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ALLE LEGGI RAZZIALI ITALIANE

Altri aspetti poco conosciuti

di una vicenda dai tratti indistinti

di Michele Rallo

La reazione della Chiesa Cattolica alle prime misure antisemite del governo italiano era negativa. E tuttavia è assai dubbio se tale reazione fosse diretta contro l’antisemitismo in sé, oppure contro la scelta di privilegiare l’antisemitismo razzista di matrice tedesca e non piuttosto il tradizionale “antigiudaismo” che nella Chiesa di Roma aveva pieno diritto di cittadinanza.

Oggi si ricorda soltanto la dura presa di posizione, espressa il 6 settembre 1938 da Pio XI durante una udienza concessa a un gruppo di pellegrini belgi. Ne ho già citato il passaggio fondamentale: «spiritualmente noi siamo dei semiti». Si tace, invece, il fatto che le affermazioni di Papa Ratti fossero rimaste confinate agli atti di quella udienza, senza che la stampa vaticana – a iniziare da “L’Osservatore Romano” – ne avessero dato notizia. Alcune settimane prima, però, il quotidiano della Santa Sede aveva pubblicato il testo di una forte presa di posizione di Pio XI: «come mai disgraziatamente l’Italia abbia avuto bisogno di andare ad imitare la Germania…» (28 luglio). Si aveva perciò l’impressione che sull’ostilità al razzismo tedesco tutta la Chiesa fosse d’accordo. Minore condivisione, invece, sembrava suscitare la forzatura secondo cui i cristiani sarebbero stati «spiritualmente semiti».

In realtà, si trattava ancòra di schermaglie. Il vero atteggiamento della Chiesa si palesava successivamente, quando – il 6 ottobre – era resa nota la “Dichiarazione sulla Razza” con cui il Gran Consiglio del Fascismo auspicava il varo di una normativa che vietasse i matrimoni fra «cittadini italiani di razza ariana» e individui di razza diversa, e ciò senza tenere in alcun conto il fattore religioso. La nostra Ambasciata presso la Santa Sede era sùbito fatta oggetto di pressioni insistenti; tanto che, già il giorno seguente, l’ambasciatore Pignatti indirizzava un lungo rapporto al ministro degli Esteri, Ciano:

«Negli ambienti Vaticani si tiene un atteggiamento di riserva intorno alle deliberazioni prese dal Gran Consiglio circa la difesa della razza. Si notano alcuni lati buoni delle deliberazioni stesse, mentre non si nasconde qualche preoccupazione circa le disposizioni per il matrimonio. In particolare si apprezza il comma della dichiarazione nella quale “non è considerato di razza ebraica colui che è nato da un matrimonio misto, qualora professi altra religione all’infuori dell’ebraica alla data del I° ottobre XVI”. Anche nella elencazione dei motivi di discriminazione per gli ebrei di cittadinanza italiana si è notato un grande spirito di moderazione e cosi pure per le limitazioni poste all’attività degli ebrei.

La disposizione che si può trovare invece in diretta opposizione con la legislazione ecclesiastica è il divieto di matrimonio di italiani e italiane con elementi appartenenti alla razza camita, semita ed altre razze non ariane. Ma anche su questo punto si osserva negli ambienti ecclesiastici che la stessa legislazione canonica impedisce il matrimonio degli ebrei con cattolici e che su questo punto la dispensa dell’impedimento di disparità di culto è sommamente difficile ad ottenersi. Anzi sono recenti le istruzioni date ai Vescovi per rendere sempre più severo il principio che vieta i matrimoni misti ed invitare i Vescovi stessi a usare ogni mezzo possibile allo scopo di evitarli. (…) Più difficile invece si presenta il caso del matrimonio quando si tratta di ebrei convertiti, i quali di fronte alla Chiesa sono cattolici come tutti gli altri, mentre la legislazione progettata continua a considerarli come ebrei.  In questo caso la proibizione del matrimonio imposta da questa legislazione si troverebbe direttamente in contraddizione con la dottrina e la disciplina della Chiesa. È questo l’unico punto nella proclamazione razzista del Gran Consiglio, sul quale la Chiesa formulerebbe obbiezioni. Si osserva però che questa proclamazione non è di per se stessa la legge che sarà emanata, ma deve soltanto costituire la base sulla quale i progetti di legge debbono essere presentati, esaminati ed approvati.»[1]

Risulta evidente, dalla lettura di questo documento, che il nocciolo della questione fosse sempre il concetto di “ebreo”: ispirato ai criteri materialistici del razzismo tedesco o, viceversa, dettato da princìpi di natura spirituale, religiosa. L’adozione del primo criterio – verso cui la legislazione italiana sembrava tendere – avrebbe messo in discussione il modus vivendi faticosamente raggiunto fra Stato e Chiesa con la Conciliazione. Anzi, come risultava evidente dalla problematica relativa ai matrimoni misti, avrebbe violato lo spirito e la lettera dei Patti Lateranensi. Era questo – in sintesi – l’unico punto su cui la Chiesa manifestava un aperto dissenso.

 

UNA ENCICLICA NASCOSTA:

LA “HUMANI GENERIS UNITAS”

Le pressioni vaticane non avevano comunque successo, e il 17 novembre 1938 il RDL n. 1728 recepiva le indicazioni del Gran Consiglio del Fascismo in materia di matrimoni misti. Da quella data – secondo la vulgata del dopoguerra – avrebbe avuto inizio una contrapposizione più netta fra Chiesa cattolica e regime fascista in tema di antisemitismo. In verità, la contrapposizione era principalmente sul matrimonio concordatario. Quanto al resto, il dissenso era soltanto sul tipo di antisemitismo. La Chiesa restava nettamente contraria al razzismo materialista, che pretendeva di attribuire ai popoli la superiorità o l’inferiorità sulla base di caratteristiche fisiche. E tuttavia la Chiesa stessa assegnava categorie assai simili in base a parametri religiosi. Se fosse stato possibile stilare una classifica in forza di quei criteri, gli ebrei sarebbero stati certamente collocati al fondo dell’elenco. Nulla di nuovo, intendiamoci. Era la forma più antica di antisemitismo, l’antigiudaismo, frutto di un pregiudizio antico quanto la religione cristiana; pregiudizio che attribuiva collettivamente agli ebrei come popolo la responsabilità dell’uccisione di Gesù Cristo e la persistenza nel rifiuto della salvazione. Né si creda che un tale atteggiamento fosse limitato ai settori più reazionari del mondo cattolico. Era quello il sentire – con sfumature più o meno marcate – della Chiesa nel suo complesso; ed anche di quello stesso Papa Pio XI che, mentre affermava l’essere “spiritualmente semiti” dei cristiani, non sembrava per nulla discostarsi dalla tradizione antigiudaica.

Ciò è provato dalla vicenda della Humani Generis Unitas (Sull’unità del genere umano), la famosa “enciclica nascosta” di Papa Ratti. Commissionata al dotto gesuita americano John Lafarge nel giugno 1938, l’enciclica era pronta in bozza già nel settembre successivo, nei giorni del varo delle prime “leggi razziali” italiane. La sua stesura definitiva si protraeva per alcuni mesi, e nel febbraio 1939 – al momento della improvvisa morte di Pio XI – era sulla scrivania del Pontefice, forse pronta per la firma. L’enciclica avrebbe potuto essere promulgata dal successore, Pio XII, ma ciò non sarebbe poi avvenuto: probabilmente per evitare prese di posizione troppo nettamente antitedesche, nel momento in cui la Chiesa Cattolica era di fatto alleata della Germania nazista nella guerra di Spagna. Rimarrà tra le carte segrete del Vaticano fino al 1995, quando sarà disvelata.

Ma, qual’era il contenuto dell’enciclica non promulgata? Era innanzitutto una netta contestazione del razzismo materialistico e, in uno, dell’antisemitismo fondato sul razzismo. Ma era, al tempo stesso, la riaffermazione di tutti gli stereotipi dell’antigiudaismo. Si prendevano le mosse dall’accusa di deicidio rivolta non a singoli ebrei ma all’intero popolo ebraico: «L’atto stesso con cui il popolo ebraico ha messo a morte il loro Re e Salvatore…» Da quell’evento era poi derivata la diaspora, vista come una punizione divina: «Da una misteriosa provvidenza di Dio, questo infelice popolo, distruttore della sua stessa nazione, i cui leader, fuorviati, avevano invocato sul loro capo una maledizione divina, furono condannati, per così dire, a vagare perpetuamente sulla faccia della terra…»

In conclusione, «la vera natura, l’autentico fondamento della separazione sociale degli ebrei dal resto dell’umanità … è di carattere religioso. Essenzialmente la cosiddetta questione ebraica … è una questione di religione e, dal momento della venuta di Cristo, una questione di cristianesimo.»[2]

Era – a ben guardare – la predicazione di un antisemitismo diverso, basato su pregiudizi di carattere religioso anziché di carattere etnico.

LE TIPOLOGIE DEL

RAZZISMO ITALIANO

Ma non soltanto razzismo e antisemitismo erano cose diverse; ma lo stesso antisemitismo presentava, al suo interno, differenziazioni di non poco conto. E ciò, segnatamente, nell’Europa degli anni ’30. Si poteva essere razzisti senza essere antisemiti, considerando gli ebrei come appartenenti ad una generica “razza bianca”. Così come si poteva essere antisemiti senza essere razzisti: era il caso – abbiamo appena visto – di vasti ambienti cattolici.

L’antisemitismo era un fenomeno antichissimo, nato praticamente – si è già detto anche questo – con la religione cristiana. Il razzismo scientifico, l’unico vero razzismo, era invece un fenomeno relativamente nuovo. A parte una generica esaltazione della propria “stirpe” (fattore comune un po’ a tutti i popoli dell’antichità) il razzismo, come teorizzazione della superiorità genetica di una razza rispetto alle altre, poteva essere fatto risalire all’Illuminismo; quando Voltaire aveva riproposto in chiave moderna l’antico “poligenismo”, ovvero la teoria che le razze umane avessero origini diverse e separate, e non fossero derivate da un’unica coppia di progenitori, come affermato dalla Bibbia. Dopo Voltaire, era stato Kant a tentare una elaborazione razzista, teorizzando l’esistenza di una razza bianca – nettamente superiore – e di tre inferiori razze di colore (“Sulle diverse razze dell’uomo”, 1775).

Ma era in epoca più recente, a metà circa dell’800, con il fermento culturale del Positivismo e con lo sviluppo dell’antropologia e del darwinismo, che il razzismo assurgeva a “scienza delle razze umane”. Naturalmente, era fin da allora guardato con sospetto dalla Chiesa, ostile allo scientismo e timorosa che l’antropologia fisica potesse rivalutare il poligenismo. Fra i molti teorici del razzismo scientifico ottocentesco ne va ricordato uno in particolare, che può essere considerato come il trait-d’union fra ottocento e novecento, fra positivismo e nazionalsocialismo: il nobile diplomatico francese Arthur de Gobineau, il primo a parlare – nel 1855 – di una mitica “razza ariana”.

Orbene, era a questo filone positivista, laico, scientista che prevalentemente faceva riferimento il nascente razzismo italiano e la sua proiezione pubblicistica, “La Difesa della Razza”. Questo taglio scientista, naturalmente, era avversato dalla Chiesa. Ma – cosa forse meno nota – non era gradito neanche ad alcuni elementi che nell’avventura della rivista razzista s’erano imbarcati con precise (e diverse) inclinazioni. Era il caso, per esempio, di un Giorgio Almirante, che aveva aderito all’iniziativa sol perché partecipe della cerchia giornalistica di Interlandi e che, nei suoi articoli, parlava del razzismo quasi esclusivamente come esaltazione delle radici romane della stirpe italiana. Era quello che la Pisanty identifica come “razzismo culturale”,[3] e che era sostanzialmente la rivendicazione di una superiorità della “civiltà italiana” rispetto alle altre (quindi anche alla tedesca).

D’altro canto, questo razzismo culturale – ammesso che di razzismo si trattasse – era l’unico che appartenesse alla politica fascista pre-1938. Era il culto della stirpe italica, delle sue origini e del suo sviluppo, dalla Roma antica al Rinascimento. Questo filone – che prescindeva dall’antisemitismo e che promanava dalle suggestioni del nazionalismo risorgimentale – era molto diffuso anche in altri paesi europei e finanche nella Turchia di Atatürk (culto delle origini ittite della stirpe turca).

In una diversa posizione si collocava il “razzismo spirituale”, che rivendicava la superiorità dello spirito italiano ed europeo rispetto a tutti gli altri. Suo principale esponente italiano era Julius Evola, filosofo tradizionalista e docente di spicco della Scuola di Mistica Fascista.

Nel 1937 Evola aveva pubblicato un’opera di grande impatto, “Il Mito del Sangue”. Era una summa di tutte le teorie che potevano dirsi razziste, dall’antichità agli albori del XX secolo, tutte tra loro legate da una forte spiritualità che ne faceva cosa profondamente diversa dal moderno razzismo hitleriano. Concetti ribaditi nel 1941 in “Sintesi di dottrina della Razza”, con una energica sottolineatura relativa agli ebrei. Evola non attribuiva loro i fenotipi di una razza fisica distinta da quella dei popoli europei, considerandoli però una separata “razza dello spirito”. Intendiamoci: Julius Evola non era un moderato; la sua ostilità a un certo semitismo (compreso quello degli “ariani giudaizzati”) era dura, radicale; e tuttavia ostile sia al “materialismo zoologico” dei nazisti, sia alle loro iniziative persecutorie, che condannava risolutamente, senza mezze misure. Per contro, guardava con favore agli “ebrei spiritualisti”, cui apriva anche le pagine della sua rivista di elaborazione politico-dottrinaria, “La Torre”.

Ovviamente, Evola era apertamente critico nei confronti di quanti, in Italia, sembravano voler scimmiottare i tedeschi, sia pure senza i loro picchi di fanatismo. Tutto ciò lo portava ben presto in rotta di collisione con gli altri ambienti de “La Difesa della Razza”: nel 1942 sarà radiato dal novero dei collaboratori, con l’accusa di essere anti-razzista.[4]

 

 


[1] Renzo DE FELICE: Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo. Giulio Einaudi editore, Torino, 1972.

[2] Humani  Generis Unitas. it.wikipedia.org/

[3] Valentina PISANTY: La Difesa della Razza. Antologia, 1938-1943. Bompiani-RCS Libri, Milano, 2006.

[4] La Difesa della Razza. it.wikipedia.org/



 

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