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ALLA SICILIA OCCORRE UNA VERA «RIVOLUZIONE CULTURALE»

TROPPO SQUILIBRIO NORD SUD

di Fabrizio Fonte

È inutile che ci giriamo attorno, quello che occorre alla Sicilia (ed al «Mezzogiorno» in genere) è una vera e propria «rivoluzione culturale». Perché le problematiche legate alla scarsa crescita sociale ed economica, che la relegano nel fondo delle classifiche europee per la qualità della vita, sono spesso legate a delle logiche assistenziali che sono state scientificamente praticate, nel corso di decenni e decenni, da parte di spregiudicate e nefaste pseudo «classi dirigenti». Ovviamente per «rivoluzione culturale» non s’intende possedere una maggiore conoscenza nozionistica, ma piuttosto ambire ad avere una nuova modalità di approccio al futuro. Tuttavia il cambiamento, quello vero s’intende, comporta in sé una logica di gradualità e coinvolge obbligatoriamente pertanto gli aspetti generazionali. Le cicliche “rivoluzioni” d’impeto finiscono sempre, nel concreto, con un nulla di fatto. La storia da questo punto di vista è sempre stata impietosa. Se ci pensiamo bene, infatti, anche quando sembrava che ci fosse un barlume di cambiamento, le «classi dirigenti» siciliane hanno poi reso questa Terra schiava di una politica scarsa, che l’ha inchiodata sostanzialmente ad un sottosviluppo perenne. Ed è un misero atteggiamento auto-assolutorio affermare, per come è stato detto più volte, che la “colpa” è di Roma. La vera colpa è piuttosto delle «classi dirigenti» siciliane che non sono state all’altezza del compito. Prova ne sia che fino ad oggi è stato avvilente constatare, ad esempio, che le nostre «deputazioni» una volta sedute tra gli scranni parlamentari romani si sono costantemente svendute (o peggio ancora ci hanno svenduto) dinanzi alle prerogative provenienti dalle regioni del «Settentrione d’Italia». I risultati, oggi, sono sotto gli occhi di tutti ed è impossibile negare che, pur essendo sotto un’unica bandiera, le condizioni di sviluppo di quelle terre sono di ben altra portata. Anzi se proprio la dobbiamo dire tutta è il momento di prendere atto che ci troviamo sostanzialmente dinanzi a due Stati, con economie e strutture sociali radicalmente diverse e che, dunque, bisogna iniziare a pensare a due politiche economiche radicalmente diverse. È difficile ipotizzare, infatti, che la stessa soluzione vada bene per l’intero Paese. Prova ne sia che nelle scorse elezioni per il «Parlamento nazionale» si è manifestato, in tutta la sua drammaticità, di come il disagio socio-economico abbia influenzato pesantemente il voto. Dobbiamo, purtroppo, ammettere che esiste ancora una «questione meridionale» tragicamente irrisolta. Il voto ha, semplicemente, fotografato la situazione sociale, economica e politica del nostro Paese. Ed è interessante aver visto come la stragrande maggioranza delle «aree del Sud» dal grande disagio hanno «votato/protestato» largamente nella stessa modalità. Ovviamente la precedente è solo una semplice considerazione “sociologica”, ma se la «Politica» vuole operare bene negli interessi diffusi dei cittadini deve essere consapevole di come stanno realmente le cose. Ad oggi la nostra unica speranza si ripone nelle nuove generazioni che sono chiamate a guardare in maniera differente al futuro, riconoscendo tuttavia nel proprio passato anche momenti di una certa rilevanza. Ci sono state alcune esperienze veramente valide e positive di riscatto che, a partire da quella dei «Vespri», hanno dato il segnale di un’inversione di tendenza verso una Sicilia che poteva essere diversa. L’aspirazione è, dunque, quella di guardare al futuro con un discreto margine di ottimismo, perché, attraverso un’auspicabile valorizzazione della nostra Isola dettata anche, e soprattutto, dalla globalizzazione in essere, i giovani siciliani potranno finalmente sentirsi orgogliosi di appartenere ad una Terra che è stata, almeno per tremila anni, culla di civiltà nel Mediterraneo e chissà magari, vista la sua collocazione geo-politica, possa tornare a dire la sua in un nuovo contesto «euro-arabo-asiatico».

 

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