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di Elio D’Amico

(Prima parte)

 

Chi, come me, è nato negli anni immediatamente successivi alla guerra, non ha vissuto gli orrori di questa immane tragedia, ma ne ha subito pesantemente le conseguenze.

I miei ricordi sono legati al centro storico, perché allora Trapani era il centro storico: per mia madre, oltre via XXX gennaio era “fuori porta”, in corso Piersanti Mattarella pascolavano le pecore e le traverse di Via Marconi non erano asfaltate, con le fogne a cielo aperto.

Abitando in via Badiella, a scuola andavo a San Pietro – nuovissima, bellissima, appena inaugurata – ma per arrivarci bisognava camminare sulle macerie dei bombardamenti: corso Italia non esisteva, e per arrivare a scuola si usava un viottolo per due persone, scavato in mezzo alle macerie delle case circostanti: un paesaggio raccapricciante, ma per noi bambini era la normalità.

Si andava a scuola con il grembiule nero o blu, con il fiocco il cui colore variava secondo la classe di appartenenza, con i pantaloni corti fino al ginnasio; non c’erano zainetti, ma cartelle di cartone pressato con gli angoli rinforzati di metallo, ottime per fare le battaglie all’uscita della scuola; dentro, il portapenne di legno con una penna spesso stilografica – le biro erano ancora poco diffuse – matita, gomma, temperamatite, gessetti colorati (optional), libro di lettura, sussidiario, diario, un quaderno a righe e un quaderno a quadretti.

A scuola le bacchettate sulle mani o sulle gambe da parte delle maestre erano all’ordine del giorno, ma nessuno parlava di mezzi diseducativi, a nessun genitore vena in mente di denunciare gli insegnanti; anzi, se portavi a casa un brutto voto, dovevi fare i conti anche con la paletta della mamma.

A casa si aspettava il ritorno del papà, e si pranzava tutti assieme; terminato il pranzo, subito i compiti, ed alle 16 si era già fuori per giocare; perché per giocare bisognava incontrarsi con altri bambini: non c’erano né cellulari né computer, ci si chiamava semplicemente dalla finestra… e giù a giocare.

Si giocava al calcio, spesso con una palla fatta di carta legata con uno spago, oppure a “viriri chi mi nni vegnu” o a lampiare, a triritricchiti, ma soprattutto con gli strummali.

Ovviamente si giocava per strada, tanto passavano non più di due automobili al giorno.

Strummali ce n’erano di vario prezzo, da 15, da 30 e da 50 lire, e di varia forma, che venivano utilizzati secondo le loro caratteristiche; e chi perdeva, piantava il proprio strummalo nella terra e riceveva dagli altri le pizze, tremendi colpi sferrati con la punta dello strummalo “da battaglia” e spesso lo strummalo perdente si spaccava.

Ma c’erano anche giochi più pericolosi, per esempio quello che si faceva con il carrozzone, un’asse di legno con quattro cuscinetti a sfera sotto, con cui ci si lanciava, anche in due o più, da San Domenico giù per via Sette Dolori o via Carreca; oppure si faceva la battaglia a colpi di pietra tra ragazzi di vie diverse: i nemici giurati di noi di via Badiella erano i ragazzi di via Aperta o di via Mercè; ma poi, finita la battaglia, si tornava a giocare assieme a triritricchiti.

Quando ci ritiravamo a casa, prima di cena, eravamo sporchi (nelle strade c’era il basolato, poi sostituito dall’asfalto), ma soprattutto pieni di lividi ed escoriazioni; non c’erano tragedie o minacce di denunce: la mamma ci lavava, ci disinfettava le ferite e finiva tutto lì.

Si cenava, e alle 21, quando non pioveva, si usciva nuovamente: non per andare a giocare, ma per andare a vedere la televisione.

Negli anni ’50 i televisori erano pochissimi, perciò i rivenditori di elettrodomestici la sera giravano i televisori delle vetrine verso l’esterno ed in pochi minuti si radunava una piccola folla per seguire i programmi, anzi…il programma, dato che esisteva solo il 1° canale RAI.

Il televisore non si accendeva direttamente, ma attraverso lo stabilizzatore, una pesantissima scatola che stava alla sua base, e che veniva acceso parecchi minuti prima, perché doveva riscaldare prima di dare le immagini.

I programmi iniziavano alle 17,30 con la TV dei ragazzi: un’ora, fino alle 18,30 con telefilm quali Lassie, Rin Tin Tin, Tarzan, Zorro, programmi istruttivi quali “Angelo Lombardi, l’amico degli animali” o di intrattenimento come “Zurlì, il mago del giovedì” con Cino Tortorella e Topo Gigio, “Chissà chi lo sa” con Febo Conti o parodie, come la fortunata serie di “Giovanna la nonna del Corsaro Nero” con Anna Campori e Pietro de Vico.

Alle 18,30 le trasmissioni si interrompevano per riprendere alle 19,55 con il telegiornale, cui seguiva la programmazione serale, preceduta da “Carosello”, unica finestra pubblicitaria della giornata.

La programmazione serale era fissa: il lunedì si trasmetteva un film, il martedì era serata di spettacoli vari, che andavano da “Giallo club” con l’indimenticabile Tenente Sheridan di Ubaldo Lay a “Marina piccola”, spettacolo musicale presentato da Teddy Reno; il mercoledì serata culturale con “Almanacco” presentato da Giancarlo Sbragia o sportiva con la trasmissione – spesso in differita – di una partita di calcio o un incontro di boxe; il giovedì era la sera dei quiz, iniziando con “Telematch” – Renato Tagliani, Enzo Tortora, Silvio Noto – poi “Campanile sera” e quindi “Lascia o raddoppia”.

Il venerdì si trasmetteva una commedia – scrupolosamente in diretta – ed il sabato sera arrivarono i grandi show musicali, quali “Il musichiere” con Mario Riva, “Un, due e tre” con due giovanissimi Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello, cui seguirono “Controcanale” e “L’amico del giaguaro (Gino Bramieri, Marisa Del Frate e Raffaele Pisu); la domenica era dedicata ai grandi sceneggiati televisivi, tra cui sono indimenticabili “L’idiota”, “L’isola del tesoro”, “Il mulino del Po”, “I promessi sposi”, “La cittadella”, “I Giacobini”, “I grandi camaleonti”, dove Giorgio Albertazzi e Alberto Lupo la facevano da padroni.

Grandi produzioni, rimaste tuttora ineguagliate.

Alle 22 circa terminava il programma di prima serata, cui seguiva un breve programma culturale e alle 23,30 le trasmissioni terminavano con il crescendo rossiniano del “Guglielmo Tell”.

Ma pochissime famiglie, negli anni ’50 avevano la TV; per cui si assisteva, soprattutto il sabato sera, a veri esodi biblici con intere famiglie che si trasferivano a casa di amici, parenti o vicini di casa per assistere ai programmi serali; alle 22,30 il rientro; tutte le altre sere si rimaneva a casa, ascoltando la radio, mentre la mamma continuava a lavorare ed il resto della famiglia si dedicava ai propri hobby: ma massimo alle 22, tutti a letto !

Non esistevano né pizzerie, né ristoranti: solo la domenica pomeriggio si usciva – l’intera famiglia – e normalmente ci si incontrava tra fratelli e cognate; perché quel pomeriggio, dove andavano i genitori, andavano anche i figli: poco importava se ci si annoiava o se avremmo preferito rimanere a casa o a giocare con gli amici: la domenica la famiglia usciva compatta, e spesso i bambini venivano accontentati con l’acquisto di un bel gelato.

Dove si andava ? ne parliamo nel prossimo numero.

 

 

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