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Viaggio in treno: Trapani-Palermo 9 ore

…e oggi?…

di Diego Bulgarella

Due palme guarnivano la piazza antistante la stazione ferroviaria, facendo bella mostra davanti al fabbricato ancora in costruzione, i cui lineamenti erano molto essenziali e circondavano lo scalo, sul quale aveva termine l’unica linea ferrata che conduceva a Palermo, passando per una miriade di paesini. Le piante erano rimaste quale retaggio del piccolo spiazzo alberato che precedentemente veniva attraversato dallo stradone, ancora sterrato, che collegava la marina col mare di tramontana.

Attraversarono lo spazio antistante, dove sostavano due carrozze da noleggio, in attesa di qualche occasionale cliente che poteva arrivare dalla provincia o anche da più lontano. Da poco era sorto quel presidio, che rappresentava una ventata di modernità e che alleviava i disagi dei collegamenti con la capitale dell’isola che, altrimenti, si sarebbero dovuti ancora tenere con i sistemi tradizionali: diligenze a cavallo, carri, calessi.

Il convoglio, fermo sul terminale dell’unico binario, era formato dalla locomotiva, rigorosamente a vapore, da tre carrozze, una per ciascuna classe di pertinenza, da un paio di carri bestiame e da un altro, scoperto, pieno di sale.

La motrice nera faceva le manovre preliminari di macchina prima della partenza, sbuffando ad intermittenza ed inondando con un vapore diffuso l’aria mattutina che si miscelava con la nuvola nera fuoriuscita dal fumaiolo. Un inconfondibile olezzo di carbone invadeva l’intero ambiente circostante, provocando un evidente fastidio alle persone in attesa.

Fecero appena in tempo a salire sulla vettura di 3^ classe e a prender posto nello scompartimento che era stato loro assegnato. Sedettero e rimasero in silenzio, per camuffare l’emozione del primo viaggio con quel trabiccolo, frutto dell’ingegneria moderna, ma i sedili nuovissimi, e comunque di legno, non promettevano nulla di buono, considerato che la tratta Trapani-Palermo (via Castelvetrano: km 190) durava “almeno” nove ore, salvo complicazioni.

Un triplice prolungato fischio della locomotiva, preceduto da un apposito segnale del capo-stazione, dette l’avviso della partenza. Le persone in attesa si scostarono ed il convoglio, avvolto in una nuvola densa, accennò a muoversi lentamente: i passeggeri, affacciati dai finestrini, sporgevano il braccio con vistosi fazzoletti per salutare parenti ed amici, ricambiati da questi ultimi che agitavano a loro volta la mano, salutando, sino a quando poterono vedere i loro cari (qualcuno con la lacrimuccia che scendeva sul viso).

Poi, al girare del treno verso la direzione di Paceco, tutto ebbe termine ed ognuno interruppe il proprio gesticolare, per ritornare lentamente sui propri passi.

I suoceri della ragazza presero posto sui sedili ubicati nella direzione del movimento del treno, mentre essa, di fronte a loro, poggiò il capo sul fianco, a contatto con il vetro del finestrino, che fu richiuso subito per evitare di far entrare fumo e di inondare lo scompartimento. Era rimasta con gli occhi aperti a fissare il vuoto, benché la stanchezza la induceva a socchiuderli, per far posto ad un sonno ristoratore del quale aveva tanta, tanta necessità. Ma il paesaggio che le si presentò, con veloci immagini a ritroso, mise in lei molto interesse, suscitando sensazioni nuove.

I filari degli ulivi, prima, e dei vigneti, dopo, si mostravano e subito svanivano: pian piano, i fotogrammi di quella campagna così aperta e così smisuratamente estesa, che mai aveva avuto occasione di potere osservare così come si mostrava in quel momento, si ripetevano, interrompendosi ogni tanto, al passaggio di qualche palo o di grossi arbusti, cagionandole pensieri e ricordi lontani, che si alternavano anche con l’andatura del treno.

In quel momento, in salita verso una piccola altura, la locomotiva arrancava con gran fatica e, alla ragazza, sembrò di percepire il suo gemito ripetitivo: “unni pozzu cchiù…unni pozzu cchiù…unni pozzu cchiù(non ne posso più), dettato all’unisono del lento avanzare, finché, passato il culmine dell’ascesa, il convoglio riprese lentamente velocità e a lei parve che volesse proclamare la sua esultanza: “ …ti cci portu…ti cci portu…ti cci portu…”(ti ci porto), facendole giungere quelle parole sempre più rapidamente, con l’aumentare dell’andatura, fino alla prima fermata nella piccola stazione di Paceco, dove nessun passeggero discese, ma dove, di contro, ben due persone salirono. Poi, il solito fischio del capo-stazione e, come risposta, quello triplice della locomotiva, in mezzo ad una nuvola di fumo, fecero proseguire il convoglio nel suo faticoso cammino.

Quando il sonno sembrò calare irrimediabilmente sulla ragazza, ma anche sui suoi angeli custodi, una galleria oscurò improvvisamente l’abitacolo e, quasi come reazione, fece riaprire di soprassalto gli occhi alla ragazza. Il buio inaspettato le mise angoscia e smarrimento; cercò inavvertitamente, con la mano, di stringere qualcosa, qualunque cosa, ma non trovò nulla. che potesse darle un segno di conforto.

La fine della galleria fu annunziata da un sobbalzo della vettura e da una luce abbagliante che la colse impreparata, tanto che dovette proteggere gli occhi con entrambe le mani. I suoi dirimpettai di viaggio non si accorsero di nulla; un russare, alquanto pronunciato, mostrava che i due avevano preso il cammino verso tutt’altra direzione, probabilmente verso una falegnameria….

Molte ore più tardi, dopo avere sostato brevemente per una ventina di fermate, esausti e madidi di sudore, arrivarono alla stazione di Palermo alle diciotto: era ancora giorno e un gran movimento, di persone in attesa e di facchini che conducevano carriole a due ruote, accolse i nostri eroi, che si sentirono viepiù frastornati da cotanto trambusto.

Salirono su una piccola carrozza scoperta dove lo gnuri, in attesa dei clienti da un bel po’, ostentò tutta la sua dimestichezza con uno schiocco dimostrativo di zotta alla povera giumenta, ancora sonnolente, che prese subito il “volo”, intuendo l’antifona.

Durante il tragitto rimasero abbagliati dal gran traffico di persone, carrozze, calessi, diligenze, che, in quell’ora, affollavano la Via Lincoln, sino al mare, dove la bellissima Villa Giulia fece da cornice al loro osservare, lasciandoli estasiati da tanto spettacolo. Poi, lungo la via del mare, il traffico andò diradandosi sino al Foro Italico e quindi al porto.


 

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