristica Daesh (l’acronimo arabo dell’’Isis, che significa Stato Islamico dell’Iraq e dello Sham, l’area che comprende Siria, Giordania, Libano, Israele e Palestina, ndr)”.

Khaled Ounich si è adoperato per la diffusione sui social network di documenti e materiale video-fotografico mirati al proselitismo e alla promozione dello Stato islamico Daesh, sollecitando i fruitori dei messaggi a condividere i macabri ideali promossi dalla rete globale del terrorismo; una condotta apologetica ed istigatrice precisano gli investigatori perpetrata tramite una pluralità di fittizie identità virtuali, al fine di tentare di sfuggire ai consueti strumenti di controllo.

Attraverso i vari profili riconducibili all’’indagato, inoltre, erano chiaramente esaltate le più crudeli attività terroristiche condotte in Tunisia, Iraq, Siria, Medio Oriente, Europa e Stati Uniti, così come erano curati i contatti con i profili di altri utenti impegnati nella promozione delle medesime attività terroristiche.

“In tale contesto rilevano i militari dell’Arma la pericolosità del sodalizio era esponenzialmente amplificata, in ragione del fatto che i proventi custoditi nella cassa comune potevano anche essere utilizzati per fini diversi rispetto a quelli strettamente connessi alle attività delittuose perpetrate dall’’associazione criminale transnazionale. Le risorse economiche, in parte venivano occultate in proprietà immobiliari, e in parte depositate in banche tunisine su conti fittiziamente intestati a persone residenti in Tunisia; quest’’ultima circostanza, per quanto emerso dalle intercettazioni svolte, avrebbe suscitato anche l’’attenzione del Battaglione anti-terrorismo tunisino.

Dalle indagini dei carabinieri è anche emerso che “il sodalizio criminale, dopo alcuni interventi repressivi subiti sia in Tunisia che in Italia, si è sempre dimostrato in grado di rigenerare la propria struttura logistica attraverso l’’acquisizione di nuovi recapiti cellulari per le comunicazioni tra gli associati, il reperimento di nuovi potenti natanti da utilizzare per gli illeciti servizi di trasporto e il ripristino dei canali di commercializzazione dei tabacchi contrabbandati dalla Tunisia”.

Ma l’operazione Abiad, secondo gli investigatori, costituisce un significativo contributo al contrasto delle attuali minacce alla sicurezza nazionale, anche in considerazione della posizione radicale pro Daesh di un esponente di vertice del sodalizio disarticolato”; anche se l’esponente in questione è ancora latitante.

 

 

 

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