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di Fabrizio Fonte

In una logica globale appare sempre più necessario ricostruire una nuova immagine dell’identità siciliana, scevra, ovviamente, dai retaggi del passato che la caratterizzavano per essere una caricatura di una Terra dedita, da un lato, al malaffare di «cosa nostra» e, dall’altro, testimone di un’antimafia “spesso” purtroppo solo parolaia. È innegabile, infatti, che ci sono stati periodi, soprattutto recenti, dove in parecchi hanno alzato la bandiera, e si sono appesi al petto il distintivo, dell’antimafia per fare carriera in tanti settori. A partire dal mondo giornalistico, a quello della magistratura o a quello politico. L’auspicio è che la Sicilia possa tornare, invece, ad essere in positivo un esempio emblematico e magari essere ripreso, attraverso operazioni di legalità e di trasparenza, da chi fa politica, da chi gestisce la pubblica amministrazione o da chi è impegnato a dare un’importante proiezione economica alla nostra Isola. Anche perché è notizia più che risaputa tramite i dati che vengono quotidianamente comunicati (a differenza del passato che non venivano diffusi e di conseguenza non se ne parlava) che un siciliano su due vive sulla soglia di povertà. Avere contezza di come stanno le cose non è solo un aspetto di commiserazione (o come diceva qualcuno «di essere dei gufi»), ma consente di essere più che altro realisti. Da questa base di partenza, e attraverso la valorizzazione della nostra identità, si può quindi ripartire. Conoscere, ad esempio, la nostra storia per riprenderne gli aspetti positivi, ed in qualche maniera riprogrammarli in prospettiva futura, è un impegno che i siciliani si devono assumere dal punto di vista civico. È chiaro che è il popolo siciliano che deve dire basta a questo status quo e puntare verso cambiamenti innanzitutto culturali sul proprio territorio. È inutile che si aspetti sempre la classica «manna dal cielo», ovvero che qualcuno prima o poi debba venire qui a mutare il «corso delle cose», perché questo non avverrà mai. Il vero cambiamento deve avvenire, in primo luogo, dentro la società siciliana e da questa verso l’esterno. A partire, in particolare, soprattutto dai giovani che a ragione non credono più (o comunque sempre meno) a nessuno, compreso, per fortuna, anche alla criminalità mafiosa. Anche perché «cosa nostra» rispetto a venti o trenta anni fa sembrerebbe molto “indebolita” e, quindi, la logica «la giustizia non mi tutela e, pertanto, vado dal mafioso» non regge più. La sensazione è, infatti, che neanche più il mafioso, peraltro sempre meno “riconoscibile”, è nelle condizioni di garantire qualcosa e ciò rientra nella perdita dei valori in senso assoluto, ma in questo caso è positiva perché è la mafia che perde un suo ruolo di centralità. In ogni caso è necessario non abbassare mai la guardia. Tuttavia c’è da dire che le nuove generazioni appaiono, in effetti, abbastanza slegate dalle vecchie logiche e molto, c’è da riconoscere, ha fatto la scuola da questo punto di vista. Sosteneva Gesualdo Bufalino che per sconfiggere la mafia ci vuole «un esercito di maestri elementari». Lo scrittore di Comiso ha certamente semplificato il concetto, ma l’aspetto dell’istruzione, della scuola è stata determinante ad accrescere una particolare sensibilità verso i temi del contrasto alla mafia. A partire dall’annus horribilis delle stragi del 1992, che ha scosso dal profondo le coscienze dei siciliani, fino ad oggi, ovvero ai tempi dei social media, dove tanti ragazzi di tante parti del mondo si mettono in connessione tra loro e interagendo lasciano trapelare le loro aspirazioni di libertà, poiché nessuno vuole rimanere indietro. La mafia ha fatto rimanere indietro, da tanti punti di vista, generazioni e generazioni di siciliani e, quindi, i nostri giovani di oggi si legano sempre meno alla mafia per il semplice fatto che la riconoscono come una zavorra che ha fatto sprofondare per troppo tempo la loro Terra.

 

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