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UN’ISOLA E UNA SALINA MEDITERRANEA

PARTE SECONDA

di Alberto Barbata

Agli inizi del XIX secolo (1810) l’agostiniano scalzo Padre Benigno da Santa Caterina, storiografo, descrive nella sua opera, rimasta manoscritta, i vari scogli ed isolette intorno al porto.

Inizia dal Ronciglio ovvero Santa Margherita che dista 100 passi dalla spiaggia, già osservata e misurata da Francesco Negro nella sua opera. Il Ronciglio apparteneva al Duca di Castelmonte, don Francesco Saura., che l’aveva trasformata in salina. A ponente del porto, Padre Benigno colloca l’isola di Sant’Antonio ovvero il Lazzaretto che serviva per trascorrere il periodo di contumacia alle navi sospette.

Dopo la descrizione della Colombaia, il Benigno racconta la formazione geologica dell’Isola della Savorra, formata con i detriti ed i rifiuti gettati in mare dalle navi che arrivavano in porto. In essa Don Giuseppe Gianquinto nell’anno 1806 costruì una Salina con annessi magazzini e casina. Gianquinto fu l’ultimo barone trapanese, nominato espressamente dal sovrano Ferdinando III di Borbone. Gianquinto, in origine curatolo di salina, fa parte di quella nuova aristocrazia trapanese, nata sulle rovine dell’ancièn regime e comprerà in enfiteusi, insieme ai D’Ali e ai Vasile, tutte le saline del Principe di Paceco, don Luigi Sanseverino, ormai ridotto in disatrose condizioni economiche.

Infine il Padre Benigno dà notizie più accurate dell’Isola della Calcara, sulla quale è una torre ed una chiesa dedicata a Santo Alessio. < E perciò l’isola viene detta ancora di S.Alesi. Antonio di Alfonso Regio Cavaliere, ebbe concessa dal Re Ferdinando detto il Cattolico la facoltà di potere edificare una Salina nel mare di Trapani l’anno 1504 per la quale ebbe l’Isola della Calcara. Come ancora di poter costruire un Faro nel Porto della medesima Città, co’ dritti, che si pagavano agli altri del Regno.

Al presente si possiede detta Salina dalli Signori di Casa Ferro. Vi sono diverse Case attaccate alla Torre, ed alla Chiesa anzidetta; siccome varj Magazzini per uso del Salato, e del Barcareccio dell’antica Tonnara dell’Isola delle Gerbe, allorché si calava da’ Trapanesi.

Le torri sono necessarie alle saline, diverse ne furono costruite a difesa dei lavoratori del sale dagli attacchi improvvisi dei pirati saraceni o dei banditi.

Oltre due secoli dopo il Pugnatore, una citazione importante ci riporta alla nostra isola, alla Calcara.

Nella “Guida per gli stranieri in Trapani”, pubblicata nel 1825 da Giuseppe Maria Berardo XXVI di Ferro, storico dell’arte ed uno degli eruditi ed intellettuali più eminenti della città, a cavallo dei due secoli XVIII e XIX secolo, ritroviamo ancora una volta la “Calcara”. Il Di Ferro, alla cui famiglia  era appartenuta per secoli l’isola, parlando del porto di Trapani, sostiene che <nell’epoca di sua prosperazione, penetrando s’internava a guisa di un vasto canale sino al luogo, ove esiste al presente la salina del Barone Milo, cioè da un miglio circa più addentro dell’attuale suo sito> e poi sostiene < che i continui depositi di arena, e di pietra del torrente Xitta, ( così chiamato dalla voce saracena) ingombrarono, e fecero disparire quell’antichissimo porto. La parte che ne fu rispettata, ha bisogno dei nettamenti. Le barche vengono in certo modo impedite ad inoltrarvisi più avanti. Ci afferma lo storico Pugnatore, che quei discarichi abbiano financo formato dentro al suo seno le tre isolette appellate di S. Margherita, la Bassa, e la Calcara. Oggidì vi è anche la quarta, che porta il nome volgare d’isola della Savorra>.

Una conferma dei primi dell’ottocento, autorevole che certamente aiuta nella ricerca storiografica.

Archeologia dell’isola

Tuttavia l’origine dell’isola Calcara, secondo fonti archeologiche moderne, è molto più antica. Antonino Filippi e Marianna Tedesco Zammarano, due giovani archeologi, nel loro saggio  “Insediamenti neolitici lungo la valle del Baiata”, il torrente che attraversa la pianura di Paceco, danno notizie sull’isola della Calcara, dopo una ricerca sul campo, effettuata sicuramente nel periodo di maggiore abbandono della salina, poco prima della rinascita del sito attraverso l’azione rigeneratrice dei nuovi proprietari.

E’ bene rileggere quanto scrivono i due archeologi.

Il fiume Baiata , cosiddetto di Paceco ( l’antico Salso), va detto ora per inciso e per amore della precisione, è il corso d’acqua principale della pianura di Trapani o Paceco che dir si voglia, ed il Lenzi o fiume della Xitta o Chita ( anticamente il Dolce), come dice il Pugnatore, è invece suo affluente. L’isola appartiene oggi al territorio comunale di Paceco.

<L’isola della Calcara è situata a cinquecento metri a sud dalla foce del canale di Baiata, scrivono i due archeologi. L’isolotto di forma pressappoco ovale, ha una estensione di circa 10 ettari; lambito dal mare ad occidente è separato ad oriente dalla salina omonima da uno stretto canale imbutiforme ( il canale detto Cipolla) che si allarga verso sud.

Nell’isola, oggi abbandonata, affiorano i ruderi di magazzini e di una torre che, insieme ad una chiesetta dedicata a Santo Alessio ed oggi scomparsa, furono menzionate nel dizionario topografico dell’Amico alla metà del XVIII secolo.

La morfologia dell’isola è costituita da un tavolato calcarenitico, che soprattutto ad ovest è stato fortemente eroso dai venti dominanti e dalle mareggiate. Un sottile strato d’interro permane sul versante nord-orientale, soprattutto in prossimità dei magazzini.

In questa zona nella sezione del taglio prodotto dal canale, sono state trovate delle schegge di ossidiana lavorate.

Questo casuale rinvenimento, apparentemente di scarso interesse archeologico, per il modesto campionario qualitativo del materiale, apre a nostro avviso non poche prospettive sulla ricerca degli antichi approdi costieri nel trapanese.

Infatti l’isola nell’antichità costituiva in quest’area il primo punto di approdo per chi, provenendo dal mare, si trovava ad affrontare un litorale costituito essenzialmente da pantani e lagune prima che potesse giungere sulla terraferma.

Di conseguenza non è difficile immaginare come l’approdo della Calcara fosse stato utilizzato nella preistoria come punto d’incontro e di scambio tra le popolazioni che vivevano nell’entroterra trapanese e di commercianti che seguivano la rotta di cabotaggio lungo la costa siciliana.

In particolare il ritrovamento di ossidiana farebbe presupporre che fosse proprio la roccia vulcanica, tanto ricercata dalle popolazioni neolitiche, la merce di scambio più pregiata, che dalla Calcara si diffondeva poi in tutti gli insediamenti della valle del Baiata e nell’entroterra trapanese>.

I due archeologi si auguravano alla fine del loro saggio che le ricerche sulla valle del Baiata e nelle campagne di Paceco, non rimanessero soltanto di superficie ma fossero approfondite, ricevendo una particolare attenzione da parte degli enti preposti alla tutela delle zone d’interesse archeologico.

Certamente non erano a conoscenza delle ricerche, effettuate nella zona, dallo storico Carmelo Trasselli e da altri archeologi alla fine degli anni quaranta (Jole Bovio Marconi) e dei primi anni cinquanta del novecento.

Sosteneva lo storico Trasselli, che in quel tempo dirigeva l’Archivio di Stato di Trapani ed era molto attento alle dinamiche di natura economica del territorio, che il ritrovamento di ossidiana nella stazione preistorica di Paceco, in contrada Malummeri, era rivelatore degli interscambi economici nella preistoria della costa del trapanese con le isole, soprattutto con Pantelleria, isola d’origine vulcanica. Paceco, un luogo ricco di argilla, scambiava sicuramente, scriveva Trasselli, manufatti ceramici con le vicine isole ed il punto d’approdo preistorico era propria l’isola della Calcara, che ricade nel territorio del Comune.



 

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