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di Elio D’Amico

(Seconda puntata)

 

Continuando nella nostra carrellata di ricordi nella Trapani dell’immediato dopoguerra, arriviamo al fine settimana: fine settimana che si sostanziava soltanto nella domenica, poiché il sabato fascista aveva ceduto il posto al sabato lavorativo, che era diventato una giornata come le altre.

La domenica era un giorno speciale: ci si svegliava con calma, caffè e latte e poi bagno per tutti; quindi, per noi bambini, cravatta con l’elastico, brillantina sui capelli e si scendeva alla Loggia: mentre si sfogliava “Il Corriere dei piccoli” – l’alternativa erano “Il monello” o “L’intrepido”, 30 lire, o le strisce di Capitan Miki e di Blek macigno, 20 lire – i papà sostavano davanti “La flora giapponese”, raccontandosi vita, morte e miracoli di chi aveva la sventura di passare per Corso Vittorio Emanuele, assieme ad automobili (poche) e filobus sferraglianti.

Prima di ritirarsi, era d’obbligo andare a compare i dolci da Fiorino; il primo pomeriggio era dedicato al riposo, ascoltando la radio che trasmetteva “Tutto il calcio minuto per minuto”, ma solo a partire dal secondo tempo.

D’inverno la domenica poi si andava al cinema, rigorosamente dalla 18 alle 20; ovviamente il film lo sceglievano i genitori, per cui le pellicole prescelte erano sempre film sentimentali, strappalacrime, con amori impossibili e contrastati, spesso tra uomini onesti e donne dal dubbio passato; e così la facevano da padrone “Tormento, o “I figli di nessuno”, “Catene”, “Stazione Termini”, dove spesso, assieme a figli innocenti, imperavano Amedeo Nazzari ed Yvonne Sanson.

Tutti i film erano preceduti dalla “Settimana INCOM” – antesignani dei moderni telegiornali – che tutti chiamavano “film luce” in ricordo degli omonimi cinegiornali del periodo fascista.

I cinema erano sempre affollatissimi: spesso per fare biglietti si facevano code interminabili, oppure c’era il pericolo di arrivare alla cassa e dovere tornare indietro per mancanza di posti o trovare la scritta “solo posti in piedi”: per noi ragazzini faceva poca differenza, perché erano gli scalini della sala le nostre poltrone.

In estate i cinema erano chiusi: funzionava solo la “Casina delle palme”, e non sempre.

Il pomeriggio della domenica era dunque dedicato alla passeggiata alla marina: a piazza Garibaldi veniva montato “il palco della musica”, dove si esibiva la banda musicale di Trapani – ricordo ancora il compianto M° Reina – che suonava generalmente brani d’opera o di operette, oppure canzoni napoletane, che venivano gustati passeggiando sotto gli alberi o soffermandosi sotto il palchetto.

L’alternativa era quella di andarsi a sedere allo chalet per sorbire un gelato e giocare con altri bambini nella villetta.

Altro rito estivo era quello del Luglio Musicale alla Villa Margherita, allora non ancora Teatro Giuseppe Di Stefano; spettacoli riservati soltanto agli adulti (io dormivo a casa di mia nonna, testa e piedi), mentre i genitori facevano passerella elegantemente vestiti: perché, in una Trapani priva di qualsiasi divertimento, la serata all’opera era anche un avvenimento mondano, con tanto di fotografi pronti ad immortalare le signore.

Le feste primaverili – pasquetta, 1° maggio, Ascensione – erano spesso dedicate alle gite fuori porta: pochi i gitanti forniti di automobile, per cui il mezzo più usato era la Vespa o la Lambretta.

Organizzati dall’E.N.A.L. – Ente Nazionale Assistenza Lavoratori, poi sciolto come ente inutile – si facevano le gite fino a Cornino, San Vito, Segesta; ma era un’impresa, poiché le strade erano peggiori delle attuali, ed anche perché su ogni Vespa o Lambretta viaggiava l’intera famiglia, da due a quattro persone.

Ovviamente il pranzo era rigorosamente al sacco.

La vita era molto semplice: non si faceva la maxi spesa settimanale come si fa oggi, le cose si compravano di volta in volta, quando e nella misura in cui servivano, anche perché il frigorifero ancora non esisteva: eventuali salumi rimasti venivano lasciati fuori dalla finestra, affinché il fresco della notte li mantenesse commestibili, e l’acqua si rinfrescava nei bummali, otri di terracotta – i migliori erano quelli provenienti da Sciacca – che oltre a mantenere fresca l’acqua, le davano un sapore che oggi non si ritrova più.

Ovviamente si comprava tutto nei piccoli negozietti della via: in Via Badiella Don Liddu “u carvunaro”, oltre che carbone – c’era ancora chi cucinava con il carbone – vendeva di tutto, dal sapone molle – che veniva spalmato su una pesante carta gialla – alla pasta sfusa; in una vetrinetta quattro salumi irranciditi, qualche formaggio, e sullo sfondo, davanti al carbone, sacchi di ceci, fave, lenticchie ed altri generi non meglio identificati.

Più decente era l’alimentare di Bica in Piazzetta Sette Dolori, ma di salumi se ne compravano pochi, quelli che si potevano consumare in giornata.

Tutte le case avevano certamente l’acqua corrente, ma spesso il rubinetto, anche nelle case più moderne, era solo un accessorio inutilizzato; l’acqua, infatti, arrivava soltanto ogni 5/6 giorni per un paio di ore, ed aveva una portata così debole da non riuscire a salire nemmeno al primo piano; ogni palazzo era attrezzato con un rubinetto a piano terra, dove ogni famiglia faceva la coda per riempire più recipienti possibili, bottiglie – di vetro, perché quelle di plastica non erano state ancora inventate – “bagnare”, secchi, e soprattutto “quartare di zinco”; e poi tutto doveva essere salito sino a casa.

Stranamente tutti – uomini e donne – i vestiti se li facevano confezionare su misura dai sarti: arriverà solo in un secondo tempo l’abitudine di comprare i vestiti già confezionati.

Ma sull’abbigliamento c’era anche una vasta attività di riciclo: prima di buttare un capo d’abbigliamento, questo doveva servire almeno due generazioni; i cappotti si rivoltavano, le gonne si accorciavano o si allungavano secondo le esigenze e i pantaloni passavano dal padre al figlio maggiore, e da questi al fratello minore.

Ma i ragazzini, spesso fin oltre le scuole medie, portavano i pantaloni corti: indossare per la prima volta i pantaloni lunghi era una specie di iniziazione, il riconoscimento di essere entrato nel mondo degli adulti; come la rasatura della prima barba, con i rasoi non “usa e getti”, ma a cui cambiavi solamente la lametta.

Le calze da donna erano preziosissime: ogni volta si produceva un piccolo strappo, le calze non si buttavano, ma si portavano a “rammagliare” presso qualche signora che, con l’attrezzatura adatta ed una pazienza certosina, riprendeva ad uno ad uno i punti che si erano persi; e così resistevano ancora qualche mese, fino a quando i buchi diventavano troppi anche per la paziente rammagliatrice.

Ma a casa non si buttava nulla: ogni mattina, assieme ai venditori ambulanti, passavano quelli che riparavano di tutto, dai piatti agli ombrelli, dai vasi di coccio alle sedie; e poi c’era l’arrotino che faceva tornare come nuovi forbici e coltelli: tutto doveva durare il più a lungo possibile.

Il mondo dei venditori ambulanti era un mondo a sé stante, pieno di fascino e di tentazioni, soprattutto per noi bambini.

(continua)

 

 

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