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Ricordi di episodi vissuti tra famiglia e lavoro

di Diego Bulgarella

(parte prima)

Era una bellissima giornata di Domenica, anche se in quel periodo di gennaio normalmente fa un gran freddo accompagnato da un forte vento e spesso piove.

La temperatura era gradevole e a casa dei miei genitori (all’inizio di Via Marsala), come tutte le sante domeniche, eravamo in buon numero i commensali attorno al grande tavolo nella stanza da pranzo, ciascuno intento a parlare dei fatti accaduti nella settimana e soprattutto del “Trapani calcio” e poi, ognuno sfottendo gli altri, un po’ del Milan, un po’ della Juve, un po’ dell’Inter.

La mia mamma era intenta, in cucina ad osservare gli ultimi istanti della cottura delle lasagne al forno e del lacerto in casseruola, per evitare commenti vari a tavola (ciascuno aveva sempre da ridire perché lo voleva cotto, qualche altro crudo…. ). Era sempre la solita lagna.

Mi ero sposato da poco. Per questo, tanto per cambiare, eravamo invitati fissi dai miei genitori nelle giornate festive, quando dall’altra parte dei familiari di mia moglie la campana non suonava per la ritirata da loro.

Anche mio fratello maggiore, Ignazio, era “sposino” fresco, in seconde nozze: aveva perduto qualche anno prima la prima moglie durante il parto. Il bambino (Lucio) era cresciuto a casa dei miei genitori, ed ancora stava con loro in attesa di entrare nella nuova casa dove il suo papà era andato nel frattempo ad abitare. .   Completava la “compagnia lo zio “Torillo”, fratello di mia madre: scapolo, il più anziano di casa, era stato da sempre il perno di tutta la tribù ed aveva avuto un passato (specie in gioventù) movimentato. Voleva un gran bene a tutti e tutti lo ricambiavamo.

Qualcuno, data l’ora, cominciava a dare segni di insofferenza e passò quasi inosservata la prima “scossa” (ore 13,28) che intervenne mentre un gran baccano regnava nella stanza. Mia moglie sentì leggermente tremare la sedia ma attribuì la cosa ad uno scherzo che qualcuno di noi voleva farle.

Come Dio volle, cominciammo a mangiare con i soliti commenti sulla “cottura” delle varie vivande,con rimbrotti ben assestati da parte della “capo-casa”. Alle 14,15, quando eravamo alla “frutta”, una nuova scossa si fece sentire e fu avvertita da tutti perché durò qualche secondo.

Vi fu un silenzio glaciale e tutti ci guardammo negli occhi per capire cosa fosse successo. Soltanto gli anziani capirono subito di cosa si trattava e cominciarono a guardare il lampadario che oscillava, anche se lentamente e di poco. Il loro commento fu lapidario: “IL TERREMOTO !!!”

Non vi fu panico perché noi “giovani” non avevamo mai avuto esperienze del genere in passato, tranne qualche ricordo ormai sbiadito dei bombardamenti dell’ultima guerra; tuttavia cominciammo a guardarci l’un l’altro silenziosi per renderci conto di cosa stesse accadendo e di cosa dovevamo fare. Mi affacciai dal balcone per osservare la gente che nel frattempo si stava riversando numerosa per la strada e non capii subito perché le persone si soffermavano in zone lontane dalle abitazioni.

Un gran “vociare” di mio padre interruppe il mio bel guardare  e dallo strattone che mi diede verso l’interno della casa mi fu chiaro che era pericolosissimo stare affacciati nei balconi e lungo le scale quando erano in atto episodi del genere.

Parlammo concitatamente sul da farsi, ma nessuno di noi ebbe la lucidità di andare all’aperto. Mio padre e mio zio ci invitarono alla calma e pronti ad evacuare la casa nell’eventualità di una nuova scossa. Così, un po’ stralunati, un po’ titubanti, passammo il tempo ad ascoltare i più anziani su vecchi episodi analoghi intervenuti durante la fine della guerra.

Pian-piano gli animi si calmarono e mia madre, tanto per cambiare, mise sul fuoco la “vaporiera” (grande caffettiera di 10 tazze) per rifocillare noi tutti poveri “rifugiati” e per farci tenere su di morale. Qualche nuora, nel frattempo, era intervenuta per predisporre le tazze e per portarcele quasi in bocca. Ma, al solito, le lamentele non si sprecarono, vuoi perché il caffè sapeva di “acqua”, vuoi perché era troppo dolce ed infine perché non era delle qualità migliori…

Per distrarci dal brusìo che veniva dalla strada, accendemmo la radio per ascoltare la radiocronaca della partita Juventus-Milan che, nel frattempo, era iniziata. Dell’evento appena accaduto nessuna notizia. Naturalmente, anche se volevamo far vedere di aver superato il “momento critico”, la nostra attenzione era rivolta al lampadario, quale “sensore” immediato delle eventuali nuove “scosse”.

Ed infatti, alle 16,48,quando “Martellini” aveva finito la radiocronaca della partita (0 a 0), prima ancora che il lampadario cominciasse il suo lento (ma stavolta lungo) oscillare, un  forte boato, a tutti sconosciuto, precedette un

improvviso ondeggiare del pavimento e dei muri: per fortuna il tutto durò pochi secondi, ma bastarono per rendere in noi presente la paura e l’ansia, aspettando inconsapevolmente cosa sarebbe accaduto negli istanti successivi.

Ci avvicinammo ciascuno vicino all’altro cercando i nostri cari più vicini: abbracciai inconsapevolmente mia moglie e poi mi rifugiai tra le braccia della mia mamma, come quando da bambino, disperato, piangevo a dirotto perché avevo preso una gran paura, ma dandomi un contegno, mostravo di volerla consolare…

Questa volta ascoltammo l’invito perentorio di mio padre e dello zio Torillo: ci coprimmo per bene e poi…. Scendemmo le scale (la casa era ubicata al primo piano) e in un “fiat” fummo tutti in mezzo alla strada e poi nel piazzale del vicino distributore di benzina, che ci apparve più sicuro perché distante dalle abitazioni.

Una gran confusione di persone che, frastornate, non sapevano dove dirigersi, di macchine che suonavano il clacson a tutto spiano, pensando di divincolarsi da quella baldoria per dirigersi verso zone più sicure, di gente che cercava di impadronirsi dell’unico telefono pubblico della zona, salvo poi accorgersi che le linee erano intasate e che non era possibile collegarsi.

Naturalmente allora non esistevano i cellulari per contattare i parenti o gli amici e nemmeno le diavolerie digitali della più recente generazione che avrebbero immortalato le scene di panico e altre curiosità da inviare immancabilmente alla rete. Perciò l’unica cosa da pensare era di raccogliere armi e bagagli e cercare una via di fuga con la macchina per trasferirsi nelle case di campagna. Quelli che non le possedevano dovevano attrezzarsi a rifugiarsi nelle macchine di proprietà o in quelle di amici o parenti.

Passò qualche ora, senza ulteriori avvisaglie di “scosse” e, un po’ per il freddo che cominciava a farsi sentire, un po’ perché la luce del sole terminò  e il buio nel frattempo aveva fatto capolino (la corrente elettrica si era interrotta), tutto ciò aveva cominciato ad indurre i primi “coraggiosi” a fare lentamente ritorno nelle proprie abitazioni. Tra questi, tutti i componenti della mia famiglia.

Su suggerimento di qualche “compagno di sventura”, portammo la mia macchina, la mitica 500 grigio chiara nuova di zecca –targa TP60920-, con raffreddamento ad aria  (non mi ha mai lasciato in panne durante la sua lunga vita, 30 anni), a parcheggiare verso la zona delle saline, che all’epoca ancora esistevano alla spalle della Via Vespri, posto più sicuro al quale si poteva accedere attraverso un varco pedonale, definitivamente chiuso negli anni successivi.

La mia casa era attigua a quella dei miei genitori e si poteva raggiungere, in caso di necessità, anche attraverso un pianerottolo interno ubicato allo stesso livello.

Un po’ frastornanti, un po’ stanchi e confusi per le vicende pomeridiane, io e mia moglie, finalmente “soli” ci addormentammo e piombammo in un sonno profondo, cosa che può accadere soltanto ai giovani sposini di belle speranze……

Fui svegliato di soprassalto alle 2,35 da un rumore petulante che proveniva dalla finestra; mia moglie continuava a dormire….La prima impressione che ebbi (ancora strampalato per le due  sole orette appena trascorse) fu il ricordo del terremoto pomeridiano: accesi la luce per verificare se il “sismografo” (il lampadario) dondolasse ed ebbi la conferma che una scossa era effettivamente intervenuta da poco, stavolta fortissima (considerata l’ampiezza dell’oscillazione).

Ma un nuovo ripetuto trambusto, dalla direzione della finestra, si insinuò nello stato di ansia in cui ero piombato! Osservai meglio ed andai ad aprire la serranda: mia madre era dall’altra parte che continuava a picchiare sui vetri per richiamare la mia attenzione. Aprii anche la finestra e appresi (io, innocente testimone!) che c’era stata effettivamente una fortissima scossa di terremoto, durata parecchi secondi, qualche minuto prima. Concitata e terrorizzata, mi invitava ad uscire subito da casa per portare il mio nipotino a casa della nonna Titì, la suocera di mio fratello, che abitava appena fuori città,  al pian terreno, con annesso giardino.

Così, in un baleno, strattonai mia moglie, che non ne voleva sapere di svegliarsi, costringendola a mettersi qualcosa sopra il pigiama e poi tutti insieme, compreso il piccolino, verso le saline dove si trovava la “gloriosa” 500, superando il solito caos di persone ( quasi tutti in disordine) e di autoveicoli che nel frattempo avevano invaso la zona.


 

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