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Di Mons. Gaspare Gruppuso

Mentre il mondo intero si agita e si interroga per le tante situazioni difficili e i tanti problemi da affrontare a livello mondiale e noi italiani stiamo con il fiato sospeso aspettando le scelte del governo, puntualmente si presente alla fine dell’anno solare la ricorrenza del Natale di Nostro Signore Gesù Cristo.

Forse nessuna festa dell’anno è attesa da grandi e piccini come quella del Natale. La preparazione del presepe in famiglia, iniziato da san Francesco e che è parte integrande della tradizione cristiana cattolica, può diventare un momento straordinario per tramandare ai più piccoli il senso vero del natale povero e familiare ma soprattutto fraterno. I preparativi, gli annunci pubblicitari, i consumi si preannunciano ogni anno puntualmente con molti mesi di anticipo lasciandoci spesso però, alla fine della festa, l’inquietudine e il disagio di chi si sente stanco, svuotato, appesantito per le tante, troppe cose mangiate e sicuramente anche sprecate. In molti si lamentano della “fatica” del Natale e si ripromettono ogni anno di non cadere negli stessi errori dell’anno precedente, ma poi…tutto come prima. In realtà il dono più bello è quello che la Vergine Maria e Giuseppe, sostenuti dalla certezza di fede dell’intervento di Dio nella storia dell’umanità, fanno a tutti noi di Gesù uomo Dio, l’Emmanuele.

Il Natale oggi è amato e odiato insieme, rimpianto e frainteso e paradossalmente, anche conteso da chi non si professa cristiano, ma resta nonostante tutto questa la “festa” per definizione cui difficilmente si riesce a sottrarsi. Si tratta di momenti di divertimento da passare assieme agli amici possibilmente trascorrendo lunghe notti a giocare in famiglia e con gli amici e a consumare forse eccessivamente tutto quel cibo che invece risulta necessario per la sopravvivenza di tanti poveri nel mondo e accanto a noi, mondo occidentale ricco che continuamente resta angosciato per la recessione economica. Certamente non potrà essere il dono natalizio da fare in questo periodo per acquietare la coscienza che potrà rendere giustizia alla venuta di Cristo povero per i poveri. Sembra che tutti facciamo a gara per invitare gli amici per fare festa ma in realtà in tante feste manca l’invitato Gesù bambino che viene a portare pace giustizia e misericordia.

Come evitare allora che il Natale sia solo spreco, consumo, sfarzo di luci e colori, poesia? Cosa fare per ridare alla festa il suo vero significato e cioè il dono del Dio fatto uomo che cambia la mia, la nostra vita, la società, il mondo?

 

Basta far parlare la pagina evangelica di Luca, dove, passo dopo passo l’autore ci tiene per mano invitandoci a scoprire il senso dell’incarnazione attraverso un itinerario preciso.

Nel racconto lucano   l’Editto di Cesare Augusto che ordina il censimento di tutta la terra fa da sfondo a largo raggio alla nascita di Gesù. Possiamo leggere in questo evento straordinario, apparentemente estraneo al progetto di Dio, il fatto che la nostra vita, tutto quello che ci accade e gli eventi della società e del mondo stanno a cuore al Signore, re del cielo e della terra, il vero imperatore e che la sua provvidenza ci sostiene e ci verrà incontro in ogni circostanza. Ed ecco allora il primo significato del Natale: allargare gli orizzonti del nostro vivere quotidiano al mondo intero dove c’è un Padre per tutti, posto per tutti, cibo per tutti, una terra e una casa per tutti, perché tutti siamo responsabili di tutto e di tutti.

La novità dell’Editto di Cesare Augusto ha come conseguenza immediata per Giuseppe e Maria, l’obbligo di recarsi da Nazareth a Betlemme per registrare il loro nome. Provvidenzialmente questa scelta di Cesare Augusto consente il verificarsi della profezia che secoli prima annunziava la nascita del Messia a Betlemme.

A Maria Santissima erano noti tutti i misteri del figlio e conosceva le profezie e il loro compimento: l’Unigenito del Padre e figlio suo doveva nascere a Betlemme come povero, pellegrino e straniero. Oggi come ai tempi di Gesù è ancora difficile il percorso dell’apertura, dell’accoglienza, dell’integrazione. La conquista umana dell’importante tappa della filantropia e della solidarietà che la società di oggi esprime in mille modi, non incorpora tutta la magnanima bontà della carità cristiana come segno di apertura verso Dio e verso il prossimo come attestano i Vangeli. Anche tra coloro che si professano cristiani si fa fatica a pensare all’ospitalità e all’accoglienza come impegni pratici del primo soccorso verso l’altro, anche straniero e immigrato. Nell’esperienza storica di Cristo l’ospitalità e l’accoglienza riassunta nella parabola del Buon samaritano, ci sollecitano a confrontarci con i fatti, con la realtà del quotidiano, evitando la chiusura e l’assunzione di pensieri, comportamenti e pregiudizi che ci rendono intolleranti, razzisti e inospitali.

Gesù, nascendo povero, ha scelto la povertà e da ricco che era si fece povero, al fine di farvi ricchi con la sua povertà (2 Corinzi 8,9). Per tutti vale allora il dovere di una qualche forma di impoverimento, di una certa austerità di vita e quindi di uno stile di vita assunto in funzione della condivisione e della solidarietà.  E per tutti, anche per le istituzioni, vige l’urgenza di verificarsi sui bisogni reali e di considerare il superfluo come appartenente ai poveri, cioè a chi manca del necessario. Papa Giovanni ha fornito un criterio per distinguere il necessario dal superfluo: “Dovere di ogni uomo, dovere impellente del cristiano è di considerare il superfluo con la misura della necessità altrui”. Sono infatti le gravi necessità degli altri che ci aiutano a capire cosa è veramente necessario e cosa è superfluo nella nostra vita. Nella logica cristiana vivere il Natale in povertà, con i poveri e per i poveri, significa entrare nella vita quotidiana dei poveri per capirne le sofferenze e le angustie che oggi hanno il nome di mancanza di casa, sfratto, disoccupazione, microcriminalità, immigrazione, emarginazione, solitudine soprattutto per tanti anziani soli.

 

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