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La nascita degli italiani a cento anni dalla Guerra ’15-’18

La difficile prova “nazionale” degli Italiani

Di Salvatore costanza

Guerra o neutralità? Era il dilemma che Gaetano Salvemini, fautore della partecipazione dell’Italia alla Triplice Intesa contro l’Austria, poneva dinanzi alla “coscienza” nazionale. A giustificare la guerra, secondo l’allora “socialista che non si contenta”, era il fine che l’Italia doveva raggiungere, “liberandoci dalla servitù passata” (cioè la Triplice Alleanza con Austria e Germania), “per risolvere il problema degli Italiani dell’Austria, e per assicurarci per terra e nell’Adriatico una situazione militare meno sciagurata di quella che sortimmo dalla guerra del 1866”. Gridare alla “pace” era “inaudita stoltezza”, ingannevole l’abdicare al “diritto alla violenza”, “preferibile mille volte per una nazione, quando vi sia una sufficiente sicurezza che la guerra riesca vittoriosa”.

L’argomentata “difesa” della guerra contro l’Austria, che Salvemini enucleava su linee di politica interna e internazionale nel suo noto pamphlet, riassumeva le posizioni di quel composito ambiente politico che raccoglieva, oltre ai nazionalisti di lunga data, anche gli interventisti, provenienti da sponde diverse della stessa Sinistra radicale e socialista. Declinate già all’inizio del secolo le ideologie “realiste” e positiviste, la maggior parte degli intellettuali, da Oriani a D’Annunzio, dai futuristi ai “vociani”, aveva dato il proprio fondamento ideologico all’interventismo bellico.

La guerra deve essere ricondotta alla sua “matrice spirituale”, sostenevano Amendola e Gentile, perché “è opera della volontà, e pertanto dotata di valore etico”. Logiche morali e logiche perfino “metafisiche”, “eraclitee”, messe in campo per sostenere un principio contingente, di scelta politica. Del resto, lo stesso Salvemini inseriva nelle sue considerazioni la possibilità di una rivalsa coloniale dell’Italia per la conquista di quell’area d’interessi coloniali in Africa che, in passato, le era stata negata. Nel dopoguerra, i deludenti risultati della “vittoria mutilata” avrebbero mostrato quanto poco l’Italia avesse ricevuto, di concreti benefici, nel gioco diplomatico della nuova Europa.

Il “fattore economico”, cui pure Salvemini accennava, era considerato in relazione alla “crescente ricchezza” che la Germania aveva ricevuto dalla Triplice Alleanza, “in grazia del nostro aiuto e dei nostri sacrifici”. E mentre i “lavoratori tedeschi si dividevano con la borghesia tedesca i profitti della loro meravigliosa prosperità nazionale, lo sviluppo dell’Italia rimaneva inceppato o paralizzato”. Un argomento, questo, che, in ambiti internazionali diversi, avrebbe alimentato il dibattito politico sulle relazioni italo-tedesche, fin quasi ai nostri giorni “comunitari”.

 

Alle ragioni che militavano a favore della guerra, corrispose la volontà del “paese reale”? Il livello della “comunicazione” raggiungeva, allora, solo gli strati superiori dell’opinione pubblica; né la piccola borghesia intellettuale possedeva – ad eccezione dell’organizzazione scolastica – gli strumenti più adeguati ad ottenere il consenso, convinto e generalizzato, delle masse. È questa l’opinione che si può trarre, segnando il concorso dei partecipanti ai comizi e alle assemblee politiche, o, di contro, gli ordini del giorno votati contro la guerra dai Consigli comunali, là dove erano retti da Amministrazioni socialiste.

Eppure, quando dallo Stato arrivarono le “cartoline precetto” per la coscrizione e il richiamo alle armi non si ripeté quel fenomeno della “renitenza di massa” che, subito dopo l’Unità, aveva coinvolto migliaia di giovani, in Sicilia e nel Mezzogiorno d’Italia. Pur con i disagi familiari, e l’incertezza dei propri destini in terre lontane, che derivava dalla militanza bellica, venne dai ceti popolari una risposta positiva, di adesione, alle scelte “nazionali” dello Stato.

In Sicilia, come nelle altre parti d’Italia, i Comitati che si costituirono per assistere le famiglie dei soldati avevano lo scopo, indiretto, di mantenere quel legame di solidarietà, morale e politica, che era necessario per rafforzare il sentimento nazionale. Peraltro, la dissidenza dei socialisti si limitò al turatiano principio del “non aderire né sabotare”.

La Brigata Trapani, che partecipò alla campagna di guerra sull’Isonzo, fu costituita tra il gennaio e l’aprile del 1915. La bandiera, ricorda un diarista del tempo, venne offerta da un Comitato di Dame Trapanesi presieduto dal Sindaco Eugenio Scio. Un risvolto mondano non nuovo nella storia della città (bandiere garibaldine cucirono, nel 1860, altre “Dame Trapanesi”); mentre avrebbe pesato sulle famiglie il lutto per le perdite dei loro cari. I soldati trapanesi caduti, tra il 1915 e il ’18, furono 742, e 400 i mutilati e invalidi di guerra (Trapani eroica).

Nonostante il fervore patriottico delle dame trapanesi, in città e nell’entroterra ericino le forze politiche si trovarono divise, tra il cauto dissenso di Nunzio Nasi, che lo espresse nella sua prolusione al Corso di filosofia del diritto tenuto alla Sapienza di Roma, e l’esplicita, radicale condanna della guerra di Sebastiano Bonfiglio e dei socialisti  massimalisti.

Durante la guerra, Bonfiglio era stato arruolato nel corpo sanitario, ma, agli inizi del 1916, fu denunciato per le sue idee sovversive e pacifiste. Inviato in Libia, aprì a Cirene una scuola per i piccoli arabi, come segno tangibile di solidarietà internazionale e anticolonialista.

Il dopoguerra contava, nelle drammatiche emergenze della crisi sociale, e nell’avvento del regime fascista, le ambiguità celate nella gentiliana “filosofia della guerra”. Ma è un risultato storico, evidente, che il popolo italiano, posto di fronte alla difficile prova del conflitto bellico, abbia mostrato per la prima volta nel suo difficile percorso una coesione morale che, in qualche modo,  ne ha saldato il sentimento unitario di “nazione”.

 

 

“Non è vero che la guerra sia un bisogno divino per rigenerare i popoli; molto meno è vero che la guerra purifica, come il fuoco, e risana come l’igiene. Le peggiori forme di lusso, specialmente in tempo di guerra, sono quelle della retorica, che serve a nascondere la verità. La guerra è uno stato morboso, che può durare quanto vorranno le ambizioni dei sovrani, dei governi e dei popoli. Più o meno presto, da un  accordo delle grandi Potenze, dovrà uscire il patto della giustizia internazionale. Non sarà la pace perpetua, ma sarà la forza messa a servizio del Diritto”.

Nunzio Nasi

 

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