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Cose note e meno note,

fatti dimenticati e verità nascoste

di Michele Rallo

Nel marzo 1938 – si è visto[1] – l’Anschluss austriaco aveva prodotto una rimodulazione degli orientamenti diplomatici italiani. L’alleanza con la Germania era ormai divenuta ineluttabile.

Due mesi più tardi – il 3 maggio – Hitler giungeva a Roma per una lunga visita di Stato, che lo avrebbe portato anche a Napoli e a Firenze. Secondo la storiografia dominante, in quella occasione il Führer avrebbe “imposto” a Mussolini di varare anche in Italia una legislazione antisemita. Cosa non vera. Certo, Hitler non mancava di fare una qualche pressione in tal senso. Ma ciò avveniva – in quella come in precedenti occasioni – con lo «sfiorare l’argomento», e «senza travalicare gli usuali limiti della cortesia diplomatica».[2]

Questa volta, però, qualche cosa era cambiato nell’atteggiamento di Benito Mussolini. Il Duce non era certo un antisemita, e tuttavia aveva dovuto prendere atto che il cosiddetto “ebraismo internazionale” si era schierato acidamente contro l’Italia in tutte le controversie internazionali, non ultime la guerre d’Etiopia e di Spagna.[3] Cominciava a chiedersi, inoltre, perché mai avrebbe dovuto continuare a sostenere le ragioni del sionismo – alienandosi così le simpatie del mondo arabo – per essere poi ripagato con una aperta ostilità da parte dei settori più rappresentativi dell’ebraismo. Di ciò vi è traccia in una confidenza di Re Vittorio Emanuele III a Italo Balbo, riportata dall’allora direttore dell’Istituto LUCE, Nino D’Aroma: «Ora lo so, li vuole fuori [gli ebrei profughi dalla Germania] perché durante la guerra d’Africa – e qui non gli si può dar torto – si sono schierati in America, in Inghilterra, in Francia contro di noi con un’acredine da non dire. Lei lo conosce quanto me e meglio: Mussolini se l’è legata al dito… E poi è geloso – credo – che l’antisemitismo tedesco sia tanto piaciuto alle nazioni arabe del Levante mediterraneo.»[4]

Naturalmente, pur con tutto il comprensibile risentimento, Mussolini non verrà mai meno alla sua umanità, al buon cuore che lo contraddistingueva e di cui continuavano a dargli atto anche molti antifascisti. Si pensi – per fare un solo esempio – al caso di Tito Zaniboni (autore di un fallito attentato alla vita del Duce) che, dal confino, scriveva «all’Eccellenza Vostra più volte benedetta», ringraziando per il sostegno finanziario dato a sua figlia. Contrariamente a quanto paventava il Re, quindi, i profughi ebrei non verranno espulsi dall’Italia, neanche dopo l’approvazione delle leggi razziali.

 

IL MANIFESTO DEGLI SCIENZIATI RAZZISTI

Dunque, anche l’Italia si avviava a codificare una legislazione antisemita. In linea, peraltro – lo ricordavo in un precedente articolo – con le tendenze che, al tempo, caratterizzavano diversi paesi europei.[5] In verità, il primo provvedimento razzista era antecedente alla legislazione antisemita che sarebbe stata introdotta fra il settembre e il novembre del ’38. Era il Regio Decreto Legge del 19 aprile 1937, che proibiva agli italiani delle colonie di accedere al “madamato”. Questo era un istituto similgiuridico eritreo che permetteva di comprare dalla famiglia una giovane (sovente anche una bambina) con cui convivere more uxorio fino alla risoluzione del “contratto”.

Comunque, un anno dopo la legge sul madamato ma prima del varo delle cosiddette “leggi razziali”, un primo segnale di svolta razzista e antisemita (e le due cose non sono equivalenti) si aveva il 14 luglio 1938, quando sul quotidiano romano “Giornale d’Italia” compariva l’articolo «Il fascismo e la difesa della razza». Era una sorta di manifesto del razzismo italiano, privo però delle firme degli estensori. Firme che saranno rese note due settimane dopo, quando il Gran Consiglio del Fascismo recepirà quell’articolo con la denominazione di «Manifesto degli Scienziati Razzisti». I primi firmatari erano 10 noti docenti universitari; in un secondo tempo giungeranno le adesioni di altri nomi di rilievo, tra cui numerosi intellettuali. Alcuni tra questi, nel dopoguerra, faranno poi professione di antifascismo integrale.

Logicamente, il taglio del Manifesto era prevalentemente scientifico (quindi estraneo alla tradizione dell’antisemitismo cristiano) e tuttavia il nascente razzismo italiano non coincideva con il tedesco. Vero è che, dopo aver detto che «le razze umane esistono» (punto 1), si dichiarava che «il concetto di razza è un concetto puramente biologico» (punto 3). Ma è altresì vero che mancava totalmente l’affermazione della superiorità della propria razza, tipico del razzismo nazista: «Dire che esistono le razze umane non vuol dire a priori che esistono razze umane superiori o inferiori, ma soltanto che esistono razze umane differenti» (anche questo dal punto 1).

Altra peculiarità: il manifesto non parlava di una “razza ariana”, ma di una “razza italiana”, accomunata alle altre razze europee dalle comuni “origini ariane”: «L’origine degli Italiani attuali parte essenzialmente da elementi di quelle stesse razze che costituiscono e costituirono il tessuto perennemente vivo dell’Europa» (punto 4). E ancora: «Esiste ormai una pura “razza italiana”. Questo enunciato non è basato sulla confusione del concetto biologico di razza con il concetto storico-linguistico di popolo e di nazione, ma sulla purissima parentela di sangue che unisce gli Italiani di oggi alle generazioni che da millenni popolano l’Italia. Questa antica purezza di sangue è il più grande titolo di nobiltà della Nazione italiana» (punto 6).

L’influenza di certi aspetti del razzismo tedesco era evidente; e tuttavia – ripeto – si era ben lungi da un completo allineamento: «La questione del razzismo in Italia deve essere trattata da un punto di vista puramente biologico, senza intenzioni filosofiche o religiose. La concezione del razzismo in Italia deve essere essenzialmente italiana e l’indirizzo ariano-nordico. Questo non vuole dire, però, introdurre in Italia le teorie del razzismo tedesco come sono, o affermare che gli Italiani e gli Scandinavi sono la stessa cosa. Ma vuole soltanto additare agli Italiani un modello fisico e soprattutto psicologico di razza umana che, per i suoi caratteri puramente europei, si stacca completamente da tutte le razze extraeuropee…» (punto 7).

Fin qui, il manifesto non si distaccava dal comune sentire europeo del tempo. Il razzismo, inteso come differenziazione della razza bianca rispetto alle razze cosiddette “di colore”, era patrimonio comune della società occidentale di quell’epoca. A cominciare proprio dalle nazioni che con più convinzione si ispiravano agli ideali democratici. Gli inglesi difendevano con arroganza la loro supremazia sui popoli colonizzati: dal «fardello dell’uomo bianco» di Kipling, alle frasi sprezzanti di Churchill sui negri («babbuini»), sugli arabi («uomini senza valore»), sugli indiani («una bassa classe di servi»).[6] Quanto, agli Stati Uniti, aboliranno la loro legislazione razzista solo con il Civil Rights Act nel 1964, circa vent’anni dopo l’abrogazione delle leggi razziali italiane.

 

RAZZISMO E ANTISEMITISMO:                  NON LA STESSA COSA

La popolazione italiana dell’epoca – se vogliamo dirci la verità – non era meno razzista (o più razzista) delle popolazioni inglese o francese. Ma quel modo di pensare, in linea di massima, non considerava gli ebrei – bianchi come noi – alla stregua di appartenenti ad una razza diversa, ma soltanto ad una religione diversa. Gli ebrei laici o quelli convertiti al cristianesimo erano, da quella cultura, considerati italiani e basta. Era un modo di sentire certamente laico, ma che coincideva con il punto di vista della Chiesa, che definiva ebreo soltanto chi praticava la religione israelita. Il nazionalsocialismo tedesco, invece – come già detto – riteneva che si fosse ebrei per un fatto materiale, biologico, di sangue, di razza: la discendenza – cioè – dal ceppo semitico, lo stesso degli arabi, certamente diverso rispetto a quello indoeuropeo.

Tutto ciò premesso, si può certamente dire che il Manifesto non apportasse grandi fattori di novità, fin quasi alle ultime battute, quando perentoriamente affermava: «Gli ebrei non appartengono alla razza italiana. (…) Gli ebrei rappresentano l’unica popolazione che non si è mai assimilata in Italia perché essa è costituita da elementi razziali non europei, diversi in modo assoluto dagli elementi che hanno dato origine agli Italiani.» (punto 9). La forzatura appariva evidente, giacché nell’Europa occidentale (contrariamente a ciò che era avvenuto nell’Europa orientale) gli ebrei si erano perfettamente assimilati ed integrati, al punto da risultare indistinguibili dal resto della popolazione. Non soltanto, attraverso i secoli, avevano assunto l’aspetto esteriore delle popolazioni autoctone, ma ne avevano anche (ad eccezione di alcuni settori integralisti) acquisito la cultura.

Il Manifesto si chiudeva con l’appello a mantenere l’integrità dei caratteri identitari del popolo italiano: «I caratteri fisici e psicologici puramente europei degli Italiani non devono essere alterati in nessun modo» (punto 10).

Fin qui il Manifesto degli Scienziati Razzisti. Era, di fatto, la cornice della normativa antisemita che sarà varata nei mesi successivi.

 

INTANTO DE GASPERI…

La Chiesa era ufficialmente contraria al nuovo orientamento italiano. Papa Pio XI interveniva due volte sull’argomento, il 15 e il 28 luglio. Nel settembre successivo farà la famosa dichiarazione sulla inammissibilità dell’antisemitismo e sul fatto che i cristiani fossero «spiritualmente semiti». Ma, nonostante tutto, si aveva nettissima l’impressione che le critiche del Pontefice non riguardassero l’antisemitismo italiano, ma piuttosto la sua vicinanza all’antisemitismo tedesco.

Al di là di ciò che il Papa dichiarava ricevendo in udienza un gruppo o un altro di pellegrini, ad andare all’esterno era ciò che veniva poi ufficializzato dalla stampa vaticana. Cominciando dall’ufficiale “Osservatore Romano”, che si guardava bene dal citare la frase del Pontefice sul debito spirituale dei cristiani nei confronti degli ebrei.[7]

La stampa vaticana nel suo complesso sembrava essere tutt’altro che ostile alla leggi antisemite che, in quegli anni, erano varate in vari paesi europei. Il caso più noto era quello della rivista dei Gesuiti, “La Civiltà Cattolica”, in quel frangente protagonista di una energica difesa della “prima legge ebraica” varata dal parlamento di Budapest. Era il suo direttore, padre Mario Barbera, ancora a luglio, a salutare con soddisfazione l’introduzione in Ungheria del numerus clausus, cioè di quella norma che fissava un tetto alla presenza degli ebrei nei vari àmbiti dell’economia magiara.[8]

Concetti che, con un velo di diplomazia in più, erano già stati espressi, in maggio, sul prestigioso “L’Illustrazione Vaticana” a firma di un giornalista che si firmava “Spectator”. Spectator – si sapeva – era lo pseudonimo di Alcide De Gasperi, futuro Presidente del Consiglio italiano, considerato uno dei padri dell’unità europea. Adesso, in luglio, De Gasperi rincarava la dose, prendendo posizione in favore delle misure economiche adottate contro gli ebrei in Austria, all’indomani dell’Anschluss: «La liquidazione delle fortune ebraiche allarga le prospettive degli affari per gli altri, e i posti di avvocati e di medici rimasti vacanti aprono uno sfogo alle carriere.»[9]

Che dire? La materia – evidentemente – è assai più articolata e complessa di quanto gli storici della domenica vogliano far apparire.

 

N O T E

[1] Si veda: Preludio alle leggi razziali: l’Europa del 1938. // “La Risacca”, n. 71, marzo 2018.

2 Santi CORVAJA: Mussolini nella tana del lupo. [Gli incontri Mussolini-Hitler, 1934-1944] Dall’Oglio editore, Milano, 1982.

3 Si veda: Il fascismo e gli ebrei. // “La Risacca”, n. 70, febbraio 2018.

4 Santi CORVAJA: Mussolini nella tana del lupo. Cit.

5 AA.VV. Antisemitismo in Europa negli anni Trenta: legislazioni a confronto. A cura di Renata CAPELLI e Renata BROGGINI. Franco Angeli editore, Milano, 2001.

6 Fabio ANDRIOLA: Carteggio segreto Churchill-Mussolini. Sugarco edizioni, Milano, 2007.

7 David I. KERTZER: I Papi contro gli ebrei. Il ruolo del Vaticano nell’ascesa dell’antisemitismo moderno. RCS Libri, Milano, 2001.

8 Mario BARBERA: La questione dei giudei in Ungheria // “La Civiltà Cattolica”, 16 luglio 1938.

9 Alessandro GNOCCHI: Il De Gasperi sconosciuto: contro gli ebrei e per la razza // “Libero”, 28 apri


[1] Si veda: Preludio alle leggi razziali: l’Europa del 1938. // “La Risacca”, n. 71, marzo 2018.

[2] Santi CORVAJA: Mussolini nella tana del lupo. [Gli incontri Mussolini-Hitler, 1934-1944] Dall’Oglio editore, Milano, 1982.

[3] Si veda: Il fascismo e gli ebrei. // “La Risacca”, n. 70, febbraio 2018.

[4] Santi CORVAJA: Mussolini nella tana del lupo. Cit.

[5] AA.VV. Antisemitismo in Europa negli anni Trenta: legislazioni a confronto. A cura di Renata CAPELLI e Renata BROGGINI. Franco Angeli editore, Milano, 2001.

[6] Fabio ANDRIOLA: Carteggio segreto Churchill-Mussolini. Sugarco edizioni, Milano, 2007.

[7] David I KERTZER: I Papi contro gli ebrei. Il ruolo del Vaticano nell’ascesa dell’antisemitismo moderno. RCS Libri, Milano, 2001.

[8] Mario BARBERA: La questione dei giudei in Ungheria // “La Civiltà Cattolica”, 16 luglio 1938.

[9] Alessandro GNOCCHI: Il De Gasperi sconosciuto: contro gli ebrei e per la razza // “Libero”, 28 aprile 2005.

 

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