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Tratto da un più ampio saggio dell’autore

di Alberto Barbata

…Ma è necessario ritornare a parlare delle belle pale d’altare della Chiesa Madre, per potere necessariamente entrare nei giorni cruciali della storia del paese.

Nella primavera del 1702, il 16 aprile, Paceco è attraversata da una euforia e da un entusiasmo eccezionale. La piazza è attraversata da una moltitudine di lavoratori attorno alla chiesetta che avevano costruito i primi Fardella, all’atto della fondazione del borgo. Sono cavatori di pietra (“pirriatura”) che conducono carretti dalle vicine cave di tufo che circondano il paese. I carretti sono condotti da quattro buoi robusti e trasportano massi di tufo da lavorare dalle vicine cave dette di “Tipa”, dalle altre del Castellazzo ed altre ancora da quelle dell’interno del paese, dalla Sciarotta. D’altronde il paese è una gruviera di tufo di diversa qualità e resistenza. Le migliori sono quelle di Tipa (attualmente, i resti di queste cave sono a Torrearsa vecchia, vicino la Torrazza del prof. Gaspare Fardella.)

I cavatori tagliano i cantoni a migliaia e li inviano a Paceco con i carrozzoni e nel contempo vengono costruite due calcare per la calce, per stemperarla ed altri demoliscono la vecchia chiesetta dei Fardella. La principessa Maria Fardella Gaetani, aveva sposato a Napoli nel 1665 il principe Carlo Maria  Sanseverino (1644-1704), principe di Bisignano e duca di Saponara (oggi Grumento Nuova) e si era decisa un paio d’anni prima della scomparsa del marito, nel 1702, a ricostruire la chiesa madre dei suoi possedimenti ed aveva dato incarico al suo procuratore, il reverendo don Giuseppe de Benedictis di adottare i provvedimenti necessari. Il ritrovamento della contabilità della principessa fa luce su quelle che erano le rendite della famiglia, sui suoi possedimenti e sugli introiti e le relative spese.

Un grande cantiere si era messo in movimento e la gente rimaneva estatica a guardare e su tutti i lavoratori spiccavano due maestri murari fabbricatori trapanesi, il magister Cristoforo Lanza ed il magister Cristoforo Fica. Dirigono i lavori e si spostano da un punto all’altro del cantiere con la sicurezza che li aveva contraddistinti a Trapani nei lavori delle chiese e dei palazzi della ricca nobiltà. Nel corso dell’opera, il 1° settembre del 1704 riceveranno ben 349 onze di parcella in conto della mastria, come dal notamento descritto nel rogito del notaio Matteo di Blasi di Trapani, minutamente rendicontato con i nomi dei vari manuali e pirriatura. I maestri Andrea Lombardo e Vito di Miceli sono gli artisti che squadrano i cantoni nelle forme necessarie per l’innalzamento della matrice chiesa di Paceco noviter fabricanda. Damiano Cardella sarà pagato per carriare centinaia di botti d’acqua per impastare la calcina e trasportare la “mischia”. Le fascine di legna per alimentare la calcara saranno prelevate nelle sciare di Nubia. Il 30 agosto del 1703 si pagano onze 10 per lo sdirrupo di tutta la chiesa vecchia e sbarazzatura delle pietre di risulta. Al 2 di settembre si pagano due onze al Maestro Matteo Artale per n. 3 balate di pietra del petropalazzo con gli sportelli e anelli impiombati per le chiese della Xhicta e di Paceco. Gli Artale sono stati una dinastia di marmorari trapanesi, scomparsa soltanto di recente. Assistente dei lavori della costruzione della chiesa sarà don Pietro Liggiato. Saranno necessari ben 44.000 circa cantoni delle diverse misure e perriere per costruire la nuova chiesa che costerà ben 1227 onze. I lavoranti saranno alloggiati in un casa appositamente affittata e i maestri preleveranno le cibarie necessarie per il sostentamento dallo zagato e dalla bocceria del principato. Per chiarire i termini usati lo zagato era una bottega dove, in regime di assoluto monopolio, si vendevano i generi prodotti in un determinato feudo, sui quali il feudatario godeva del diritto proibitivo ed i prezzi praticati nello zagato erano in genere controllati e lo zagato veniva dato in appalto.  Tutte queste spese saranno sostenute dagli introiti derivanti dalle rendite rilevanti del patrimonio dei Sanseverino che ancora alla fine del seicento, allorquando arriva a Trapani il reverendo de Benedictis amministratore della principessa, ancora non risulta intaccato dalle divisioni familiari e dalle spese di gestione. Se si considera che dalla pescagione fatta nella Tonnara di San Giuliano negli anni 1693 e 1694 saranno introitati ben 2513,24.4 onze e che le saline della casa sono ancora attive e sarà ricavata la somma di onze 1370 dalla vendita di salme 5690 di Sali nel periodo dall’8 aprile 1693 fino al 5 agosto del medesimo anno. Dalli loheri e censi delle case di Paceco, saranno introitate ben 630 onze circa, da quelle di Xicta onze 324 circa e dalle case di Trapani ben onze 538 circa. Dalla vendita dei frumenti marzulli negli anni 1702/1703 si ricaveranno ben 1767 onze ed agli introiti della tonnara bisognerà aggiungere anche altre 370 onze. Un patrimonio immenso che nel settecento per gli sperperi degli ultimi Sanseverino si assottiglierà sempre di più. Un patrimonio costituito dal territorio delli Xhiggiari, dalla parecchiata grande detta della Pergola, dal territorio di Ciaulotta, dalle terre di Margarita, dal mezzo territorio di Scopello, dalle terre della Pecoreria, dalle terre del Castellazzo, dalle terre di Xhicta, dalle terre di Cantello, dalle terre nel Piano di Paceco, dalle terre della Baiata, di Gigante, dalle terre di Raganzili, di Sgroi e Gassiraro, dalle terre lavoriere di Dimeni, dalle terre nel Boschetto di Malumbreri e pezzo d’angelo, dai proventi della Bocceria e dallo Zagato di Paceco. E questo è un elenco sommario e non completo.

La Chiesa non sarà completata perché il principe Carlo Sanseverino morirà nel 1704 in Calabria, ad Altomonte dove qualche anno dopo il 29 ottobre del 1709 morirà anche la principessa e dove sarà sepolta nella Chiesa di Santa Maria della Consolazione. La Chiesa viene aggiudicata da Padre Benigno tra le opere concepite dall’architetto Giovanni Biagio Amico (1684-1754) che fu molto precoce e lavorò moltissimo; è probabile che il Benigno si riferisse alla facciata esterna, anch’essa rimasta non completata. Maria Fardella Sanseverino viene dimenticata, ma certamente fu la migliore, figlia dei suoi sventurati antenati, il nonno Placido ed il padre Giovanfrancesco, morti tragicamente. Bisognerebbe rileggere il libro di Fra Biagio della Purificazione che lo scrivente più volte ha citato. Sono andato a Madrid nel monastero reale dove si chiudevano le donne rimaste zitelle o vedove provenienti da famiglie di stirpe reale. Maria Pacheco è sepolta in quel luogo silenzioso dove è proibito parlare o cicaleggiare ed è proprio in quel sepolcreto è appeso un dipinto raffigurante la Madonna di Trapani.

Maria Fardella Sanseverino è la madre di Aurora Sanseverino, la più celebre poetessa del Meridione d’Italia, tanto osannata e grande mecenate di musicisti, poeti e pittori della sua epoca. Aurora andò sposa al conte di Conversano Giovanni Girolamo Acquaviva ed in seconde nozze con Nicolò Gaetani d’Aragona, anche lui mecenate di artisti. Aurora venne con il padre a Paceco ed è nell’ambito della sua cerchia che bisognerà ricercare l’autore o gli autori delle pale d’altare della Chiesa Madre di Paceco.

In Calabria e nel napoletano i Sanseverino sono ancora celebrati e nel museo Filangieri di Napoli sono conservati i ritratti di Maria, di Aurora e del padre, donati dagli ultimi della famiglia, i Costa Sanseverino.

 

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