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di Tonino Perrera

Domenico Caracciolo, marchese di Villamarina, è stato uno dei più apprezzati, ancorché discusso, viceré di Sicilia.

Nacque il 2 ottobre 1715  a Malpartida de la Serena, in Spagna, dove suo padre Tommaso militava nell’esercito al servizio di Filippo V. Compì gli studi a Napoli dove si avviò alla carriera in magistratura, nella quale ricoprì l’incarico di giudice della Gran Corte della Vicaria. Non soddisfatto delle prospettive di questa carriera, si rivolse all’attività diplomatica, incoraggiato e sostenuto da Bernardo Tanucci, uomo di fiducia di Carlo III di Borbone (il Tanucci fu Ministro della Giustizia, poi degli Affari Esteri, infine Primo Ministro).

La sua carriera diplomatica ebbe inizio con incarichi negli anni 1752 e 1753 a Napoli, proseguì a Torino come inviato straordinario dal 1754 al 1764,  poi dal 1764 al 1770 a Londra, dove intrattenne rapporti di stretta amicizia con Vittorio Alfieri che lo definì “uomo di alto sagace e faceto ingegno”.

Successivamente, dal 1771 al 1781, fu a Parigi dove frequentò gli ambienti più avanzati dell’ illuminismo francese. Dopo essere stato apprezzato per le sue doti durante diversi decenni, Ferdinando III di Borbone nel 1781 lo nominò viceré di Sicilia e questo suo incarico  nell’isola durò per due mandati, fino al 1786, durante i quali portò avanti il compito che gli era stato affidato. E così il Caracciolo iniziò con l’assicurarsi il controllo dell’amministrazione statale, evitando l’interferenza dei baroni e la corruzione dei funzionari; avocò a sé il monopolio della censura (già prerogativa del presidente della Gran Corte Criminale); ottenne che si estendesse alla Sicilia la prammatica”de culpis et defectibus” contro ogni malversazione nei confronti dell’erario;  rafforzò i poteri del Governo e della polizia contrastando lo strapotere dei baroni, costruì strade e abbellì Palermo, soppresse feste e ordini religiosi, vietò ai baroni di concedere dietro compenso l’esercizio della giustizia e di interferire nella elezione dei giudici, impose di chiudere i cosiddetti “dammusi”, che erano orribili prigioni dove i feudatari rinchiudevano i loro sottoposti.

Insomma, il Caracciolo ebbe il coraggio di affrontare frontalmente la nobiltà siciliana e tentò anche di trasformare il Parlamento in un moderno Congresso, ma quest’ultimo tentativo di innovazione fece insorgere la parte più conservatrice della nobiltà siciliana e cominciò una lotta senza quartiere contro di lui.

Durante il suo viceregno si verificarono diverse calamità: nel 1783 ci fu il terremoto di Messina e l’anno successivo si verificò la carestia; poi fallirono il Banco Pubblico e il Monte di Pietà e molte persone finirono in rovina.

Malgrado la guerra dichiaratagli dai ceti nobili, il popolo non fu mai contro il Caracciolo, e ciò per una serie di azioni gradite alla classe borghese e ai meno abbienti: dispose che i contadini non fossero più trattati come i servi della gleba,; abolì il Sant’Uffizio, scatenando le ire del clero e dei baroni; mise a disposizione alcune navi da guerra per scortare le navi mercantili minacciate dai corsari barbareschi; tassò le carrozze dei benestanti; fondò il mercato della Vucciria; propose di riformare il sistema fiscale isolano, basandolo su un moderno catasto immobiliare, ma questa sua proposta fu bocciata dal Consiglio di Stato (sicuramente per le pressioni che pervennero a Re Ferdinando di Borbone).

E’ con il viceregno di Caracciolo che il baronaggio perse il monopolio del potere in Sicilia.

Riteniamo illuminante riportare il giudizio espresso sul Caracciolo dallo storico Francesco Renda: “ «Cosa fa degno di fama Domenico Caracciolo?

A nostro giudizio, la volontà di realizzare una grande impresa, da lui definita l’epopea della resurrezione siciliana, per creare le basi necessarie allo sviluppo delle arti, dell’agricoltura, della industria, del commercio e della cultura generale del Regno di Sicilia. Tutta la storia del viceregno di Caracciolo è concentrata nella realizzazione di quella impresa, formalizzata in proposta di catastazione generale del territorio isolano e di trasformazione della imposta personale in imposta sulla terra, che avrebbe fatto pagare solo chi ne aveva il possesso. Caracciolo aveva una cultura europea. Prese perciò a modello il catasto già realizzato in Lombardia, in modo che nella sua esecuzione si adottasse lo stesso metodo e si ottenessero i medesimi risultati della Lombardia. Ed era quel metodo, il Sud che agiva alla stessa maniera del Nord, la vera novità rivoluzionaria, cui i baroni siciliani opposero un accanito rifiuto. Fu chimera o utopia quello che Caracciolo avrebbe voluto attuare?».

 

Riproduciamo una lettera da Palermo del 10 settembre 1785, a firma del Vicerè Domenico Caracciolo Marchese di Villamarina, contenente l’ordine di “tenersi pronta la Milizia Urbana per il sospetto di qualche invasione dei barbareschi”.

La lettera porta impresso lo stemma reale di Ferdinando III di Borbone.

 

 

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