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L’antisemitismo europeo,

il Reichskonkordat,  l’Anschluss …

di Michele Rallo

In Italia – si è visto[1] – non v’era stata traccia di antisemitismo fino al 1938. In quell’anno avveniva la svolta, concretizzatasi con le cosiddette “leggi razziali”.

Come mai avvenne ciò? A parere dei più, si trattò semplicemente di un prezzo pagato all’alleanza con la Germania, che oramai si profilava sempre più nettamente. Molti affermano anche che Mussolini non aveva sbagliato nulla fino a quel momento, e che invece proprio dal 1938 cominciò a legarsi più strettamente a Hitler, iniziando con le leggi razziali un percorso che lo avrebbe portato poi alla guerra e alla sconfitta. Sono tutte affermazioni che contengono una parte di verità, ma che non tengono conto del quadro internazionale in cui quegli eventi – le leggi razziali, l’alleanza con la Germania, la guerra – vennero a maturare.

Il perno su cui ruotava tutto era l’Austria, un tempo grande impero mitteleuropeo e adesso – privata del retroterra imperiale – piccola nazione di etnia tedesca che aspirava solamente a ricongiungersi alla madrepatria germanica. L’Italia aveva sempre sostenuto i nazionalisti austriaci (Dollfuss, Starhemberg, Schuschnigg) contro le mene dei pangermanisti, e aveva anche messo a punto un’alleanza tripartita che includeva pure l’Ungheria di Gömbös (Protocolli di Roma del marzo 1934).

L’obiettivo della nostra diplomazia, infatti, era quello di rafforzare l’influenza italiana sull’area danubiano-balcanica, fino a creare una vera e propria egemonia. Egemonia che – sia detto per inciso – avrebbe anche posto un argine alla spinta tedesca verso sud-est. Ma i nostri disegni facevano ombra alle aspirazioni della Francia, che aspirava anch’essa ad un ruolo egemone nell’Europa Orientale.

L’ANTISEMITISMO TEDESCO E LA CHIESA CATTOLICA

Ma, torniamo all’antisemitismo. Innanzitutto c’è da tenere presente che nell’Europa degli anni ’30 vi era una diffusa diffidenza, se non proprio una ostilità verso gli ebrei. Legislazioni speciali antisemite esistevano o erano in itinere in numerosi paesi europei. Si veda, al riguardo, un illuminante volume collettaneo –  “Antisemitismo in Europa negli anni Trenta: legislazioni a confronto” – con capitoli dedicati a Polonia, Ungheria, Slovacchia, Bulgaria, Romania, Croazia, Francia di Vichy e, perfino, alla insospettabile Svizzera.[2]

Ma – si faccia attenzione – tutti questi antisemitismi “minori” avevano per oggetto i seguaci della religione israelita, non gli appartenenti ad una “razza ebraica”. Si muovevano, quindi, nell’alveo di quella cultura cristiana che avversava i seguaci di una religione considerata nemica. Per quella cultura, quando un ebreo si allontanava dalla sua religione o, meglio, se si convertiva alla cristiana, non veniva più considerato ebreo.

Questa era stata – fino al 1933 – la connotazione dell’antisemitismo europeo. Ed era proprio per questo che regimi essenzialmente laici, come quello fascista italiano, ne erano rimasti immuni. Ma nel gennaio 1933 – per l’appunto – saliva al potere in Germania un partito politico, il nazionalsocialista, che era alfiere di un antisemitismo di tipo nuovo. Per i nazisti, infatti, gli ebrei non erano i seguaci di una religione, ma gli appartenenti ad una razza a parte. Si era ebrei, quindi, perché figli o discendenti di ebrei, anche se si era interrotto il legame religioso, culturale, d’ambiente con la comunità ebraica. Sul tronco di un antisemitismo religioso, spirituale (diciamo così, “di destra”) era dunque innestato un antisemitismo etnico, materialistico (diciamo così, “di sinistra”) che veniva a sovvertire gli antichi parametri della tradizione cristiana.

Tutto ciò non impediva che nel luglio 1933, sei mesi dopo l’ascesa di Hitler, la Santa Sede (Pio XI regnante, Eugenio Pacelli segretario di Stato) stipulasse con la Germania un Concordato che andava a regolare i rapporti fra lo Stato tedesco, il Vaticano e le locali gerarchie cattoliche. Evidentemente, il nuovo antisemitismo hitleriano non era stato considerato ostativo allo stabilimento di buoni rapporti diplomatici.

D’altro canto, l’andamento dei rapporti vaticano-tedeschi è stato certamente assai più complesso e articolato di quanto lasci intendere l’odierna vulgata, secondo la quale tra il nazionalsocialismo “pagano” ed il cattolicesimo v’era da sempre un’assoluta incompatibilità. Le cose, in realtà, non stavano in questi termini. Innanzitutto, il preteso neo-paganesimo che avrebbe caratterizzato la dottrina nazista era un fenomeno assolutamente marginale, limitato ad alcuni circoli intellettuali di scarsa rilevanza.

Al contrario, in materia confessionale il partito nazionalsocialista si rifaceva esplicitamente alla religione cristiana, come sancito dal punto 24 del programma del NSDAP: «Noi chiediamo la libertà di tutte le confessioni religiose nello Stato, ove non mettano in pericolo la sua esistenza o non urtino i sentimenti di moralità della razza germanica. Il partito come tale sostiene l’orientamento di un cristianesimo positivo, senza essere vincolato confessionalmente ad una determinata religione…»[3] Ove la dizione “cristianesimo positivo” – come più volte ribadito dallo stesso Hitler – stava ad indicare l’insieme delle due grandi confessioni cristiane praticate in Germania, e cioè la cattolica e la protestante-luterana.

Il contrasto sull’antisemitismo si inseriva, dunque, in un contesto certamente guardingo, critico, non amichevole, ma comunque non di contrapposizione frontale. Quando precipitavano (senza tuttavia interrompersi) i rapporti fra la Santa Sede e Berlino? Non quando i cattolici scoprivano che quello nazista era un antisemitismo particolarmente crudele, ma quando Hitler – diventato il padrone assoluto della Germania – intaccava l’articolo 31 del Reichskonkordat, quello che garantiva l’autonomia delle organizzazioni giovanili cattoliche. Era questo fattore, e non l’antisemitismo, a determinare prima la protesta dei vescovi cattolici e poi, nel marzo 1937, l’emanazione dell’Enciclica “Mit brennender Sorge”, che condannava esplicitamente l’ideologia nazista.

Ma – a sommesso parere del sottoscritto – la preoccupazione di fondo che aveva spinto Pio XI ad un passo così radicale, era un’altra, era la preoccupazione principale che attanagliava la Chiesa Cattolica dopo i grandi scismi ortodosso e protestante: quella, cioè, di altre scissioni, di altre rotture traumatiche all’interno dello stesso mondo cattolico. Ciò che il Vaticano temeva sopra ogni cosa era che, sull’onda dei successi della politica economica hitleriana, potesse nascere in Germania una Chiesa Cattolica “nazionale” [per intenderci: come quella che oggi c’è in Cina].

Era, quello, uno scenario che si faceva via via più incombente e che nel 1938 – alla vigilia delle leggi razziali italiane – riceveva un’ulteriore conferma dopo l’Anschluss austriaco. Nella cattolicissima Austria, infatti, l’episcopato si era schierato con entusiasmo sotto le bandiere del nazionalsocialismo, come veniva ribadito in una solenne dichiarazione dei Vescovi austriaci: «Riconosciamo con gioia quanto il movimento nazionalsocialista, nel campo del progresso civile ed economico, oltre che della politica sociale, ha fatto per il Reich tedesco e il suo popolo, e in particolare per le classi più povere. Siamo parimenti convinti che, grazie all’azione del movimento nazionalsocialista, il pericolo del bolscevi­smo ateo e distruttore sarà definitivamente debellato. I Vescovi [austriaci] so­stengono questa azione con la loro benedizione ed esortano i credenti a perseverare in questo senso.»[4] Erano parole che, soltanto otto mesi dopo la “Mit brennender Sorge”, sembravano quasi una sconfessione dell’Enciclica di Pio XI. Parole che, in ogni caso, suonavano come un forte campanello d’allarme per il Vaticano: nel mondo germanico, anche nelle roccaforti cattoliche del mondo germanico, crescevano ulteriormente i consensi e gli entusiasmi per la causa nazionalsocialista, con implicazioni di carattere confessionale difficilmente valutabili.

L’ANSCHLUSS E L’ITALIA

E non solamente per la politica vaticana l’Anschluss aveva un ruolo fondamentale, ma anche per le scelte dell’Italia, ivi comprese quelle relative alla questione ebraica. Preliminarmente, però, bisogna almeno accennare al come e al perché si giunse all’Anschluss.

La politica estera di Mussolini, lungi dal perorare un “blocco ideologico” con la Germania, aveva sempre teso alla creazione di un direttorio delle “grandi potenze europee” (Italia, Inghilterra, Francia e Germania) che assicurasse un ordinato procedere della politica continentale, oltre che un ruolo di riguardo per l’Italia. Aveva anche ottenuto un primo risultato, con la firma, nel giugno 1933, del “Patto a Quattro” da parte – appunto – delle quattro grandi potenze. Ma Londra e Parigi si erano poi tirate indietro. E non solo, ma avevano anche avversato energicamente ogni tentativo dell’Italia di estendere la sua influenza nell’Europa Orientale (la Francia), nel bacino del Mediterraneo (l’Inghilterra) e in Africa (Francia e Inghilterra).

Nonostante tutto, Mussolini aveva continuato a ricercare una politica di equilibrio. In particolare nell’area danubiana (per noi strategica), dove si era opposto – da solo – al progetto tedesco di annettere l’Austria. Nel marzo 1934 – si è già detto – era sorta l’alleanza italo-austro-magiara dei Protocolli di Roma. E quando a Vienna – quattro mesi più tardi – i nazisti austriaci avevano tentato un colpo-di-Stato e assassinato il cancelliere Dollfuss, il Duce aveva inviato quattro Divisioni al confine del Brennero, riuscendo per il momento ad evitare l’Anschluss.

Londra e Parigi non avevano mosso un dito in quella occasione. E così continueranno a fare negli anni seguenti, lasciando l’Italia a difendere da sola l’indipendenza dell’Austria. Non solo. Ma contro l’Italia avevano orchestrato una indegna gazzarra internazionale quando il governo fascista, volendo ottenere l’equivalente di una minima parte degli imperi coloniali di Inghilterra e Francia, aveva intrapreso la guerra d’Etiopia. Erano seguite le sanzioni, decretate contro di noi dalla Società delle Nazioni; sanzioni cui la Germania non si era associata.

Nonostante ciò, Mussolini aveva continuato testardamente a giocare la carta di una posizione terza fra Terzo Reich e occidentali, oltre che a difendere l’indipendenza dell’Austria. Ma la popolazione austriaca si mostrava ogni giorno di più propensa all’unione con la Germania (un’altra verità taciuta negli show storico-mondani), mentre Francia e Inghilterra continuavano a tenersi mille miglia lontane dalle vicende di Vienna. Londra e Parigi, chiaramente, speravano che Italia e Germania si facessero la guerra per l’Austria. Ma Mussolini non cadeva nella trappola. «Che cosa dovremmo fare? – annotava Ciano nel febbraio del ’38 – Una guerra alla Germania? Al­la prima nostra fucilata tutti gli austriaci, tutti senza eccezione, si schiererebbero con i tedeschi contro di noi.»[5]

Nulla di nuovo sotto il sole: mezzo secolo prima i nostri cari amici “occidentali” avevano osteggiato l’Italia in tutti i modi, costringendoci a cercare l’alleanza delle potenze “centrali”: era nata così la Triplice Alleanza, stipulata da Italia, Germania e Austria nel 1882.[6]

La verità è che l’Italia (l’Italia liberale o l’Italia fascista, poco importa) era sempre stata osteggiata da Inghilterra e Francia. Ecco perché, alla fine, i governi di Roma – nel Novecento come nell’Ottocento – erano stati costretti a ricercare l’alleanza con la Germania.

Ritornando allo scenario del 1938: ecco come si giunse all’Anschluss. Ed ecco perché – contrariamente a quanto aveva fatto nel 1934 – questa volta l’Italia non si oppose: per evitare una guerra con la Germania; una guerra che ci avrebbe visto soccombenti, mentre Inghilterra e Francia sarebbero rimaste a guardare, compiaciute. Così come erano rimaste a guardare l’agonìa dell’indipendenza austriaca.

L’Anschluss, comunque, originava un mutamento epocale negli equilibri del Continente. Un po’ tutti i paesi europei, soprattutto quelli del Süd-Osten, saranno costretti a rimodulare la loro politica estera. Ma sarà l’Italia, soprattutto, a dovere cambiare radicalmente la propria linea diplomatica. Non c’era più spazio – infatti – per una posizione di terzietà, e tramontava definitivamente il progetto di una nostra egemonia nell’Europa Orientale.

L’Italia era sospinta – del tutto naturalmente – verso l’alleanza con la Germania, anche se Mussolini persevererà ancora nella sua diplomazia  mediatoria (conferenza di Monaco, opposizione al patto Ribbentrop-Molotov e all’attacco alla Polonia, “non belligeranza” e progetto di un “blocco dei neutrali” all’inizio della seconda guerra mondiale).

 

*   *   *

 

Chiedo scusa ai lettori se mi sono lasciato prendere la mano: volevo parlare soltanto dei motivi che stavano a monte della svolta antisemita italiana del 1938, ed ho invece allargato il discorso all’Anschluss austriaco ed ai motivi che spinsero l’Italia verso l’alleanza con la Germania.

Ma, in fondo, non è stato male. La storia è un susseguirsi di eventi tra loro concatenati, senza paratìe, senza compartimenti stagni. Conoscere i fatti dell’Anschluss (e quelli del Reichskonkordat e della “Mit brennender Sorge”) aiuterà di certo a meglio comprendere gli eventi successivi, ivi comprese le leggi razziali italiane.

 


[1] Si veda: Il fascismo e gli ebrei // “La Risacca”, n. 70, febbraio 2018.

[2] AA.VV. Antisemitismo in Europa negli anni Trenta: legislazioni a confronto. A cura di Renata CAPELLI e Renata BROGGINI. Franco Angeli editore, Milano, 2001.

[3] Enzo COLLOTTI: Nazismo e società tedesca. 1933-1945. Loescher editore, Torino, 1982.

[4] Michele RALLO: L’epoca delle rivoluzioni nazionali in Europa. Vol.1: Austria, Cecoslovacchia, Ungheria. Edizioni Settimo Sigillo, Roma, 1987.

[5] Galeazzo CIANO: Diario. 1937-1943. A cura di Renzo DE FELICE. Rizzoli editore, Milano 1980.

[6] Si veda: Il salto della quaglia: dalla Triplice Alleanza alla Triplice Intesa // “La Risacca”, n. 57, novembre 2016.

 

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