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un antisemitismo “all’italiana”,

molto diverso dal modello tedesco

di Michele Rallo

 

TELESIO INTERLANDI

E “LA DIFESA DELLA RAZZA”

Il 5 agosto 1938 – pochi giorni dopo l’ufficializzazione del Manifesto della Razza[1] – faceva la sua comparsa nelle edicole il primo numero della rivista quindicinale “La Difesa della Razza”. Ne era direttore Telesio Interlandi, un giornalista siciliano che già dirigeva “Il Tevere”, quotidiano del fascismo romano più intransigente e irriverente. Editore del nuovo periodico era Calogero Tumminelli, altro siciliano che si era fatto strada nell’editoria nazionale, al punto da diventare direttore editoriale dell’Enciclopedia Treccani. Sia Interlandi che Tumminelli – lo riferisco a titolo di curiosità – avevano un passato in Massoneria: Interlandi nella loggia “Aurora” di Catania, Tumminelli nella loggia “Carlo Cattaneo” di Milano.

Telesio Interlandi era uno dei pochissimi giornalisti fascisti che potesse essere considerato un antisemita. Non per sudditanza ai modelli tedeschi, ma principalmente a causa delle diatribe interne al fascismo italiano. Più volte, infatti, “Il Tevere” era entrato in polemica con “La Nostra Bandiera”, rivista portavoce degli ebrei fascisti, anzi degli “italiani di religione ebraica”.

Apro una parentesi. Come ho già accennato nel primo articolo di questa serie, gli ebrei italiani – nel loro complesso – non erano affatto antifascisti.[2] Proprio l’editore-direttore de “La Nostra Bandiera”, il banchiere Ettore Ovazza, era il capofila di una delle due fazioni del fascismo ebraico, quella degli “anti-sionisti”;[3] si contrapponeva all’altra corrente, quella dei “sionisti federalisti” seguaci di Vladimir Jabotinsky.[4]

Sempre per inciso dirò che, fosse anche soltanto per rispetto verso tanti ebrei fascistissimi, la vergogna delle leggi razziali italiane avrebbe dovuto essere evitata. Ciò premesso, è comunque falsa la vulgata odierna, che attribuisce al fascismo in Italia, al nazismo in Germania e via di seguito la “invenzione” – mi si passi il termine – di un fenomeno complesso come l’antisemitismo, che aveva ben altre e più lontane radici.[5] Non per nulla, proprio nell’agosto 1938, mentre giungeva in edicola il primo numero de “La Difesa della Razza”, l’antifascista cattolico Alcide De Gasperi (per cui la Chiesa ha avviato una causa di beatificazione) commentava su “L’Informazione Vaticana” i primi passi dell’antisemitismo fascista, auspicando che questo mantenesse la sua diversità rispetto all’antisemitismo nazista, e seguisse invece «le vive tradizioni della Roma Cristiana».[6]

Ritornando alla “Difesa della Razza”, il suo lancio era chiaramente una manovra, mossa dal vertice del regime. Si voleva dare, in quel momento, un preciso segnale di amicizia con la Germania e di prudente diffidenza verso le prese di posizione di Pio XI, dietro cui un diffidentissimo Mussolini sospettava che potesse celarsi una qualche nostalgia del potere temporale.

Era per questo, probabilmente, che il regime aveva pilotato la saldatura – artificiale – tra l’ambiente degli scienziati che avevano firmato il Manifesto della Razza ed il gruppo di giornalisti iperfascisti che animavano “Il Tevere” e le altre testate di Interlandi. Saldatura da cui adesso scaturiva “La Difesa della Razza”.[7]

Non a caso, all’iniziativa si manteneva quasi del tutto estraneo Giovanni Preziosi, che secondo il De Felice era «l’unico vero antisemita tra i fascisti di qualche rilievo».[8] Malgrado, dopo essere stato prete, fosse poi divenuto anticlericale, Preziosi era portatore – da almeno un ventennio – di un antisemitismo che recepiva tutti i pre-giudizi dell’antigiudaismo cristiano, dai “Protocolli dei Savi Anziani di Sion” in poi. Era inoltre un filotedesco di vecchia data, almeno dal 1922, quando a Milano aveva organizzato un convegno con gli antisemiti germanici. Pubblicava da molti anni una sua rivista, “La Vita Italiana”, che non temeva rivali in fatto di antisemitismo e che, dal 1938 in poi, sarà una sorta di contraltare alla “Difesa della Razza”. Aggiungo – a titolo di curiosità – che Preziosi era fortemente antipatico a Mussolini (che invece aveva in simpatia Interlandi) ed era da molti considerato un terribile menagramo.

 

LE QUATTRO “LEGGI RAZZIALI”

ITALIANE

Esattamente un mese dopo l’uscita de “La Difesa della Razza”, il 5 settembre 1938, il Consiglio dei Ministri varava il Regio Decreto Legge n. 1390, recante “Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista”.

Si trattava della prima delle cosiddette “leggi razziali” (ne seguiranno altre tre, dallo stesso settembre del ’38 al giugno del ’39), ed era quella che tracciava il solco entro cui si sarebbe mossa l’intera legislazione antisemita del regime. Ne riferisco alcuni tratti essenziali, avvertendo però che il loro effettivo impatto potrà essere valutato solo dopo aver preso visione delle relative norme attuative dettate dal Gran Consiglio del Fascismo (cui accenno immediatamente dopo).

Oltre ad inibire l’insegnamento e la frequenza di scuole e università a “persone di razza ebraica”, il RDL identificava i soggetti che avrebbero dovuto essere considerati tali: « Agli effetti del presente decreto-legge è considerato di razza ebraica colui che è nato da genitori entrambi di razza ebraica, anche se egli professi religione diversa da quella ebraica.» (art.6)

Ne derivava: 1) che i figli di coppie miste non venissero considerati ebrei; 2) che era la razza e non la religione a determinare chi dovesse essere considerato ebreo. Dunque, il regime sceglieva definitivamente l’antisemitismo biologico di scuola tedesca, tralasciando così di seguire «le vive tradizioni della Roma Cristiana».

Il secondo provvedimento antisemita giungeva due giorni dopo: era il RDL n. 1381 in materia di “Provvedimenti nei confronti degli ebrei stranieri”. Con questo si vietava che gli “stranieri ebrei” potessero fissare “stabile residenza” (non una permanenza provvisoria) nel Regno o nelle Colonie. Veniva inoltre stabilita la revoca della cittadinanza italiana per gli ebrei stranieri cui era stata concessa posteriormente al 1° gennaio 1919.

Il 6 ottobre 1938 il Gran Consiglio del Fascismo emanava una “Dichiarazione sulla Razza”: recepiva quanto prodotto dal Manifesto degli Scienziati Razzisti alle prime leggi razziali, e indicava qualche ulteriore direttrice. In particolare, auspicava una normativa che vietasse i matrimoni fra italiani ariani e persone di razza diversa. Normativa che vedeva la luce un mese dopo, con il RDL n. 1728 del 17 novembre 1938 (“Provvedimenti per la Difesa della Razza Italiana”). Il primo articolo del RDL vietava i matrimoni misti, facendo riferimento al fattore razziale ed ignorando completamente quello religioso: cosa che – come meglio vedremo in seguito – causava una forte tensione con il Vaticano.

Infine, il RDL n. 1054 del 29 giugno 1939 in materia di “Disciplina dell’esercizio delle professioni da parte dei cittadini di razza ebraica”. L’esercizio delle libere professioni da parte di cittadini ebrei era sottoposto a limitazioni e restrizioni, ed erano loro inibite del tutto le professioni di giornalista e di notaio.

Erano questi quattro decreti, di fatto, a costituire il complesso delle “leggi razziali” italiane.

Fermiamoci – per il momento – qui. L’azione antisemita imputabile al fascismo si esauriva in questo complesso normativo, e cioè in una serie di disposizioni legislative che contemplavano varie misure discriminatorie nei confronti degli ebrei italiani e la fine (teorica) del diritto d’asilo per gli ebrei stranieri. Le più rilevanti conseguenze pratiche di tali disposizioni saranno: per numerosi ebrei italiani, il licenziamento dalle amministrazioni statali; per numerosi ebrei stranieri, l’impossibilità di stabilire in Italia la propria dimora definitiva. Queste furono le colpe – gravissime ed innegabili – del regime fascista nei confronti degli ebrei; colpe ancor più gravi perché provenienti da un regime che aveva posto lo Stato al centro della sua costruzione politica.

Una pagina nera nella storia del fascismo. Una pagina, per di più, sommamente imbarazzante, in considerazione del fatto che la minuscola comunità ebraica italiana (circa 50/mila anime su una popolazione complessiva allora di 43/milioni) era parte integrata ed integrante sia della comunità nazionale, sia del regime fascista. Vero è – si vedrà immediatamente appresso – che una serie di disposizioni stabilivano numerose deroghe ed eccezioni, volte a porre al riparo da ogni restrizione i numerosi ebrei benemeriti della patria e del fascismo; ma è altrettanto vero che tali deroghe erano doppiamente umilianti per i destinatari.

Diciamocelo chiaramente: fu un errore del regime, un errore gravissimo, imperdonabile del regime, dovuto sia alla smania di “adeguarsi ai tempi”, sia – lo si è visto – ad una reazione alle “campagne antifasciste” della grande finanza ebraica nei paesi anglosassoni. Reagendo in quel modo, però, si favoriva proprio il disegno dell’alta finanza ebraica, che era quello di farsi scudo e di confondersi con la generalità degli ebrei.

Né può essere considerata come attenuante la diffusa ostilità che – si è visto – circondava gli ebrei nell’Europa degli anni ’30. Si è detto che quelle leggi fossero un tributo alla imminente alleanza con la Germania (cui, non va dimenticato anche questo, ci avevano obbligati gli “occidentali”). Ma non era esattamente così. Altri paesi alleati del Terzo Reich, come la Finlandia, non adotteranno mai una legislazione antisemita.

L’unica nota positiva – ma questo era scontato – era che la legislazione antisemita non produsse rastrellamenti e campi di concentramento; nessun fatto truculento o violento, ma soltanto una odiosa burocrazia discriminatrice. La svolta drammatica e funesta del settembre 1943 sarà – come vedremo più avanti – imputabile ai tedeschi e non agli italiani, ed avverrà in applicazione della politica d’occupazione tedesca e non delle leggi razziali italiane.

 

ESENZIONI ED ECCEZIONI:

LE DISPOSIZIONI

DEL GRAN CONSIGLIO

DEL FASCISMO

Naturalmente, è del tutto priva di fondamento la vulgata che vorrebbe accomunare le “leggi razziali” italiane alla legislazione ed alla prassi antiebraiche della Germania nazista. Dico ciò, non per attenuare la gravità di quei provvedimenti; bensì per sottolineare come lo spirito di quella normativa fosse – per dirla con Mussolini – «discriminatorio, non persecutorio».

Per provare ciò, basterebbe leggere tra le righe di quei provvedimenti e, soprattutto, attenzionare le successive disposizioni attuative. Si è già detto della esclusione dei soggetti nati da matrimoni misti. Altro fatto di una certa importanza era l’emanazione di un RDL che seguiva di due settimane quello sulla scuola fascista: era il n. 1630 del 23 settembre 1938, titolato “Istituzione di scuole elementari per fanciulli di razza ebraica”.

Quanto ai docenti ed agli altri soggetti che, in forza del RDL 1390 dovevano abbandonare il servizio, questi non erano – come oggi si vuol far credere – licenziati in tronco e gettati sul lastrico. Le regole stabilite dal Gran Consiglio del Fascismo disponevano che venisse riconosciuto loro «il normale e integrale diritto di pensione». Peraltro, a quanti non avessero già raggiunto i requisiti per accedere al trattamento pensionistico veniva garantita l’integrazione al minimo con contributi figurativi.[9]

Ma erano soprattutto le disposizioni attuative delle “leggi razziali” a rendere l’idea della volontà di circoscriverne l’ambito di applicazione e di limitarne l’incidenza. Veniva infatti introdotta la figura del “discriminato” (definizione che in questo caso aveva una accezione positiva); cioè dell’individuo che, pur essendo considerato di razza ebraica, era appunto discriminato rispetto agli altri ebrei e non era, quindi, destinatario di alcuna normativa restrittiva. La qualifica di discriminato era automaticamente estesa al relativo nucleo familiare. Anzi, erano numerosi i casi di “famiglie discriminate”, pur non essendo più in vita il soggetto direttamente destinatario della qualifica.

La discriminazione veniva attribuita nei seguenti casi: 1) benemerenze – e in alcuni casi semplice partecipazione – relative alle quattro guerre del secolo (libica, mondiale, etiopica, spagnola); 2) benemerenze – e in alcuni casi semplice partecipazione – relative alla rivoluzione fascista degli anni 1919-22; 3) benemerenze di carattere civile, sociale, economico; 4) casi particolari, giudicati positivamente da una speciale commissione del Ministero dell’Interno.

L’ampiezza della casistica era tale da riguardare 3.522 nuclei familiari più 834 individui singoli, per un totale di 10/11 mila persone: cifra ragguardevole, se rapportata al numero dei cittadini italiani considerati “di razza ebraica”, che nel 1938 assommava a 47.252 unità.[10]

 

UNA NORMATIVA

SOSTANZIALMENTE INAPPLICATA

PER GLI EBREI STRANIERI

Quanto alla normativa sugli ebrei stranieri, questa rimaneva sostanzialmente inapplicata per quello che era il suo aspetto più delicato: le espulsioni di quanti non avessero titolo a rimanere in territorio italiano.

Innanzitutto, erano stabiliti anche qui dei criteri discriminanti tali da interessare una platea assai vasta: età superiore ai 60 anni, precarie condizioni di salute, tre o più figli a carico, casi particolari vagliati dal Ministero degli Interni.

In secondo luogo, il termine del 12 marzo 1939, entro il quale gli ebrei stranieri avrebbero dovuto lasciare il territorio italiano, era spostato più volte.  In ogni caso, gli ebrei tedeschi non sarebbero stati espulsi verso la Germania, né prima né dopo il marzo 1939.

L’asilo temporaneo, invece, continuava ad essere accordato ampiamente agli ebrei provenienti dalla Germania, dall’Austria, dai Sudeti e da altri paesi dell’Europa Orientale.  Dopo l’invasione tedesca della Polonia, nel settembre 1939, numerosi saranno anche gli ebrei polacchi accolti nel nostro paese.

Non va infine dimenticato che nel dicembre del ’39, pochi mesi dopo l’inizio del conflitto mondiale, veniva creata la DELASEM (Delegazione per l’Assistenza degli Emigranti Ebrei).  Non si trattava certamente di una «una organizzazione di resistenza ebraica che operò in Italia», come da taluno affermato.[11] Era invece un organismo ufficiale, creato dal presidente dell’Unione delle Comunità Israelitiche Italiane (all’epoca il prefetto Dante Almansi) con il beneplacito del governo fascista.[12] La DELASEM – che operò regolarmente fino alla caduta del regime fascista – aveva per scopo l’assistenza agli ebrei stranieri riparati in Italia.  Oltre a fungere da collettore per i fondi destinati all’assistenza vera e propria, la Delegazione organizzerà il trasferimento di oltre 5.000 rifugiati ebrei (su un totale di 9.000) in paesi neutrali; e ciò, anche in previsione di un possibile aumento dell’influenza tedesca in Italia (cosa che si sarebbe poi verificata dopo il settembre del ’43).

Per la cronaca, gran parte di quegli esuli ebrei troverà un secondo rifugio in Spagna, altra nazione – guarda caso – governata da una “bieca dittatura fascista”.

 


[1] Si veda: Il Manifesto della Razza. // “La Risacca”, n. 73, maggio 2018.

[2] Si veda: Il fascismo e gli ebrei. // “La Risacca”, n. 70, febbraio 2018.

[3] Luca VENTURA: Ebrei con il duce. “La nostra bandiera” (1934-1938). Zamorani, Torino, 2002.

[4] Vincenzo PINTO: Imparare a sparare. Vita di Vladimir Ze’ev Jabotinsky padre del sionismo di destra. UTET, Torino, 2007.

[5] Si veda: Pagani, cristiani, ebrei. Le origini dell’intolleranza e dell’antisemitismo. // “La Risacca”, n. 53, maggio 2016.

[6] Alessandro GNOCCHI: Il De Gasperi sconosciuto: contro gli ebrei e per la razza. // “Libero”, 28 aprile 2005.

[7] Francesco CASSATA: La Difesa della Razza. Politica, ideologia e immagine del razzismo fascista. Giulio Einaudi editore, Torino, 2008.

[8] Renzo DE FELICE: Mussolini il Duce. Vol.2: Lo Stato totalitario, 1936-1940. Giulio Einaudi editore, Torino, 1981.

[9] Filippo GIANNINI: Gli ebrei nel ventennio fascista. Ed. Nuove Idee, Roma, 2008.

[10] Filippo GIANNINI: Gli ebrei nel ventennio fascista. Cit.

[11] DELASEM. www.it.wikipedia.org/

[12] Bruno Mondolfo, Duilio Sinigaglia, Gino Bolaffi. Tre martiri fascisti israeliti. www.mortidimenticati.blogspot.com/


 

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