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L’esito elettorale del 4 marzo, imprevisto per i sondaggisti, ma prevedibile per l’aria che circolava tra la gente, ha una sola chiave di lettura: il livello di ostilità raggiunto dall’opinione pubblica contro il sistema dei partiti, più o meno “liquidi”, ma ben saldi nelle strutture di potere dello Stato. Ostilità, vissuta nel quotidiano travaglio di cittadini indifesi, a inseguire nei gangli della burocrazia tasse e bollette, pesanti oneri fiscali sulle proprie attività, oltre che la inefficienza dei servizi pubblici. Più generalizzata, e grave, è stata poi la percezione della insicurezza, domestica e comunitaria (non solo per la presenza degli immigrati); e angosciosa la mancanza del lavoro per i giovani. Situazione, questa, in cui si è trovato coinvolto lo stesso equilibrio delle famiglie.

Il forte disagio, umano e civile, degli Italiani è così esploso in tutta evidenza, contro le formali proposizioni di fiducia del cauto Gentiloni, travolgendo persino chi, nel Governo, come Franceschini e Minniti, aveva pure mostrato di gestire bene il proprio Ministero.

Si spiega, in questo modo, perché gli elettori non abbiano tenuto in nessun conto le polemiche interne dei grillini; né le stesse controverse vicende dell’amministrazione romana.

Chi ha preparato una legge elettorale, come il pasticciato Rosatellum, per governare l’ingovernabilità con “l’inciucio” contro i “populisti” di Lega e Cinque Stelle, ha dovuto subire una doppia sconfitta: Renzi e Berlusconi, al 33 per cento, di fronte a Lega e Cinque Stelle, al 52 per cento.

Il giudizio sull’esito delle elezioni ha un capolinea: il crollo del Partito Democratico. Ce lo spiegano ragioni molteplici, di sistema politico e sociale, oltre che quelle riconducibili alla gestione renziana del partito.

Di fronte ad una realtà sociale sconvolta nei suoi parametri di ordine legalitario, diritto al lavoro, eguaglianza e solidarietà, il Partito Democratico, che nel ventennio trascorso ha pure esercitato ruoli primari, diretti o indiretti, di Governo, è apparso agli elettori elemento organico del sistema da cui doversi sottrarre, almeno in questa occasione.

La Sinistra, come organizzazione “di classe”, aveva esaurito la sua funzione già con la fine del movimento contadino e delle lotte operaie (anticapitalistiche) del secondo dopoguerra. Gli stessi fondamenti valoriali di giustizia e solidarietà sociale, che le erano rimasti, si sono via via depotenziati nel duro confronto con un capitalismo pervasivo di matrice finanziaria, ancorato alla stessa Comunità europea. Chi ne ha subìto le conseguenze è stato il ceto medio, cardine del sistema sociale al Sud e al Nord d’Italia; mentre è aumentata la fascia di povertà della popolazione. La sensazione di una deriva economica si è accompagnata al progressivo distacco tra il paese legale e il paese reale, non certo compensato dal crescente sistema clientelare dei gruppi dirigenti.

Mancata la partecipazione “dal basso” dei cittadini alla vita politica, e aumentato il personalismo, si sono cumulati ai danni della crisi economica quelli della crisi morale, per la crescente corruzione denunciata nella vita pubblica. L’approdo in Cinque Stelle e nella Lega era, perciò, inevitabile per gli elettori rimasti estranei ai giochi di potere (a destra e a sinistra) degli ultimi anni.

La speranza in un celere ribaltamento della politica, con i promessi provvedimenti per il buon Governo del Paese, resta sempre negli auspici, meno nella fiducia, avendo sperimentato le “discese in campo” degli anni passati. Si vedrà, comunque, se i fervidi messaggi politici che hanno spinto Lega e Cinque Stelle al loro successo elettorale, potranno reggere al gravoso compito del confronto coi “poteri forti” del Paese, i quali si sono affrettati a dichiarare la loro benevolenza nei confronti dei vincitori. “Li imbriglieranno”?, direbbe il Gattopardo.

Salvatore Costanza

 

 

 

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