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Di Alberto Barbata

<Il presente intervento fa parte di un saggio più grande, “Paceco nel Risorgimento”, scritto nel 1964 e presentato più tardi, nel settembre del 1969 al Concorso comunale per l’incarico di Bibliotecario Comunale. Rimasto inedito, per mancanza di fondi, sarà pubblicato fra breve>.

Nelle sue “Memorie giovanili della rivoluzione siciliana e della guerra del 1860, pubblicate nel 1901, il colonnello alcamese dello Stato maggiore della Marina, Giacomo Fazio, descrive l’entrata nella sua città delle truppe garibaldine, il cui effetto morale negli assalti e negli scontri, come a Calatafimi e poi in altri luoghi, era stato grande, sostenendo che i giovani volontari che seguirono Garibaldi erano, in sostanza, dei fanciulli che avevano l’elasticità di carattere tipica della fanciullezza. Fazio afferma che quella guerra era stata vinta dai fanciulli e dal genio militare e politico di Garibaldi. Aveva proprio ragione. Rimase affascinato < dall’eroe leggendario, vestito di una semplice camicia rossa, dalla capigliatura bionda alla nazzarena, dalla faccia che aveva dell’angelo e del leone>. Garibaldi apparve “proprio davanti a me, a due passi, accompagnato dai due Sant’Anna, da un bel prete siciliano che ne volgarizzava le idee, benedetto dal popolo e dal clero, circondato da uno stuolo di camicie rosse: era proprio l’uomo popolare dei due mondi, la cui voce tonante dichiarava la caduta della dinastia borbonica e l’unità d’Italia sotto lo scettro di Vittorio Emanuele II, ed eccitava la gioventù siciliana ad accorrer sotto le armi per ingrossare la sparuta schiera dei Mille e dar così l’ultimo crollo ad un governo odiato dagli uomini e da Dio”.

I Mille, Garibaldi, i picciotti, tutto ritorna nella memoria, dopo cinquant’anni, in occasione di questo grande evento della ricorrenza dei 150 anni dell’Unità d’Italia. Mio padre, ultimo assessore alla Pubblica Istruzione del Sen. Grammatico, insieme a me e le guardie urbane con il labaro, eravamo andati, il 15 maggio 1960, in rappresentanza del nostro Comune a Calatafimi, al Pianto Romano, per le celebrazioni indette dalla Regione Siciliana, il cui Comitato era presieduto dall’On. Paolo D’Antoni, illustre politico trapanese. Migliaia di bandiere vestivano le case di Calatafimi, in una giornata accecante di sole, e i ragazzi delle scuole siciliane erano tantissimi, innumerevoli. Avevo appena sedici anni e la mia emozione fu tanta davvero, allorquando lo scrittore Mino Blunda, allora segretario di D’Antoni, mi presentò per impressionarmi, ma soprattutto in un giorno di festa, come una cosa allegra, spensierata, il nipote di Garibaldi, anche lui generale, Ezio Garibaldi. Alcuni anni più tardi avrei scritto le pagine che seguono, rimaste inedite e che raccontano la Paceco del 1860, i cui protagonisti erano stati i giovani del mio paese ed i fratelli Sant’Anna di Alcamo.

 

 

Le aspirazioni liberali, il sentimento di Italianità e l’avversione al Borbone, al ‘60 erano certo penetrate più intensamente ed estesamente nell’animo delle popolazioni siciliane, anche in quei centri che nel ‘48 erano rimasti ancorati alle vecchie idee.

Bisogna però convenire che nel 1860 il moto politico non era divenuto passione unanime e travolgente di un popolo, e questo viene dimostrato dal fatto che il “4 Aprile” in molti comuni non ebbe risonanza.

Paceco ad esempio, assieme ad altri centri della provincia non partecipò al moto ed il suo circondario rimase tranquillo, sebbene gli impiegati del macino avessero disertato il loro posto senza aver “portato turbolenza”.

Inoltre vediamo in questo periodo i gentiluomini e i proprietari far causa comune col governo e financo armarsi per mantenere l’ordine pubblico; questo veniva fatto da parte loro non certamente per un motivo di rispetto al Borbone, ma per un vago timore di disordini e di rapine.

Infatti, il Giudice regio di Paceco, Simeti, aveva predisposto in quei frangenti pattuglie notturne sui “palterri e sui campanili” ed era stato coadiuvato oltre che dalla Guardia Urbana anche dalle persone influenti.

Precisamente in questo periodo, cioè dopo il 18 Aprile, la nostra cittadina ebbe ad ospitare i patrioti alcamesi Baroni Sant’Anna con il loro seguito, ricercati dalla polizia del Maniscalco dopo la reazione borbonica ad Alcamo del 16 aprile.

Giuseppe e Stefano Triolo di Sant’Anna che, con la loro attività rivoluzionaria si erano abbastanza compromessi nei confronti del governo, dopo i fatti d’arme di Pioppo del 12 aprile, quando le squadre alcamesi si erano scontrate con il Nono Battaglione Cacciatori del Maggiore del Bosco, e dopo l’azione dimostrativa di Quattrovanelle del 18, si erano ritirati sui monti di Renna e di lì, come afferma il Mistretta, per sentieri impraticabili, erano arrivati a Paceco, dove avevano trovato rifugio nella fattoria del possidente-liberale Saverio Cappello.

Anche i “picciotti” delle squadre alcamesi, dopo essersi sbandati, si erano rifugiati alcuni a San Giuseppe Jato, sul Monte Inici o nel Bosco stesso di Alcamo, altri invece, seguendo un percorso più difficile erano arrivati, travestiti da monaci, a Paceco e persino presso il feudo Chitarra di Marsala.

Finalmente una vera scintilla rivoluzionaria si era posata su questo piccolo paese sonnolente.

L’apporto che gli alcamesi dettero a Paceco in quei giorni sarà importante in quanto scaturito dagli avvenimenti politici che presto avrebbero sconvolto la nostra isola.

I Sant’Anna, tenendosi celati nella masseria del Cappello, sita in contrada Lochitello Misiligiafari, appena fuori il centro abitato, stavano in continua attesa dell’arrivo della spedizione di Garibaldi, che era stato loro promessa da Rosolino Pilo.

I due fratelli avevano formato, nella cascina, un quartiere generale con i resti delle loro squadriglie, tenendosi in contatto epistolare con il barone Mocharta che era riuscito a rifugiarsi nei pressi della Torre di Nubia.

Il fratello maggiore dei Sant’Anna, Benedetto Triolo, frattanto, vettovagliava i “picciotti” di continuo con provviste, in attesa nei vari luoghi lungo la costa marsalese, dove si aspettava l’imminente sbarco della spedizione garibaldina.

Gli ambienti liberaleggianti della cittadina, presi da un vago timore di reazione, tacevano e cercavano di mantenere la calma; infatti, il periodo scelto da Garibaldi per effettuare lo sbarco in Sicilia senza dubbio era sfavorevole alla felice riuscita dell’impresa stessa poiché, verso la fine di aprile, si era avuto una ripresa di autorità da parte dei Borboni, anche per il fallimento dei moti ultimamente avvenuti nelle varie parti dell’isola.

L’opinione comune ed anche delle autorità era che a questi insuccessi dovesse far seguito un periodo di stasi delle attività rivoluzionarie.

Anche in seno ai circoli patriottici italiani si riteneva inopportuno esporsi con una impresa simile ad un ulteriore rischio di insuccesso.

Solo il nome di una così grande personalità lasciava sperare e riporre fiducia in una buona riuscita.

Allorché Garibaldi effettuò lo sbarco a Marsala l’11 Maggio, lanciò subito un proclama ai Comitati e alle Squadre Rivoluzionarie, che si trovavano nascoste nelle campagne della provincia in modo che si unissero alla spedizione, poiché confidava molto nell’appoggio degli elementi locali per la felice riuscita dell’impresa.

Il maggiore Giacomo Curatolo Taddei, incaricato dal La Masa, si recò a Paceco, nel pomeriggio dell’11 maggio, ad avvertire i patrioti alcamesi nella cascina del Cappello, in modo che si unissero alla spedizione, nei pressi di Rampingallo, a Salemi, dove sarebbe avvenuto il concentramento di tutte le truppe.

Così, il 12 Maggio, di mattina, i Sant’Anna partirono dalla casa di campagna di Saverio Cappello, armati dallo stesso con pugnali, doppiette e lunghi fucili ed equipaggiati con otto cavalli e vettovaglie.

Si recarono come prima tappa a Paceco.

I Sant’Anna assieme ai fidi Francesco Guarrasi e Saverio Alesi, arrivati nella piazza Madrice, assaltarono il Municipio, ne bruciarono i quadri raffiguranti i Reali Borbonici e dopo aver devastato tutto, si presero come ostaggio il cancelliere comunale.

Dopo formarono una squadra di una trentina di uomini, di cui facevano parte alcuni pacecoti (Rocco Maltese, Rosario e Giuseppe Russo, Leonardo Saladino, Giuseppe Cognata, Giovanni Asaro, Antonino Rondello ed altri) e si diressero al feudo del barone Chitarra da dove, dopo aver raccolto un buon numero di giovani, marciarono alla volta di Rampingallo, luogo dove si sarebbero incontrati con Garibaldi.

Paceco in quei giorni visse momenti di caos generale, le autorità borboniche lasciarono i loro uffici e scapparono; tutto era in mano al popolo, il cosiddetto ordine era scomparso all’interno del Circondario.

Il 17 Maggio, mentre Garibaldi entrava in Alcamo dopo la gloriosa battaglia di Calatafimi, in cui il nostro concittadino Antonino Rondello era morto coraggiosamente ucciso del piombo nemico, a Paceco si formava un Comitato di Salute Pubblica con a capo Onofrio De Luca che veniva nominato Governatore della città.

Il Comitato affrontava il problema della Sicurezza Interna, organizzando un Corpo Provvisorio di Guardia Urbana in modo da ovviare ai vari inconvenienti derivanti dai “recenti sconvolgimenti politici”.

I giovani “picciotti” pacecoti erano finalmente accorsi al grido delle nuove speranze e si erano distinti sia a Calatafimi che all’assedio di Palermo.

Fu proprio a Palermo che Rosario Russo e Rocco Maltese assieme a Vincenzo Balestra e Liborio De Grazia scrissero una delle pagine più belle di quel glorioso assedio che avrebbe scacciato i Borboni dalla capitale dell’Isola. Mentre gli avamposti garibaldini, fin dal 23 Maggio, erano stati avanzati al Collegio Massimo, i quattro ardimentosi concepirono il disegno di occupare l’ultima loggia del Campanile Maggiore della Cattedrale onde snidare i borbonici dalle posizioni dei palazzi Carini e Cutò e dal Palazzo Reale stesso.

Dopo una giornata di lotte e di scaramucce da ambedue le parti, i nostri giovani garibaldini riuscirono, favoriti dalle mura del Campanile, e poi in ultimo aiutati dai compagni, a sopraffare la resistenza borbonica.

Questa impresa che dimostra sempre più il contributo e il sacrificio dei siciliani per la conquista della libertà, avrebbe involontariamente l’indomani favorito l’armistizio tra le due parti. Ma mentre tutto il resto della provincia era esultante e gioiva per i nuovi avvenimenti ed inviava aiuti alla spedizione di Garibaldi, Trapani restava isolata perché ostacolata dalla presenza di un presidio borbonico.

Da Marsala, che nel frattempo era divenuta un punto di concentramento di milizie insurrezionali, si venne organizzando una spedizione ad opera di Enrico Fardella, per aiutare Trapani a scacciare dalla città i soldati regi.

I Pacecoti non mancarono anche in questa occasione: dalla nostra cittadina partì, infatti, una squadra di giovani, guidata dal liberale Saverio Cappello, patriota emerito che più volte aveva dimostrato con il coraggio e l’esilio la sua avversione al vecchio governo.

Con il Fardella erano anche il Coppola e gli Alestra, come risulta dalle carte Di Giorgi, citate dal Nicastro nella sua opera.

Dopo tante lotte e sacrifici Vittorio Emanuele, in dicembre, entrava da Re in Sicilia.

Scriveva il nuovo Sindaco di Paceco, Giuseppe Majali, eletto nel mese di giugno, al Governatore del Distretto di Trapani proprio queste testuali parole:

“Signore

Nell’accusarle ricezione della riverita sua officiale di pari data, passo ad esternarle il tripudio e la gioia che sfavillavano nel volto di questo popolo alla Santissima Novella dell’entrata in Palermo del Magnanimo Monarca Vittorio Emanuele. Un numero sterminato di tricolori vessilli sventolò al momento in tutti i balconi del comune, e questa sera una gaia illuminazione in segno di tanta contentezza avrà luogo in questa”.

Giuseppe Majali

 

I giovani di Paceco, sotto la guida dei fratelli Sant’Anna, furono i primi ad incontrare Garibaldi e i garibaldini a Rampingallo. Non è cosa da poco, se si considera che tutto si deve alla forza del caso e del destino. Non furono soltanto loro a dare un contributo nel periodo risorgimentale, dal 1820 al 1860, l’economia di questo piccolo contributo non lo consente per il momento. Paceco li ricorda oggi, insieme ai patrioti alcamesi, con un grazie riverente e commosso.

 


 

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