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di Aldo Messina

Per dovere di cronaca apriamo, questo mese, con alcuni commenti di nostri autorevoli collaboratori dopo il terremoto elettorale che ha visto stravolto il quadro politico nazionale.

C’è poco da aggiungere a quello che pubblichiamo, se non che molti avevano da tempo capito come sarebbero andate le cose. Pur senza essere, naturalmente, fra quei fortunati che possono disporre di fonti di indagine riservate.

Comunque, bastava ascoltare la gente comune per toccare con mani il malessere generale ed intuire quali sarebbero potuto essere gli sviluppi.

In Italia, contrariamente che negli Stati Uniti, il voto populista era stato preannunciato e tutti lo aspettavano; anche se, probabilmente, in misura minore.

Pure da noi il popolo si è rivoltato contro i governanti che hanno dominato fino ad oggi l’Italia, preferendo il buio del futuro alla continuazione di una classe politica succube dell’Europa, della Germania e dei poteri forti che si nascondono dietro  l’impossibile  globalizzazione.

E’ come se avessero detto: meglio morire sul campo che essere uccisi lentamente.

La domanda è: cambierà qualcosa?

A naso, dovremmo dire di sì. Ma, se le forze politiche vincitrici vorranno veramente cambiare le cose, attendiamoci l’immancabile reazione eurocratica:  lo Spread, le misure economiche restrittive, il boicottaggio politico. E noi come potremo reagire?  Senza la Nazione, senza lo Stato, senza la sovranità monetaria, senza una precisa identità storica, culturale, etica, non si va da nessuna parte.

Ma siamo andati un po’ oltre. Le considerazioni, forse anche personali, ci hanno preso la mano sfociando in un pessimismo – pur giustificato – sulle vicende nazionali, tralasciando lo scenario locale.

Qui la mancanza (volutamente lunga) di una guida politica e di una amministrazione democratica eletta, ci ha fatto tornare indietro, tanto indietro da cancellarci il nostro futuro.

Il riferimento è, chiaramente, al fallimento dell’aeroporto di Trapani Birgi (leggete l’articolo di Fabio Pace) dopo una serie di vicissitudini che ha portato la Ryanair ad abbandonare il  nostro territorio. Un suicidio politico – prima ancora che sociale ed economico –  che riporta l’economia locale e l’occupazione a tempi remoti.

Le migliaia di persone che lavoravano in alberghi, B&B, case-vacanze, bar, ristoranti, pizzerie, per tacere dei tassisti e dei tanti occupati nell’ indotto turistico, si ritrovano improvvisamente senza lavoro e, spesso,  con pesanti debiti da saldare dopo aver puntato tutto sullo sviluppo turistico.

In tutte le cose sbagliate ci sono uno o più colpevoli.

Qui da noi, stranamente, nessuno è colpevole.

 

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