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Nell’attesa delle prossime elezioni amministrative e di un “vero” sindaco che faccia uscire questa città capoluogo dal buio e dalla tristezza in cui riversa ormai da troppo tempo, in questi giorni, anche se in sordina, si dibatte sul referendum istitutivo del comune di Misiliscemi.

Un dibattito, fin qui, ispirato ai soli principi di potere economico e mantenimento o rafforzamento dei poteri strettamente politici e clientelari.

Ma entriamo nel dibattito.

I sostenitori del NO si giustificano sulla base di un potenziale aumento delle imposizioni locali, per il comune capoluogo, se dovesse perdere una porzione, anche se piccola, della sua popolazione. Si sostiene, inoltre, che oggi si mira alle aggregazioni e non alle scissioni.

Da parte dei sostenitori dei SI, di contro, si sostiene che fino ad oggi questa popolazione periferica ha dato il proprio contributo alla società ma è stata ignorata e bistrattata dalla “Città”. Inoltre, i due potenziali comuni non sono legati geograficamente perché separati dall’intermedio territorio del comune di Paceco.

La verità, come sempre, forse sta nel mezzo delle due opinioni.

Ancora, a osteggiare la costituzione di un nuovo comune sono gli ideatori della “Grande città” che vorrebbe allargare il proprio territorio fino ad inglobare il comune di Erice.

Tutto questo è oggetto di dibattito “politico” e anche economico che però nulla ha a che fare con quello storico e culturale.

I fautori della Grande città dimenticano che Erice non ha mai guardato verso Trapani e, anzi, fa parte dell’Unione dei Comuni Elimo Ericini assieme a Buseto  Palizzolo, Custonaci, Paceco, San Vito Lo Capo e Valderice. Territori accomunati dalle origini storiche che li farebbero risalire, secondo alcuni, all’epoca della distruzione di Troia e all’approdo di diversi superstiti troiani sulle sponde del Monte San Giuliano.

Inoltre, “l’Unione dei Comuni Elimo Ericini”, con la recente adesione di Valderice, nel prossimo futuro, avrà un unico ufficio che si occuperà della riscossione dei tributi dei sei comuni che compongono l’Unione, attuando i principi efficienza, efficacia ed economicità.

Vale la pena ricordare – sostiene un comunicato valdericino- che l’Unione gestisce già in forma consortile il SUAP e l’ufficio paghe”.

In poche parole, un netto distacco politico, economico e sociale dal comune capoluogo.

Ma nemmeno Misiliscemi si riconoscerebbe, culturalmente, in Trapani perché di origine arabe il cui termine “Masil Escemmu” vuol dire “Torrente ove scorre l’acqua elevato”. Fanno parte di essa, come detto, Fontanasalsa, Guarrato, Rilievo, Locogrande, Marausa, Palma, Salinagrande e Pietretegliate.

In pratica, due culture – che diventano tre se si considerano il comune di Trapani, l’Unione Elimi e adesso Misiliscemi – storiche dalle origini diverse (anche se remote) che giustificano la loro posizione, diametralmente opposta, e le loro scelte socio culturali.

Fin qui nulla da eccepire.

Il discorso politico va rivolto, invece, alla necessità di salvaguardare la città capoluogo da un potenziale depauperamento e isolamento.

E questo è possibile solo con un pizzico di realismo e buona volontà da parte di tutti.

Ci spieghiamo meglio.

Trapani ed Erice Casa Santa sono ormai, da anni, un tutt’uno indivisibile dal punto di vista urbanistico e sociale.

E’ inconcepibile ritrovarsi in una strada dove, da un lato esiste una numerazione civica e un codice postale, dall’altro lato della medesima strada, un’altra numerazione e un diverso codice postale.

E allora, logica vorrebbe che Erice Casa Santa fosse aggregata alla città di Trapani con la quale, per altro, si trova, di fatto, già congiunta.

Per fare questo occorrono le volontà delle due cittadine.

Ora, il vero problema non è il comune di Misiliscemi che verrebbe affidato alla sua volontà, ove prevalessero i Si, ma il comune di Erice che verrebbe, ipoteticamente, privato della sua città pedemontana.

E allora, la soluzione ideale sarebbe quella che, superando la realtà, si consentisse la creazione specifica di un Comune della Vetta, storicamente riconosciuto e conosciuto da tutti.

A tal proposito, va ricordato che in Italia, una recente legge prevede misure concrete per lo sviluppo economico di tanti piccoli Comuni italiani in chiave sostenibile e per contrastarne lo spopolamento.

Piccoli Comuni sono definiti tutti quelli al di sotto dei cinquemila abitanti: in Italia, ricorda l’Anci, sono 5.591 e rappresentano il 69,9% dei Comuni italiani. Occupano il 54% del territorio nazionale e sono il luogo in cui vivono 11 milioni di persone.

“La legge viene approvata nell’Anno dei Borghi – ha sostenuto il ministro dei Beni e delle attività culturali e del turismo - a conferma della completa sintonia tra le scelte del Governo e le volontà del Parlamento che su un tema così strategico si è unito al di là delle appartenenze e politiche. È un fatto molto importante che dimostra che questa legge rappresenta una grande opportunità per il rilancio e lo sviluppo dei piccoli Comuni, dei borghi e di interi territori che rappresentano il cuore e l’anima della nostra identità“.

Chissà se il progetto potrebbe essere accettato e condiviso anche dalle nostre parti.

 

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