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di Tonino Perrera

Il sogno imperialista del fascismo aveva determinato, specialmente nella seconda metà del ventennio, un massiccio esodo d’italiani verso i paesi dell’Africa: Etiopia, Eritrea, Somalia e soprattutto Libia.

La completa conquista di quest’ultima, dopo la difficile e cruenta guerra iniziata nel 1911, si ebbe alla fine degli anni ’20. Il governatore Rodolfo Graziani non risparmiò violenze, massacri e deportazioni di guerriglieri e civili libici per stroncare la resistenza anticoloniale (per una documentazione del colonialismo italiano, lo storico di riferimento è Angelo del Boca).

In sintesi si può dire che il colonialismo italiano, sia prima che durante il fascismo, fu sostanzialmente razzista, anche se l’idea principale alla base delle velleità coloniali italiane era quella di affrontare problemi demografici e sociali, distogliendo l’emigrazione dai tradizionali paesi di attrazione (Stati Uniti, Argentina, Francia, Svizzera, etc.). Nel 1934 arrivò in Libia come governatore il gerarca ferrarese Italo Balbo, con al suo seguito ingegneri e architetti, per costruire edifici e tracciare strade. Con lui si intensificò notevolmente l’insediamento di coloni italiani perché seppe manovrare abilmente questa ondata di colonizzatori con un piano di popolamento rurale, facendo apparire quelle terre come un eden incontaminato, che attendeva di essere sfruttato dalle abili braccia italiane. A tutti coloro che erano stati selezionati da un’apposita commissione (che valutava la competenza in agricoltura), veniva assegnata una casa e un bel lotto di terreno; inoltre veniva offerta assistenza per il primo periodo di avviamento dell’azienda agricola. Solitamente veniva stipulato un contratto in base al quale i coloni diventavano proprietari del fondo dopo 25 anni.

Fra il 1938 e l’anno successivo, furono oltre 30.000 i coloni portati in Libia (fig.1),

dove era stato istituito l’Ente per la colonizzazione della Libia che aveva propri agronomi, giardini di culture sperimentali e dava consigli sulle piantagioni da realizzare.  Al numero dei coloni si devono aggiungere 13.000 bambini nati in Libia dal  tempo  dei primi insediamenti italiani, per cui nelle sola Tripolitania e Cirenaica si arrivò a superare i 110.000 italiani residenti.

La colonizzazione dell’Eritrea cominciò nel 1936, con la guerra d’Abissinia, e nel 1939 gli italiani erano oltre 35.000, dei quali solo un 10% erano agricoltori. Tutti gli altri erano impegnati in grandi opere pubbliche quali la costruzione di strade, ampliamento dei porti, realizzazione di centri residenziali e commerciali; e moltissimi erano ovviamente i militari che avevano il compito di presidiare le zone occupate. In Somalia nel 1935 vivevano oltre 50.000 italo-somali che furono impegnati nella costruzione di strade, ferrovie, scuole, ospedali, rendendola uno dei paesi africani più sviluppati. Prima dello scoppio della 2^ guerra mondiale,

nella sola Mogadiscio vivevano oltre 30.000 italiani, che rappresentavano oltre il 30% della popolazione.

Nell’imminenza della guerra, il controesodo avvenne con navi militari e, secondo i dati fornitici da Del Boca, i rientri furono 54.878 dall’Etiopia, 45.142 dall’Eritrea, 12.124 dalla Somalia, 93.721 dalla Libia, per un totale di 205.865 profughi. I bambini furono rimpatriati separatamente dalle rispettive famiglie e ospitati presso le colonie della G.I.L. (Gioventù Italiana del Littorio) dove restarono fino alla fine del conflitto, comunicando con i genitori solo con sporadici messaggi radio o con lettere che impiegavano otto giorni nei casi più fortunati. I più grandicelli vennero inseriti in centri di formazione professionale (per elettricisti, meccanici, falegnami, motoristi, ceramisti etc.)

Gli oltre 200.000 profughi furono inseriti in appositi centri di raccolta, quasi sempre gestiti dall’E.C.A. (Ente Comunale di Assistenza) e alcuni di questi centri rimasero aperti fino al 1956.

La foto (2) riproduce una tessera del 1948 della Associazione Nazionale Profughi d’Africa.

 

 

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