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di Francesco Greco

Vengono attaccati uno dopo l’altro e confiscati, i patrimoni di tanti imprenditori cresciuti all’ombra dell’organizzazione mafiosa.

La più recente operazione ha riguardato il trapanese Pietro Funaro, imprenditore di 57 anni, molto attivo nel settore edile, “da anni operante soprattutto nel lucroso settore dei lavori appaltati da enti pubblici in Sicilia – sottolineano gli inquirenti – e colluso con esponenti di famiglie mafiose della provincia di Trapani”. Su ordine della sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Trapani, sono stati confiscati svariati immobili, autovetture, un’imbarcazione, conti correnti e società, per un valore complessivo di circa 20 milioni di euro, tutti riconducibili all’imprenditore trapanese.

Il decreto di confisca, emesso su proposta del questore di Trapani, è stato eseguito dalla Divisione Anticrimine della Questura e dal Nucleo di Polizia Economica Finanziaria della Guardia di Finanza, nei confronti di società e beni che erano stati già oggetto di provvedimenti di sequestro anticipato, al termine di accertamenti criminologici e patrimoniali svolti dallo stesso team di poliziotti e finanzieri. In particolare, le analisi condotte sulle pregresse acquisizioni degli organi di polizia giudiziaria (tra intercettazioni, collaboratori di giustizia, precedenti inchieste antimafia, sentenze), affiancate all’esito delle indagini societarie e patrimoniali, “hanno evidenziato la vocazione imprenditoriale di Cosa Nostra e il suo perdurante potere ben più esteso del territorio provinciale trapanese, distribuito, piuttosto, in gran parte del territorio regionale attraverso la costituzione di un reticolo imprenditoriale – spiegano gli investigatori – per il condizionamento illecito della fase di aggiudicazione della gestione dei lavori e delle forniture concernenti la realizzazione di opere pubbliche appaltate”. Dalle indagini “sono emersi elementi in relazione al rapporto di cointeressenza di Pietro Funaro con il vertice del mandamento mafioso di Trapani”.

Il procedimento di prevenzione patrimoniale nei confronti dell’imprenditore trapanese, era stato attivato su proposta del questore il 19 giugno 2014, sulla base degli elementi indiziari raccolti da vari organi di polizia giudiziaria tra la seconda metà degli anni Novanta e il più recente periodo, e soprattutto dai risultati delle tre inchieste “Progetto Mafia Appalti”, condotte tra il 2004 e il 2007.

La confisca dei patrimoni immobiliari e societari di Pietro Funaro, avviata il 23 maggio scorso, è l’ennesimo provvedimento giudiziario, nell’ambito della strategia di indebolimento del potere economico delle cosche trapanesi e della famiglia mafiosa di Castelvetrano in particolare, sulla scia del sistematico attacco ai patrimoni illeciti condotto dalle forze dell’ordine, soprattutto con l’obiettivo di isolare Matteo Messina Denaro, ricercato dal 1993.

Un ordine di confisca di primo grado è stato eseguito un anno fa, dalla Direzione investigativa antimafia di Trapani nei confronti di Giovanni Filardo, imprenditore edile di Castelvetrano, cugino del boss latitante. Il provvedimento, riguardante un patrimonio mobiliare, immobiliare e societario di un valore totale di circa tre milioni di euro, è stato emesso dalla Sezione Misure di prevenzione del Tribunale, con l’ulteriore misura della sorveglianza speciale con obbligo di dimora per quattro anni. Giovanni Filardo fu arrestato nel 2010 con l’operazione “Golem 2”, perché accusato di essere componente del mandamento mafioso di Castelvetrano e di essere responsabile di estorsioni, incendi, interposizione fittizia di valori e favoreggiamento della latitanza di Matteo Messina Denaro. Per quei fatti, è stato definitivamente condannato alla pena di 12 anni e sei mesi, con sentenza della Corte d’Appello di Palermo. La confisca per Filardo è arrivata a conclusione di indagini economico-patrimoniali delegate alla Dia dal Gruppo Misure di Prevenzione della Dda di Palermo.

L’attività di aggressione ad aziende e capitali riconducibili all’organizzazione mafiosa, già nel 2014 era stata concentrata sui familiari del boss castelvetranese, quando beni e capitali sociali di quattro ditte, per un valore complessivo di circa trecentomila euro, vennero confiscati a Patrizia Messina Denaro e al marito, Vincenzo Panicola, rispettivamente sorella e cognato del capomafia. Panicola, imprenditore castelvetranese, è finito in carcere per associazione mafiosa, e “per avere curato e gestito la latitanza dei membri del mandamento, in particolare di Matteo Messina Denaro – evidenziarono gli inquirenti – e posto in essere condotte dirette al controllo delle attività economiche, degli appalti e dei servizi pubblici, nonché al controllo del territorio di pertinenza della consorteria mafiosa, anche attraverso la programmazione di estorsioni, di incendi, di approvvigionamento di fondi e di reinvestimento di capitali”. Patrizia Messina Denaro, invece, è stata arrestata nel 2013, con l’operazione interforze “Eden”, accusata di un episodio di estorsione e di avere smistato gli ordini impartiti dal fratello latitante. A distanza di circa un anno dall’arresto, arrivò la confisca dei beni aziendali e dei capitali delle società “Vieffegi service”, “Vieffegi impianti”, “So.Ro.Pa costruzioni”, nonché del compendio aziendale della ditta individuale “Messina Denaro Anna Patrizia” operante nelle colture olivicole.

Altri due imprenditori legati alle cosche trapanesi, sono stati destinatari nel 2016 dei decreti di confisca dei rispettivi patrimoni immobiliari e societari: l’alcamese Giuseppe Montalbano e Calcedonio Di Giovanni, originario di Monreale ma con interessi economici nella provincia trapanese. In entrambi i casi, l’applicazione della misura di prevenzione patrimoniale è stata proposta dal direttore della Dia, Nunzio Antonio Ferla.

Giuseppe Montalbano, divenuto imprenditore edile e immobiliare dopo avere espiato una condanna per favoreggiamento di latitanti (operazione Arca), avrebbe “accumulato nel tempo un patrimonio – è emerso dagli accertamenti – con sospetti flussi finanziari provenienti dalla calcestruzzi Tre Noci, che hanno rivelato una notevole sproporzione rispetto ai redditi dichiarati”; in base alle perizie dei consulenti d’ufficio, la Sezione Misure di Prevenzione ha disposto la confisca di società, immobili e mezzi industriali, per un totale di circa 10 milioni di euro.

È stato stimato in oltre cento milioni di euro, invece, il valore del patrimonio confiscato a Calcedonio Di Giovanni, consistente in oltre 400 unità abitative e in alcune società con sedi a San Marino e a Londra. Di Giovanni, imprenditore attivo nel settore edilizio e turistico alberghiero, sarebbe risultato “contiguo all’associazione mafiosa” a conclusione del procedimento di prevenzione avviato nel 2014 con il sequestro del patrimonio. “Gli elementi di prova riscontrati – spiegano gli investigatori della Dia – hanno permesso di ricostruire come l’attività edilizia di Calcedonio Di Giovanni abbia avuto sempre dietro le spalle il contributo di Cosa Nostra, della quale ha peraltro favorito il tornaconto patrimoniale”. Nel patrimonio immobiliare, realizzato da Di Giovanni con risorse di ignota provenienza, rientra il villaggio turistico “Kartibubbo”, sul litorale di Campobello di Mazara, che avrebbe ospitato in diverse occasioni pregiudicati mafiosi latitanti; negli anni più recenti, l’imprenditore avrebbe anche avuto accesso a rilevanti finanziamenti pubblici nazionali e comunitari, coinvolgendo nei propri progetti anche la consorteria mafiosa di Castelvetrano.

È interminabile, l’elenco degli imprenditori che hanno perduto imperi economici creati con la compiacenza e il tornaconto dell’organizzazione mafiosa, espropriati spesso con confische milionarie. Anche perché, le diverse fasi dell’inchiesta “Mafia e appalti”, nel corso degli anni, hanno permesso di ricostruire tanti intrecci affaristici e retroscena di appalti pubblici, fornendo parecchio materiale indiziario a carico di presunti fiancheggiatori della consorteria mafiosa, tra imprenditori compiacenti e insospettabili prestanome.

Altri elementi arrivano dalle operazioni che ancora si susseguono; come la recente “Anno Zero” condotta da Carabinieri e Polizia di Stato: sono stati fermati 22 affiliati alle famiglie mafiose di Castelvetrano, Campobello di Mazara e Partanna, indagati per associazione mafiosa, estorsione, danneggiamento, detenzione di armi e intestazione fittizia di beni, con le aggravanti delle modalità mafiose. L’operazione, coordinata dalla Dda di Palermo, ha confermato il ruolo di vertice di Matteo Messina Denaro nella provincia mafiosa trapanese e quello di reggente del mandamento di Castelvetrano assunto da un cognato del boss, in conseguenza dell’arresto di altri membri del circuito familiare. Si rinnova la terra bruciata intorno al superlatitante, e tanto materiale probante potrà forse tornare utile in futuri procedimenti di confisca.

 

 

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