Archivi
Categorie

INTERMEDIARI FINANZIARI ABUSIVI TRASFERISCONO SOLDI ALL’ISIS

di Fabio Pace

Che fine fanno i soldi che gli immigrati di cultura e religione islamica guadagnano in Italia? Questi capitali come rientrano nei paesi d’origine? Che capacità di controllo hanno le nostre autorità economiche e finanziarie su questi flussi? In che percentuale i canali illegali incidono sui flussi legali regolarmente tassati? Sono domande che emergono dalle recenti operazioni di Carabinieri e Guardia di Finanza condotte in provincia di Trapani e di Palermo nel volgere di otto giorni tra il 9 e 15 gennaio scorsi. La prima delle due, in particolare, l’operazione Abiad condotta dai carabinieri del Raggruppamento Operativo Speciale e di diversi comandi provinciali, tra i quali quello di Trapani apre uno squarcio su uno scenario poco noto delle attività illecite praticate da gruppi criminali di matrice islamista: «esercizio abusivo di attività di intermediazione finanziaria». Tra le due operazione una ventina di persone, in massima parte cittadini tunisini, sono state arrestate e una mezza dozzina sono ricercate con l’accusa di avere trasportato tra la Tunisia e le coste siciliane uomini e sigarette di contrabbando. Il sospetto concretizzato dalla dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, è che tra i migranti clandestini si sia infiltrato qualche terrorista o ex combattenti di Daesh. Per altro uno dei capi e cassiere dell’organizzazione Monji Tlaief promuoveva su internet, attraverso una serie di falsi profili, l’attività terroristica di Daesh e sarebbe, secondo i magistrati della DDA di Palermo, molto vicino alle posizioni radicali della Jihād. È proprio nei suoi confronti che è stata rivolta la contestazione di intermediazione finanziaria. Le attività finanziarie illecite dell’organizzazione sono oggetto di una branca di indagine in Tunisia. «Le risorse economiche – scrivono i carabinieri – venivano infatti in parte occultate in proprietà immobiliari e in altra parte depositate in banche tunisine su conti fittiziamente intestati a soggetti residenti in Tunisia, circostanza questa che, per quanto emerso grazie alle intercettazioni svolte, avrebbe suscitato l’attenzione del Battaglione Anti-Terrorismo Tunisino il quale starebbe svolgendo delle investigazioni volte ad accertare la finalità di sospette operazioni finanziarie che vedrebbero coinvolto uno dei fermati». Traccheggiare col denaro dei migranti tra una sponda e l’altra del Mediterraneo può apparire un reato minore, rispetto al trasporto di clandestini e di sigarette di contrabbando, ma potrebbe anche essere il vero cuore di una attività criminale che trova terreno fertile nella comunità islamica che si rende disponibile alla raccolta del credito e all’impiego del denaro attraverso una rete di intermediazione. Si tratterebbe di una attività border line che si rivolge non solo a chi pratica affari illeciti, ma soprattutto a onestissimi immigrati che non hanno nulla a che vedere con le stesse organizzazioni criminali di cui rappresentano involontariamente l’humus: immigrati regolari, onesti lavoratori ben inseriti nel circuito economico occidentale ma che, rispetto al nostro sistema creditizio e bancario hanno una diffidenza di tipo culturale o, addirittura, un rifiuto in funzione di una stretta osservanza religiosa della Sharīʿa, il corpo delle leggi che regolano i rapporti civilistici, contrattuali ed economici (oltre che alcune norme penali), di origine coranica e che ogni buon mussulmano è tenuto a osservare. Ne deriva un vero e proprio corpus giuridico che regola la finanza islamica che si basa su cinque principi: occorre devolvere parte dei propri guadagni in carità (zakāt); non si possono ottenere interessi sui prestiti (divieto del ribā, equivale con i nostri parametri occidentali a un peccato mortale); bisogna effettuare investimenti socialmente responsabili o leciti (ḥalāl), non rischiosi (gharār) e non di speculazione (maysir). In virtù di questi principi le banche islamiche offrono “prodotti bancari” ḥalāl, nel rispetto di linee di comportamento che in ogni istituto di credito vengono sorvegliate dallo Shari’ah Supervisory Board. Un organismo, di fatto indipendente dai consigli di amministrazione e dalle assemblee dei soci, collegato alle autorità religiose e chiamato a controllare e certificare l’operato delle banche islamiche perché esse operino conformemente ai dettami della Sharīʿa. La grandissima parte delle nostre banche non offre prodotti ḥalāl (se si escludono i depositi non fruttiferi che però rimangono nella disponibilità della banca) e non avrebbe comunque l’autorità morale per farlo secondo i rigidi criteri religiosi della Sharīʿa. In questo vuoto culturale e normativo si inseriscono gli intermediatori finanziari che operano con le comunità islamiche al di fuori del recinto delle regole dei paesi occidentali. Ma di che volume di denaro si tratta? Difficile da calcolare ma dai numeri “legali” si può ben comprendere che parliamo di diversi milioni di euro. Si tenga conto che le rimesse dall’Italia verso l’estero negli ultimi anni si sono stabilizzate intorno ai 5 miliardi di euro e che circa l’80 per cento va verso paesi extra-Ue, si può stimare, quindi, un gettito legato alla tassazione di poco più di 60 milioni di euro all’anno. Se le rimesse al di fuori dei canali legali dovessero essere anche solo il 20 per cento dei 5 miliardi stimati significherebbe che poco meno di un miliardo all’anno e 12 milioni di euro all’anno di sole imposizioni sfuggirebbero ai controlli delle autorità finanziarie italiane. Va anche detto, a onor del vero, che l’Italia ha un’alta percentuale impositiva sulle rimesse dei migranti, sebben al di sotto della media internazionale. Secondo la Banca Mondiale, il costo medio per l’invio delle rimesse dall’Italia è del 6,2 per cento, leggermente inferiore rispetto alla media mondiale (7,09 per cento). Un modo per aiutarli a casa loro potrebbe essere la detassazione delle rimesse. L’Italia ha assunto, a partire dal G8 dell’Aquila del luglio 2009, impegni sul fronte della riduzione del costo delle rimesse fino a ridurlo ad almeno il 5%. Gli ultimi provvedimenti, compreso il decreto sicurezza, va nella direzione opposta (ma questa è un’altra storia che magari approfondiremo in altro articolo). Il denaro delle rimesse dei migranti, insomma, è potenzialmente in grado di prendere canali illeciti, che non si limitano alla movimentazione di denaro dall’Italia ai paesi di matrice mussulmana, ma che possono avere anche derive di illegalità ben più gravi come le due operazioni di polizia giudiziaria concluse nei giorni scorsi dalla DDA di Palermo hanno dimostrato. Alcuni istituti bancari occidentali, per contribuire ad arginare questo flusso di denaro verso canali non controllati né controllabili, hanno aperto da tempo rami aziendali che operano secondo la Shari’a (Abn-Amro olandese, Citibank americana, Dresdner tedesca, Unione delle banche svizzere). In occidente esistono ed operano anche istituzioni finanziarie che offrono prodotti e servizi in accordo con le regole della finanza islamica ma sono in massima parte banche saudite e kuwaitiane di stretta osservanza wahabita (una scuola coranica che rappresenta una confessione dell’articolato e complesso mondo islamico) dalle quali si tengono lontani i mussulmani di altre osservanze. Di fatto in Italia esiste un vuoto, culturale e normativo, nel quale si inseriscono i mediatori finanziari, spesso immigrati che affiancano a loro personali attività economiche il ruolo di collettori di “rimesse” da parte di altri immigrati. Nel caso dell’operazione Abiad il timore è che l’«esercizio abusivo di attività di intermediazione finanziaria» possa essere diventato, anziché un pilastro del micro credito a famiglie immigrate (ancorché illecito), una fonte di finanziamento per attività illecite para terroristiche.

 

I Commenti sono chiusi

Cerca
bed and breakfast RUA NUOVA

Clicca sull'Immagine x Ingrandire la locandina
Bed And Breakfast
RUA NUOVA

Calendario
agosto: 2019
L M M G V S D
« lug    
 1234
567891011
12131415161718
19202122232425
262728293031  
Visite